Galleria Leòn celebra il primo anniversario con la mostra collettiva “CORPUS” a cura di Leonardo IuffridaGalleria Leòn celebra il primo anniversario con la mostra collettiva “CORPUS” a cura di Leonardo Iuffrida

Cinque artisti, un’unica domanda urgente: che cosa racconta oggi il corpo, tra selfie, social e desiderio di autenticità, nella collettiva “Corpus” curata da Leonardo Iuffrida alla Galleria Leòn in via Galliera

In un mondo in cui ci fotografiamo più di quanto ci guardiamo davvero, l’idea di una mostra sul corpo rischia di sembrare l’ennesimo déjà vu. Poi leggi il titolo, Corpus, entri in Galleria Leòn, in via Galliera 42/A a Bologna, e capisci che qui il corpo non è un pretesto estetico, ma un campo di battaglia; un luogo di utopia, resistenza, intimità, legami.

Dal 5 dicembre 2025 al 24 gennaio 2026, in occasione del primo anniversario della galleria, il fondatore e direttore Leonardo Iuffrida cura una collettiva che riunisce cinque artisti legati al percorso del primo anno: Camilla Di Bella Vecchi, Marco Gualdoni, Lulù Withheld, Ettore Moni e Serafino. Fotografia, sguardi, corpi, nudi; ma soprattutto racconti, domande, possibilità.


Il corpo al tempo dei selfie

Viviamo nell’epoca dell’io esibito, luci ring, filtri, feed che scorrono all’infinito. Il corpo è dappertutto, eppure spesso è altrove; lontano dalla nostra esperienza concreta, quasi diluito nei pixel. Corpus nasce proprio per rimettere il corpo al centro di uno spazio fisico, condiviso, dove le immagini non si consumano con uno swipe, ma si abitano con lo sguardo, con il tempo, con il silenzio.

La Galleria Leòn, nel suo primo anno di vita, si è già costruita la reputazione di luogo aperto, plurale, internazionale, con una forte attenzione alla fotografia e alle pratiche che usano il corpo come strumento di espressione e comunicazione. Qui il corpo non è oggetto, ma soggetto; non è solo da guardare, è da ascoltare.


Nuditá come mistero e utopia

Camilla Di Bella Vecchi e Marco Gualdoni

Con Camilla Di Bella Vecchi e Marco Gualdoni entriamo in un mondo quasi sospeso, dove la fotografia dialoga con la memoria della pittura fiamminga. Le loro immagini sembrano arrivare da un altrove; corpi che emergono in una luce precisa, epidermica, capace di scivolare su ogni dettaglio e di togliere gerarchie alle cose.

Qui la nudità non è nostalgia di un passato perduto, ma ponte verso il futuro. È un’utopia gentile: un corpo che non chiede di essere perfetto, ma vero; non chiede di essere approvato, ma compreso. Nell’epoca del ritocco compulsivo, questa fotografia ci ricorda che la pelle è già un racconto sufficiente.


Nuditá come riappropriazione di sé

Lulù Withheld

Con Lulù Withheld, il corpo deve attraversare uno schermo per poter tornare a essere corpo. I nostri giorni scorrono filtrati da display che promettono visibilità e connessione, ma spesso regalano solo distacco; profili levigati, emozioni attenuate, gesti compressi in pochi secondi.

Nei suoi lavori, i corpi fotografati sembrano emergere da un pulviscolo di pixel per reclamare la propria materialità perduta. La nudità diventa allora un gesto politico e intimo insieme: abbattere barriere, recuperare un contatto reale, ricordare che dietro ogni avatar c’è una persona che sente, sbaglia, desidera.


Nuditá come legame e resistenza

Ettore Moni

I ritratti di Ettore Moni sono incontri più che immagini. Non guardi semplicemente le sue fotografie, ci entri dentro, come se ti venisse offerta una sedia invisibile accanto al soggetto ritratto.

Moni esplora identità libere, outsider, non conformiste. Corpi che non chiedono permesso, ma si offrono per quello che sono. In un tempo che tende a uniformare, questi nudi diventano atti di resistenza: modi per rivendicare la propria differenza, ma anche per rivelare un’appartenenza condivisa, un’umanità comune. Ogni scatto è uno specchio; ci rimanda un frammento di noi che avevamo smesso di vedere.


Nuditá come fioritura emotiva

Serafino

Con Serafino (Francesco Esposito) il corpo non è mai da solo: è sempre in dialogo con la natura. Abbracci, gesti, contatti, sguardi, accostati a elementi naturali; un petalo, un ramo, un’erba che si piega al vento.

Qui la nudità non è esposizione, ma fioritura emotiva. Non c’è solo eros; ci sono affetto, cura, tenerezza, delicatezza. L’artista ci invita a ripensare le relazioni come una rete, non come una linea retta; non un’unica strada, ma una trama di possibilità, dove il legame non imprigiona, ma nutre.


Galleria Leòn, un archivio di corpi e storie

Fin dall’ingresso, la Galleria Leòn si presenta come uno spazio con due anime: da un lato un archivio fotografico che raccoglie scatti vernacolari, fotografie trovate dall’Ottocento a oggi, e immagini vintage di grandi autori americani di nudo maschile e cultura queer come Bob Mizer e Bruce of Los Angeles; dall’altro una sezione dedicata alle mostre temporanee, con artisti emergenti e ricerche contemporanee.

È un luogo che guarda al presente senza rinunciare alla memoria; una casa per immagini che non vogliono solo decorare le pareti, ma interrogare chi passa.


Il curatore: Leonardo Iuffrida

Dietro Corpus c’è lo sguardo di Leonardo Iuffrida, storico dell’arte, autore del volume Il nudo maschile nella fotografia e nella moda, formatosi tra Bologna, Modena e Londra; dalla curatela alla scrittura, ha collaborato con editori come Skira e riviste come GQ, Exibart, Artribune.

Questa esperienza emerge chiaramente nella mostra: la nudità non è mai feticcio, è linguaggio critico, strumento di lettura del presente. I corpi non sono spettacolo, sono discorso; una grammatica visiva che ci invita a ripensare identità, desiderio, comunità.


Informazioni pratiche

  • Titolo: Corpus
  • A cura di: Leonardo Iuffrida
  • Dove: Galleria Leòn, Via Galliera 42/A, 40121 Bologna
  • Opening: venerdì 5 dicembre 2025, ore 18.00
  • Date: dal 5 dicembre 2025 al 24 gennaio 2026
  • Orari: da martedì a sabato 10.00–12.30 / 16.00–19.30
    • Lunedì 8 dicembre: 16.00–19.30
    • Domenica 7, 14, 21 dicembre: 16.00–19.30
  • Ingresso: gratuito

Perché vale la pena andarci

Perché Corpus parla di noi, anche quando credevamo di non avere più niente da dire sul corpo. Perché in un tempo di immagini infinite, questa mostra ci ricorda che alcune fotografie meritano di essere vissute dal vivo; guardate da vicino, senza notifiche che interrompono, senza fretta.

È un invito a rallentare, a lasciarsi interrogare dalle forme, dalle luci, dalle pelli, dagli sguardi. A chiederci non solo come mostriamo il nostro corpo agli altri, ma come lo viviamo dentro di noi.

Forse usciremo dalla Galleria Leòn con la stessa faccia di prima, ma con un altro sguardo; un po’ meno filtrato, un po’ più nostro.


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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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