person typing on laptopPhoto by EVG Kowalievska on <a href="https://www.pexels.com/photo/person-typing-on-laptop-1174775/" rel="nofollow">Pexels.com</a>

Uno studio della Tulane University svela il meccanismo invisibile con cui i motori di ricerca e l’intelligenza artificiale, pur essendo neutrali, alimentano le camere di risonanza digitali: tutto parte da come digiti la tua domanda.


Viviamo in un’epoca in cui si cercano risposte rapide ma si trovano conferme. L’illusione di apertura mentale è spesso un filtro che ci riporta sempre alla stessa verità: la nostra. A ricordarcelo è uno studio recente della Tulane University pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, che ci mostra come, senza volerlo, contribuiamo noi stessi a rinforzare i nostri pregiudizi ogni volta che effettuiamo una ricerca su Google o interroghiamo strumenti come ChatGPT.

La premessa è tanto semplice quanto inquietante: anche i motori di ricerca più neutri sono vittime delle nostre intenzioni inconsce. Quando cerchiamo “i benefici della caffeina” piuttosto che “i rischi della caffeina”, l’algoritmo — obbediente — ci mostra il mondo che vogliamo vedere, non quello che dovremmo conoscere. E in quell’angolo luminoso di Internet in cui tutto sembra su misura per noi, perdiamo il confronto con l’altro. Così nascono, e prosperano, le camere di risonanza.

La trappola della pertinenza

Nel dettaglio, lo studio ha coinvolto oltre 10.000 persone in 21 esperimenti diversi. Gli argomenti? Dalla caffeina all’energia nucleare, dalla criminalità al COVID-19. In ogni caso, i partecipanti mostravano una sorprendente coerenza tra le loro convinzioni preesistenti e i termini scelti per la ricerca. Anche quando non volevano confermare il loro punto di vista, finivano per farlo. Solo meno del 10% ha dichiarato di averlo fatto deliberatamente.

La spiegazione? Gli algoritmi. Essi non interpretano il contesto né mettono in discussione le tue intenzioni: sono progettati per restituire il risultato più pertinente, non quello più equilibrato. Di conseguenza, se cerchi “prove che il nucleare è sicuro”, troverai articoli a favore del nucleare. E se digiti “pericoli dell’energia nucleare”, ti verranno servite pagine che ne evidenziano i rischi.

Il ruolo (paradossale) dell’intelligenza artificiale

Anche ChatGPT, che pur tenta una narrazione più bilanciata, non sfugge a questo meccanismo. Le risposte fornite tendono comunque ad adattarsi all’impronta della domanda. Se l’input è già orientato, l’output — sebbene articolato — ne porta il marchio. Il risultato? Un utente che si sente più informato, ma che in realtà ha solo consolidato il proprio punto di vista.

Il meccanismo è sottile e silenzioso. Non c’è censura, né manipolazione palese. Ma c’è un’omissione importante: la mancanza dell’altro punto di vista, della possibilità che esista una verità diversa, magari scomoda, forse più vicina alla realtà.

Cercare è scegliere: come rompere la bolla?

I ricercatori hanno testato vari modi per aiutare gli utenti a uscire da questa dinamica. Suggerire di cercare prospettive alternative? Inutile. Invitare a consultare più fonti? Scarso impatto. Solo un intervento ha funzionato: modificare l’algoritmo per restituire automaticamente una gamma di opinioni diverse, a prescindere dalla query digitata.

In uno degli esperimenti più riusciti, i partecipanti sono stati esposti a una selezione bilanciata di articoli sui pro e contro della caffeina. Alla fine, le loro opinioni si sono rivelate più moderate e la propensione a cambiare comportamento è aumentata sensibilmente. E, sorpresa: i contenuti più ampi sono stati valutati altrettanto utili di quelli mirati. Non solo: la maggior parte delle persone ha espresso interesse nell’usare una funzione chiamata “Cerca in modo ampio” — una sorta di anti “Mi sento fortunato” — pensata per mostrare attivamente punti di vista opposti.

Il design come antidoto alla polarizzazione

Il messaggio dello studio è chiaro: la polarizzazione digitale non è inevitabile. Ma uscire dal proprio tunnel cognitivo richiede strumenti progettati con questa intenzione. Non basta sperare che gli utenti cambino da soli. Serve un cambio di paradigma nella progettazione degli strumenti di ricerca: algoritmi meno compiacenti, più critici; motori di ricerca che non diano solo “ciò che vogliamo”, ma anche “ciò che ci manca”.

Come conclude la professoressa Eugina Leung, autrice principale dello studio:

“L’integrazione di un approccio più ampio alla ricerca online potrebbe ridurre le camere di risonanza per milioni, se non miliardi di utenti. Le nostre scelte progettuali, per quanto invisibili, possono fare la differenza tra una società informata e una società divisa.”

E forse, la vera intelligenza non sta nel trovare la risposta perfetta alla propria domanda, ma nel sapere che esistono anche domande che non abbiamo ancora pensato di porci.


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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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