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Dalla genetica all’ambiente obesogeno, ecco perché l’obesità non si cura con la forza di volontà. Serve un cambiamento radicale, non colpevolizzante.

Per decenni ci è stato ripetuto come un mantra, un ritornello monotono da palestra motivazionale: “mangia meno, muoviti di più”. Eppure, questo consiglio, tanto semplice quanto colpevolizzante, si è rivelato fallimentare. Anzi, per molti versi, è un approccio tossico che alimenta più stigma che soluzioni.

L’obesità non è una questione di debolezza morale o di scarsa disciplina. È una condizione medica complessa, cronica, recidivante. È come voler curare una polmonite con un tè caldo e una coperta.

Nel solo Regno Unito, il 26,5% degli adulti e il 22,1% dei bambini tra i 10 e gli 11 anni vive con obesità. Le conseguenze economiche? Spaventose: si parla di 126 miliardi di sterline l’anno tra sanità, perdita di produttività e peggioramento della qualità della vita. E se non si cambia rotta, entro il 2035 si toccheranno i 150 miliardi.

Un sistema alimentare avvelenato

Non lo dice solo la pancia (che cresce), lo dicono anche le menti: esperti, attivisti e persino documenti ufficiali come il National Food Strategy di Henry Dimbleby denunciano un sistema alimentare che “sta avvelenando la popolazione e mandando in bancarotta lo Stato”.

Cibo spazzatura ovunque, porzioni enormi, zuccheri nascosti, pubblicità mirata fin dall’infanzia. E ancora: città progettate per le auto, zero verde, schermi onnipresenti e orari di lavoro che rendono impossibile una vita attiva. Questo è l’ambiente obesogeno in cui viviamo.

Una risposta biologica a un mondo malato

Il peso corporeo non è una colpa. È una risposta fisiologica a un contesto disfunzionale. In molte aree svantaggiate mancano cibi sani, spazi verdi, mezzi pubblici. È più facile trovare una bibita da un euro che un’insalata a buon prezzo.

Le persone non ingrassano perché “non ci provano abbastanza”. Ingrassano perché il contesto le spinge in quella direzione. E chi nasce o vive in povertà ha molte più probabilità di diventare obeso, e meno possibilità di uscirne.

Lo stigma del peso: il danno collaterale

Continuare a raccontare che l’obesità è una questione di “scelte individuali” fa più male che bene. Alimenta una narrativa tossica che vede le persone con obesità come pigre, negligenti, colpevoli. Questo stigma si infiltra ovunque: a scuola, al lavoro, persino nelle strutture sanitarie.

E non è solo una questione di morale. È scienza: lo stigma danneggia la salute mentale, riduce l’accesso alle cure e peggiora gli esiti clinici.

Cambiare paradigma: come dovrebbe essere una buona cura dell’obesità

Serve una rivoluzione culturale e sanitaria. Ecco i quattro pilastri fondamentali:

  1. Riconoscere l’obesità come una malattia cronica
    Come il diabete o la depressione. Non una fase, non un difetto di carattere, ma una condizione a lungo termine che richiede continuità e supporto medico.
  2. Abbattere lo stigma
    Formare medici e operatori, usare un linguaggio rispettoso e centrato sulla persona, garantire cure empatiche e inclusive.
  3. Personalizzare il trattamento
    Ogni corpo ha una storia: la cura deve tener conto di cultura, vissuti, salute mentale. Non basta un piano alimentare standardizzato e una tabella da palestra.
  4. Cambiare il contesto, non solo le persone
    Più alimenti nutrienti accessibili, più parchi, trasporti pubblici efficienti, meno pubblicità tossica. L’ambiente deve facilitare le scelte sane, non ostacolarle.

Oltre il Fitbit e l’insalata

C’è un’enorme differenza tra responsabilità e colpa. È ora di smettere di trattare chi ha obesità come un progetto fallito di forza di volontà. L’obesità è una risposta biologica a uno squilibrio ambientale e sociale.

Se vogliamo davvero migliorare la salute collettiva, salvare risorse pubbliche e ridare dignità a milioni di persone, dobbiamo abbandonare lo slogan “mangia meno, muoviti di più” e abbracciare una visione sistemica, compassionevole, basata sull’evidenza.

Il corpo umano è un’opera complessa, non un problema da risolvere con due righe di consiglio.


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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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