Caro diario ti scrivo
La glicemia va tra un controllo e l’altro, regolare tra le pieghe del tempo e l’evoluzione degli anni, con un poco di zucchero il diabete scorre sulle diverse sponde e tra le onde del mare, a momenti calmo e poi passa la burrasca ma in fondo la vita va presa così con il suo altalenarsi di attimi e situazioni. E davanti a tutto questa massa di valori come ci comportiamo, quali misure prendiamo?
Le risposte sono sempre le solite: scrivere i valori della glicemia su un diario cartaceo o digitale a seconda di come siamo mentalmente predisposti. Fin qui tutto chiaro ma resta un elemento importante su cui focalizzare l’attenzione: come rendere chiara e fruibile a noi stessi, al medico tutto il tracciato dei dati. Il mio percorso con il diabete ha portato a definire alcune considerazioni al riguardo. A prescindere dal formato con cui memorizziamo i dati, cartaceo o digitale che sia, quel che è importante mettere in evidenza sono alcuni valori di sintesi che andrebbero personalizzati e non ho ritrovato negli strumenti disponibili oggi per noi diabetici. Così sono arrivato alla conclusione che la via migliore sta nel elaborare un diario in proprio se ne abbiamo le possibilità e capacità per riuscire a ricomprendere le esigenze di cui sopra.
I valori da riportare sono la glicemia assieme al quantità d’insulina iniettata o infusa e i carboidrati più le eventuali note a margine della giornata utili a evidenziare particolari condizioni che hanno influito sul diabete. I valori integrativi utili a facilitare la comprensione dell’andamento della malattia e riproducibili all’interno di un diario personalizzato sono, ad esempio: la media settimanale dei valori glicemici, la marcatura degli episodi d’ipoglicemia e iperglicemia ed infine la sottolineatura dei plusvalori aggiunti in rapporto a un precedente dato normale e ancora una colonna in cui riportare la presenza o meno di corpi chetonici nel sangue o urine (io riporto ancora i valori della glicosuria).
Per rendere meglio l’idea riporto un estratto del diario cartaceo autoprodotto.
| Data | Ora | Glicemia | Insulina | Carb. | Ipo | Iper | Glic.uria | Acetone | Note |
| 01/05/12 | 09.00 | 127 | 4 | 100 | 0 | 0 | |||
| 01/05/12 | 13.00 | 300** | 3 | X | |||||
| 01/05/12 | 16.00 | 60** | X |
Gli asterischi riposti affianco alla glicemia servono a rimarcare la variazione eccessiva della medesima e sono utili a chi deve leggere, interpretare il quadro dell’andamento del compenso del flusso glicemico in un dato arco di tempo per poi valutare il da farsi. Naturalmente nel corso del tempo il modo di raccogliere i dati va adattato in rapporto a una scelta di compromesso tra noi e il medico che ci ha in carico. E qui cominciano le dolenti note per qualcuno, poiché esclusi coloro che hanno un diabetologo “in esclusiva”, gli altri, e sono la maggioranza, vanno a rotazione a seconda del primo disponibile presso il centro specialistico. Allora in codesta situazione sarebbe quanto mai opportuno trovare una metodologia standard su cui archiviare i dati per semplificare e uniformare i processi e non trovarsi ogni volta punto a capo della storia, con conseguenti episodi incresciosi nonché disguidi di sorta.
Al principio
Nel paese delle meraviglie essere bambini può non essere una meraviglia, perdonate il mio gioco di parole ma a volte si rende necessario quando devo affrontare certi argomenti e ripercorrere, tornando al presente, i primi momenti della mia malattia il diabete, con gli occhi e l’anima di un bambino. Solitamente quando ci troviamo di fronte a un bimbo, giovane malato, infortunato o disabile le nostre reazioni possono essere estreme: compassione ma anche banalizzazione tesa a incoraggiare l’interessato, ma poi dentro di noi c’è un pensiero opposto del tipo: poverino, ecc. Oppure di drammatizzazione della situazione. Ma mai o poco si pensa a cosa prova realmente quel bimbo, e questa è veramente la domanda senza una risposta universale ma solo personale. Siccome ho per ragioni di mal costruzione personale una perfetta memoria del mio stato umorale e emotivo da bambino durante l’esordio e la vita con il diabete provo, senza essere troppo prolisso, a raccontare cosa provavo e come era il clima attorno a me da parte della mia famiglia e cenacolo di parenti e amici.
Dalla genesi remota della malattia la mia unica paura al suo cospetto non stava nella morte, ma nella sofferenza costante e prolungata provata durante i lunghi ricoveri in ospedale per niente: ovvero non venir a capo di nulla, in quanto dopo un periodo di relativo benessere finivo sempre per tornare dentro e non si trovava un sistema per regolarizzare il diabete. La mia paura non era dell’ipoglicemia ma del suo opposto: l’iperglicemia e cheto acidosi con vomito, poiché questo ultimo stato mi portava non solo dritto all’ospedale ma con tutto un coacervo di problematiche annesso, come lunghi periodi immobile a letto con la fleboclisi attaccata e senza poter mangiare per fare un esempio, oltre al sentirsi sotto il profilo mentale e fisico una larva. Ricordo un particolare delle crisi da iperglicemia con la presenza di acetone nel sangue e urine: il fastidio profondo per qualsiasi odore intenso come il fumo della sigaretta o profumi che mi dava una forte nausea.
L’altra mia paura era per mia madre, poiché in quel contesto capivo bene in ogni modo che il problema era e rimaneva mio vederla accanto a me durante i periodo di ricovero con la sua silente sofferenza e il suo corpo, viso e mente consumarsi piano piano dalla fatica e dolore per me, mi rendeva sofferente oltre ogni limite; però questo suo stato aveva un contrappeso “positivo”: stimolare in me il bisogno di incoraggiarla e farle capire che se lei stava tranquilla e serena pure io stavo meglio. Cosa mi dava profondamente fastidio, in modo insopportabile, da bambino con una malattia stanziale come il diabete? Due cose: la prima era la confusione ed in particolare quella reattiva di mio padre, il quale essendo un fobico dalla nascita al momento delle mie crisi iper o ipo che fossero, veniva colto da attacchi di panico o logorrea tali da innescare a volte reazioni avverse da parte di mia madre con relativa espulsione temporanea dall’alveo domestico. La prima regola da evitare quando si sta male è la confusione ricordiamocelo. E la seconda cosa è la commiserazione questa ieri come oggi mi fa andare in bestia, in particolar modo quella raffigurata dalle persone in stile “vecchie zie” le quali sono le tipiche persone che sopravvivono grazie alle disgrazie degli altri, al chiacchiericcio e a una vita ai bordi di periferia, della chiesa, dello spazio mentale. Un bambino, hanno ragione le ricerche recenti, ha una maturazione profonda già dal nascere solo che la nostra sincronizzazione generazionale non è mai funzionante in modo adeguato alla bisogna e viceversa.
Fai la nanna?
Il titolo è eloquente e si tratta quest’oggi del rapporto tra diabete e riposo, diabetico e sonno, apparentemente un fatto banale per alcuni ma nella realtà dei fatti un momento della vita molto delicato per tutta una serie di situazioni che cercherò di esporre nel post. Alcune sono di natura fisiologica e altre di riflesso psicologico e se presenti entrambe oltre ad essere fonte di tensione e stress vanno per incidere gioco forza sulla nostra qualità di vita. Io con il sonno ho sempre avuto un rapporto intenso e d’amore essendo un dormiglione nato ora che avanzo con l’età mi rendo conto come quel bel riposo marmoreo che mi possedeva in gioventù non c’è più, o almeno si è di molto ridimensionato. E per mia fortuna essendo un grande sognatore quale momento migliore per veder nascere e crescere immagini e situazioni “uniche e magiche”, infatti di incubi nella storia personale ne ho avuti ben pochi e tra questi, durante la fase di dormiveglia il primo e quello comune alla stragrande maggioranza di noi diabetici è rappresentato dalla paura di avere un’ipoglicemia notturna o comunque durante il sonno. La minaccia è reale: quando ero bimbo ho avuto diversi episodi di coma ipoglicemico durante il sonno, e in particolare nel riposino pomeridiano, ma il bisogno di dormire prevaleva rispetto alla paura e per mia buona sorte non ho mai avuto conseguenze drammatiche se non i ricoveri d’urgenza in ospedale. Ma all’interno di questo capitolo ognuno può raccontare la sua storia.
Io di temperamento sono tranquillo e bonario ma ogni persona ha sempre un’eccezione e quel che mi rende sgodevole fin al punto di diventare irascibile è data proprio dal non poter dormire bene. Ora come ben si sa per un diabetico il lato più critico è proprio legato all’evoluzione delle glicemia nella fase notturna e di conseguenza ai controlli della stessa durante questo arco di tempo. Oggi da uomo maturo mi sono abituato alla cosa e quando occorre mi alzo nel cuore della notte a fare il controllo, ma da giovane e non solo venir svegliato continuamente rappresentava per me un incubo reale a cui si assommava l’arrabbiatura per il risultato ottenuto dalla glicemia e l’incapacità mia come di chi mi aveva in cura a trovare una soluzione d’equilibrio.
Oggi è ribadito e confermato come lo stress agisce negativamente sul diabete e l’equilibrio della glicemia pertanto tra i punti importanti da comprendere e preservare nella vita di un diabetico oltre all’autocontrollo dello zucchero nel sangue, dello stile di vita, si aggiunge una buona qualità del sonno fatto questo molto scardinato da orari spesso sballati a causa di molti fattori (lavoro, divertimento). Ma occorre ricordare come un riposo vero e regolare aiuta non solo il diabete ma tutto il nostro organismo, a cominciare da organi vitali come cuore e cervello. Invece nell’ambito delle dipendenze farmacologiche leggo e rileggo come oggi più che mai si usa e abusa di pastiglie per dormire e molto altro ancora, e tra questi anche noi diabetici ne facciamo ampio uso. Da qui si evince come la strada per trovare un equilibrio oltre al diabete, nella vita è ancora richiede ancora molto cammino, ma occorre cominciare.
Flussi e dati che parlano
La glicemia nella settimana precedente ha ottenuto una media dei valori pari a 140 mg/dl senza episodi d’ipoglicemia e un solo momento di iperglicemia comunque sotto i 300 mg/dl e prontamente rientrato. Ancora una volta e da molte settimane il mio diabete è ben compensato e il fatto importante riguarda l’ottenimento del medesimo risultato con o senza il sensore glicemico. Al tempo stesso la giornata si evolve in modo regolare senza particolari problemi mentre un elemento costante nel decorso dei tempi di vita assieme al microinfusore riguarda l’incremento sostanziale dei controlli effettuati della glicemia durante la settimana senza l’Holter: mentre la mia base di partenza minima è costituita da quattro monitoraggi giornalieri, di fatto ora ne faccio sette e quelli supplementari avvengo solitamente prima di uno snack o altrimenti a metà del pomeriggio, come in frangenti di criticità.
Naturalmente il fabbisogno di strisce per il controllo della glicemia cresce e non bastano quelle fornite dall’ASL e in vista la progressivo incremento dei controlli ho pensato e agito di conseguenza nel comprarmeli in autonomia una parte, anche perché con le restrizioni delle forniture presenti e venture non vedo tante alternative per ora. Notavo un’altra cosa che prima dell’avvio dell’esperienza con il sensore integrato al microinfusore non ritenevo possibile: i controlli della glicemia effettuati tramite il glucometro non sono calati quando ho l’Holter addosso, anzi i determinati momenti gli stessi vengono ad aumentare. La causa di tale situazione è probabilmente dovuta alla necessità di verificare la calibrazione e comparazione di risultato tra il sensore che analizza un campione proveniente dal tessuto epidermico interstiziale, e il glucometro la cui fonte d’analisi è il sangue capillare.
Proprio nei giorni scorsi ho riletto i dati e le medie di tendenza registrati dal sensore e microinfusore e scaricati sul software di rete “Carelink”, relativi a questi due anni poiché i medesimi possono essere conservati nel profilo personale del programma. Or bene la cosa che ha destato in me una viva e positiva sorpresa ha riguardato non tanto e solo la media dei valori ritrovati ma l’emoglobina glicata ritrovata lungo questa fascia temporale. Le oscillazioni di valore da quando porto il microinfusore sono tra 6.3 e 7.0, anche qui un ottimo risultato non c’è che dire, in rapporto alla mia storia con il diabete e alle sue complicanze mi permette, almeno per un poco di tempo ancora, di ben governare la salute e veder allontanare i contesti problematici. Ma guardando oltre tutto questo dovrebbe rappresentare una buona base di motivazione e sprone per tutti noi a volerci bene e migliorarci di conseguenza.
Alla crema
| Passato di verdure con piselli |
- una confezione di verdure surgelate per minestrone g 450
- piselli surgelati g 150
- patata g 80
- pancetta g 50
- cipolla mondata g 40
- olio d’oliva
- dado
- parmigiano
- burro
- sale
- Sbucciamo la patata e tagliamola a minuscoli dadini. Facciamo bollire l. 1 d’acqua. Uniamo all’acqua giunta a bollore il dado, quindi versiamoci i dadini di patata e il contenuto della busta di verdure surgelate. Lasciamo riprendere il bollore e cuociamo per circa 30′. Tagliamo la pancetta a dadini e tritiamo finemente la cipolla. Soffriggiamo la cipolla e la pancetta in due cucchiaiate d’olio. Passiamo le verdure al passaverdure usando il dischetto medio e raccogliendo il passato nella pentola. Uniamo al passato il soffritto preparato. Sbollentiamo per 3′ i piselli. Versiamo nel passato anche i pisellini, ben scolati. Condiamo con 2 cucchiaiate di parmigiano e una noce di burro. Serviamo subito, ben caldo, ma proviamolo anche appena tiepido è altrettanto buono e gustoso.
Perché sì
Molti diabetici dicono che i progressi fatti nella cura della malattia sono pochi, io da vecchio diabetico di no e cerco di spiegare qui le ragioni di tale asserzione. All’esordio del diabete, anno 1963, per controllare la glicemia a casa non c’era niente, poi dopo qualche hanno a mia madre venne dato un reagente sotto forma di compressa assieme a una provetta in vetro dentro al quale veniva riversata la mia urina con la pastiglia di cui sopra e tappata perché a contatto con il liquido per qualche secondo andava in effervescenza e a seguire assumeva due possibili colori: blu, stava per assenza di zuccheri nelle urine; rosso, per presenza di glucosio. Poi al principio degli anni 70 arrivarono le prime strisce reattive per il controllo sia della glicemia che della glicosuria e corpi chetonici presenti nelle urine. Infine sul finire degli anni 70 giunsero i primi glucometri che per la storia ci mettevano 30 minuti a fornire l’esito della glicemia! Negli anni 80 si cominciarono ad impiegare i primi Holter glicemici, lo strumento che consente di controllare la glicemia nell’arco delle 24 ore ogni 5 minuti, allora durava solo un giorno ed erano piuttosto ingombranti. Ed ora? Beh giusto per la cronaca un glucometro fornisce il risultato della glicemia in 5 secondi e anche dei copri chetonici presenti nel sangue, cosa molto importante in caso di diabete instabile o scompensato, in particolar modo nella fase infantile e giovanile dell’evoluzione. Inoltre, grazie alla miniaturizzazione tecnologica, l’Holter glicemico arriva a durare anche fino a 7 giorni con una gestione diretta da parte del diabetico dello strumento.
Certo si deve fare di più e meglio ma ricordare da dove veniamo e i progressi fatti ogni tanto è d’aiuto per pensare positivo e guardare avanti con rinnovato spirito e forza. Come sottolineavo prima i nuovi glucometri oltre a fornire il valore della glicemia nel sangue fanno la stessa cosa per i corpi chetonici, allora ha un senso continuare a controllare i livelli di glicosuria presenti o meno nelle urine? Se il controllo della glicemia è costante e non presenta frequenti ed eccessivi svarioni nei valori registrati il monitoraggio dell’urina non è indispensabile. Al contrario in presenza di una situazione critica o quantomeno variabile la verifica della glicosuria due volte al giorno, mattina e sera, è utile a completamento del governo della malattia. Non so quanti diabetici effettuano più o meno regolarmente il controllo della presenza di zuccheri nell’urina: a pelle mi verrebbe da dire pochi, anche perché sento sempre e solo parlare di glicemia, e anche i medici non la chiedono più come risulta scomparsa come voce sia diari su carta come in formato digitale. Allora vi spiego la ragione per cui ritengo rilevante fare almeno ogni tanto il controllo delle urine: a difesa dei nostri reni; difatti una complicanza possibile ed evitabile è la nefropatia diabetica e si presenta quando per molti anni i reni sono sottoposti ad un sovraccarico di filtraggio degli zuccheri presenti oltre i livelli di guardia nelle urine. Quando un esame specifico denominato microalbuminuria mette in evidenza un valore >25 per più volte consecutive allora siamo in presenza di una nefropatia diabetica iniziale e se no recuperiamo il buon compenso glicemico la medesima può trasformarsi in insufficienza renale cronica solo per cominciare.
La ragione finale per mantenere controllata la glicosuria sta a difesa dei reni e per avere in questo modo un monitoraggio completo e soddisfacente del nostro diabete.
Sentire sentirsi
Una questione mai affrontata nel corso di questi anni di vita del blog riguarda il rapporto diabetico e medico diabetologo sotto uno specifico aspetto: la chiarezza e trasparenza del vissuto della patologia e l’assetto dell’andamento della glicemia. Una parte dei diabetici, una percentile non marginale sul totale tende ad avere un rapporto complessato con la vita in generale e ricade anche questo comportamento circa l’approccio con la malattia. Oggi i medici hanno comportamenti più empatici rispetto al tempo passato, quando la relazione da parte loro era rigorosa, severa e incuteva un certo timore nella maggior parte delle volte e ricordo durante il periodo della mia adolescenza come andare a rapporto del medico rappresentasse un poco la stessa cosa di avere un’interrogazione di matematica a scuola, materia in cui facevo letteralmente schifo e la vivevo come un incubo. Il medico diabetologo d’oggi in molte occasioni svolge anche un ruolo d’animatore e aggregatore di diabetici, ma una situazione del genere è presente in determinate realtà di nicchia.
Ecco allora come la situazione che si presenta nella maggioranza dei diabetici è fatta di dati mancanti della glicemia durante l’intervallo tra una visita e l’altra, a cui vanno aggiunti dati irreali o falsati, questi ultimi vengono sovente rilevati dal risultato presente nell’emoglobina glicata, o dal comparire con il passare del tempo di complicanze patologiche derivate da un lungo periodo di diabete scompensato, alterato. Ma intanto il danno è fatto. Allora dove risiede il punto di criticità? La parola, concetto che fa spartiacque nel rapporto medico diabetico è costituita da fiducia e disponibilità. Sembra facile a più a dirsi che a farsi, ma attraverso il raggiungimento di un equilibrio del genere lo stesso malato arriva, con il passare del tempo, ad acquisire maggiore consapevolezza, forza e maturità cosi da avere padronanza e autonomia nella gestione quotidiana della patologia: fattori importanti e necessari per andare avanti senza stress e grossi problemi.
La partenza, il principio del cammino sono importanti nelle tappe della vita e nell’esistenza con il diabete ancor di più serve all’inizio una fase di immersione piena per assorbire tutte le informazioni necessarie per condurre in modo adeguato il passo giusto e vedere dove risiedono i punti critici su dobbiamo migliorarci. Con le terapie e strumenti disponibili oggi possiamo stare bene senza timori personali, dobbiamo avere solo la forza di volontà per impegnarci un poco e questo basta a stare in forma, a tenere a posto il diabete, e grazie a questa malattia che ci fa arrabbiare e deludere nel corso degli anni poi una cosa positiva la fa: imparare a conoscere meglio noi stessi, i tempi d’evoluzione, reazione e biologici del nostro organismo, così da poter essere padroni del nostro tempo e avere una vita tranquilla, normale.
A tutti i costi?
Trovare la pappa pronta è un’abitudine presente nella stragrande maggioranza delle famiglie e persone. Mettersi a preparare qualcosa per tavola è oramai un fatto minoritario e anche quando succede comunque qualche elemento pronto offerto dall’industria alimentare, da amalgamare già ci sta. La mia non è una critica ma bensì una constatazione, io stesso mi avvalgo di cibi già pronti o di alimenti facili da preparare il più delle volte. I piatti pronti e pretrattati hanno un inconveniente: solo molto grassi e ricchi di additivi, conservanti che a loro volta incidono pesantemente sul metabolismo dei carboidrati. Argomenti che si ripropongono costantemente poiché tali restano nello scorrere del tempo e degli anni come la polemica sulla nocività degli edulcoranti, dolcificanti artificiali riproposto per la terza volta dal programma Report della giornalista Gabanelli trasmesso due domeniche fa e dedicato all’aspartame. Da diabetico antico ricordo bene come il primo segnale circa la nocività degli edulcoranti avvenne negli anni 70 sul capostipite dei dolcificanti artificiale: la saccarina, il quale venne accusato di procurare il cancro e ritirato dal commercio. L’aspartame è da molto tempo oggetto di attacco da parte dell’Istituto Ramazzini fin dai tempi cui era diretto dal compianto prof. Maltoni, noto oncologo di fama mondiale, leader incontrastato della green economy e sue furono le più importanti ricerche circa gli effetti neoplastici sulla struttura del DNA della formaldeide e lana di vetro, elementi presenti nei manufatti di ogni casa e ufficio.

Oggi i dolcificanti naturali sono:
• Saccarosio (il comune zucchero da cucina)
• Fruttosio
• Glucosio
• Sorbitolo
• Xilitolo
• Glicina
• Lattosio
• Stevioside
• Monellina
E i dolcificanti artificiali sono:
• Acesulfame K
• Aspartame
• Saccarina
• Sucralosio
• Maltitolo
• Isomalto
• Ciclamato
Già nelle confezioni dei dolcificanti artificiali è presente l’avvertenza di un consumo limitato nell’arco della giornata del prodotto poiché se ingeriti in quantità consistenti: esempio più di venti pastiglie al dì, possono determinare oltre a diarrea, flatulenza. In generale i dolcificanti nell’uomo e in diversi altri mammiferi, stimolano il pancreas a sintetizzare insulina. L’insulina è l’ormone che stimola le cellule corporee ad assorbire glucosio. Di conseguenza la concentrazione di glucosio nel sangue (la glicemia) diminuisce. I dolcificanti artificiali stimolano la produzione di insulina (a causa del gusto del dolce) in persone sane e abbassano quindi la loro glicemia. La conseguente iperinsulinemia stimola l’appetito. In diabetici che li usano normalmente non varia la glicemia, perché o non producono più abbastanza insulina (Diabete mellito di tipo 1) oppure le loro cellule sono diventate insensibili all’insulina (Diabete mellito di tipo 2). Questo effetto di “stimolazione dell’appetito” veniva usato (quando i maiali dovevano ancora essere grassi) per l’allevamento di suini, aggiungendo al cibo un po’ di saccarina. (fonte Wikipedia)
Detto questo io provato con successo a sostituire intrugli artificiali e no con un addolcitore di mia produzione a chilometro e si chiama: succo d’uva, lo uso sia a casa che al lavoro come quando sono in movimento. E per l’uso portatile riempio un boccettino con dosatore di gocce, così il gioco è fatto e l’impatto sulla glicemia = perfetta.
Per completezza riproduco la fase di preparazione del succo d’uva
1. Prendi dei grappoli d’uva nera matura, diraspali, e lava gli acini per bene sotto l’acqua corrente. In una pentola di acciaio, versa tre dita d’acqua e aggiungi tutti gli acini lavati e scolati. Quindi metti il tutto a cucinare a fuoco moderato. Mescola molto spesso per i primi quindici minuti di cottura, preferibilmente con un cucchiaio di legno, perché gli acini si devono aprire lasciando uscire il succo, senza attaccarsi al fondo della pentola.
2. Se ti accorgi che il composto si sta seccando troppo e tende ad attaccarsi al fondo, aggiungi un pò di acqua tiepida. Dopo circa mezz’ora, quando l’acino è completamente disfatto e la pentola si è riempita di succo, spegni e vuota il tutto in un colino, sotto il quale avrai messo una terrina molto capiente. Fai colare fino all’ultima goccia dalle bucce nel colino, magari aiutandoti col cucchiaio di legno.
3. Dopo aver estratto tutto il liquido, riportalo a ebollizione per 2 minuti, dopodichè lo puoi travasare in della bottiglie di vetro, preferibilmente da 17.5 ml. Le bottiglie devono essere sterilizzate, magari passale in forno a 125° per 5 minuti. Riempi le bottiglie, chiudile con dei tappi in metallo, avvolgile in fogli di giornale, e riponile in una pentola con acqua fredda. Porta il tutto a ebollizione per 15 minuti; con questo hai sterilizzato il prodotto che puoi anche conservare.
4. Lascia raffreddare qualche ora, o meglio il giorno dopo, queste sono pronte per essere riposte; mettile in un luogo asciutto e al riparo dalla luce. Puoi consumare il prodotto nell’arco di un anno, o se preferisci puoi consumarlo subito. Se vuoi un prodotto più amabile, aggiungi 1 cucchiaio di zucchero per litro di succo.
Cosa serve: uva
pentola
bottigliette e tappi
colino
La mia via
Da tempo comincio la nuova settimana traendo un bilancio circa l’andamento del mio diabete tramite la media dei valori della glicemia, ed è già più di un mese che questi viaggiano a gonfie vele ovvero su cifre “normali” per un diabetico di tipo 1. Il risultato che mi esalta ancor più è l’aver portato a casa nei giorni scorsi una media pari a 130 mg/dl senza alcuna ipoglicemia e iperglicemia nonostante avessi, sotto il profilo emotivo, tutto l’impegno e concentrazione legati al perdurare del ricovero in ospedale della mia compagna. Probabilmente ha giocato a favore del mantenimento ottimale della “performance” il costante movimento e dispendio d’energie fisiche che, combinate con l’Holter glicemico impiantato e funzionante, hanno reso il controllo del diabete praticamente perfetto. Cosa insegna quanto mi è accaduto e vivo ora? Una cosa molto semplice: a qualsiasi età è possibile rimettere la macchina sulla buona strada gli strumenti ci sono e le conoscenze pure. Alla luce del perdurare dell’ottimo compenso glicemico mai avuto in vita posso fare un’analisi più compiuto del percorso che mi ha portato fin qui: dalla genesi del diabete in me ho avuto per 35 anni la glicemia sempre scompensata, ciò che mi ha aiutato a non arrivare a conseguenze drammatiche con le complicanze patologiche legate alla malattia, è stato uno stile di vita per fortuna sobrio e un’alimentazione contenuta. Comunque la glicemia aveva in me un giorno o due di flussi controllati poi dopo si alterava e restava scompensata con un grande difficoltà a riportarla in argine, e negli ultimi anni di iniezione multiniettiva, prima di passare al microinfusore, il mio stato era 2 a 3. Due sta per i giorni d’equilibrio e tre quelli di alterazione. Un’altalena che, oltre ad essere foriera di problemi, mi portava un frequente nervosismo e instabilità umorale. Quanto racconto è facilmente rileggibile tramite i post presenti nel blog prima del dicembre 2009, fase d’avvio dell’impiego del microinfusore.
La mia strategia vincente che ha portato a conseguire la stabilità del diabete senza rinunce nella vita e a tavola è composta da alcune semplici mosse di regolazione dell’articolazione dell’infusione insulinica dei boli. La prima la chiamo “repressione della rivoluzione glicemica sul nascere”, ovvero quando vedo che la glicemia ad alzarsi oltre la soglia di 190/200 mg/dl intervengo subito con un bolo correttivo di 1,5/2 unità e facendo in questo modo riesco a schiacciare sul nascere la rivolta. La seconda tecnica a fronte di pasti ricchi di carboidrati ma anche di grassi e costituita dall’utilizzo del bolo a onda doppia, ad esempio: 6 unità di insulina in totale di cui 3 infuse subito e le restanti 3 nelle due ore successive in modalità onda quadra, ovvero in modo frazionato; questa modalità fa si che avviene una più lunga copertura del raggio d’azione dell’insulina del pasto in grado di imbrigliare il mascheramento dei grassi, i quali incurvare l’impatto dei carboidrati sulla glicemia solitamente tra le tre e quattro ore successive al pasto. L’ultima e fondamentale tecnica, nel mio caso, è stata quella di aumentare il bolo basale nella fascia oraria tra la mezzanotte e le quattro del mattino da 0,4 a 0,6 unità, in questo modo il cosiddetto effetto alba, l’iperglicemia del risveglio, è un lontano ricordo e l’effetto del compenso glicemico si mantiene per tutto l’arco della giornata.
A conclusione faccio un piccola, grande rivelazione: già nel 1981 durante una degenza in ospedale avevo capito per conto mio come il punto di volta per l’equilibrio glicemico risidesse tra la mezzanotte e le due del mattino, infatti ricordo durante il soggiorno in reparto di essermi fatto verso le 23 due unità supplementari d’insulina rapida e così facendo al mattino arrivavo con una glicemia buona, tra 114 e 150. Solo che allora la paura di poter aver un’ipoglicemia notturna era elevata e con i mezzi dell’epoca non v’era certezza circa lo schiavare il fenomeno, e così abbandonai “la sperimentazione. Ma per fortuna i tempi cambiano…
In forma con lo sformato
| Sformato di lenticchie e spinaci |
- lenticchie – 150 g
- spinaci – 400 g
- limone – n. 1
- alloro – n. 1 foglia
- maggiorana – n. 2 rametti
- olio di mais – n. 2 cucchiai
- maizena – n. 1 cucchiaio
- parmigiano grattugiato – n. 3 cucchiai
- pepe – n. 1 pizzico
- sale – n. 1 pizzico
- - Cuocere le lenticchie in acqua con l´alloro e la maggiorana
- - Scolarle a fine cottura
- - Pulire e lavare accuratamente le foglie di spinaci
- - Cuocerle a vapore, strizzarle leggermente a fine cottura e strizzarle
- - Spremere 1 limone con lo spremiagrumi
- - Accendere il forno a 160°C
- - Sciogliere la maizena in acqua fredda
- - Amalgamare in una zuppiera le lenticchie, gli spinaci, la maizena e il parmigiano, salare e pepare
- - Ungere degli stampi e riempirli con l´amalgama
- - Cuocere a bagnomaria in forno per 30 minuti








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