Più risorse, personale, cure vicine a casa e meno attese: il futuro del SSN si decide nelle scelte politiche. E nella loro capacità di diventare servizi accessibili.Più risorse, personale, cure vicine a casa e meno attese: il futuro del SSN si decide nelle scelte politiche. E nella loro capacità di diventare servizi accessibili.


Nota editoriale: Analisi e proposte aggiornate al 19 ottobre 2026. Le posizioni citate non costituiscono una ricognizione completa dei partiti né programmi definitivi per le prossime elezioni

Il diritto alla salute comincia da un appuntamento

Il futuro della salute italiana non si deciderà soltanto nei grandi discorsi parlamentari. Si deciderà anche davanti a un telefono che squilla per prenotare una visita, nella possibilità di trovare assistenza dopo una dimissione, nel tempo che una famiglia deve sottrarre al lavoro per accompagnare una persona fragile.

La domanda per la prossima legislatura è semplice: il Servizio sanitario nazionale riuscirà a garantire assistenza in base al bisogno, oppure l’accesso dipenderà sempre più dalla possibilità di pagare?

La tesi di questo articolo è che un programma sanitario debba essere giudicato da tre elementi inseparabili: risorse credibili, organizzazione dei servizi e risultati verificabili. Una promessa senza copertura è pubblicità. Una copertura senza personale rischia di restare contabilità.

I numeri da leggere senza propaganda

Il 9° Rapporto GIMBE, presentato il 7 ottobre 2026, segnala che nel 2025 la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie ha raggiunto 42,4 miliardi di euro. Questa cifra non coincide interamente con prestazioni comprate per aggirare le attese: non va trasformata automaticamente in una misura della fuga dal pubblico.

GIMBE quantifica inoltre in 18,8 miliardi i “tagli invisibili” del periodo 2023–2026. Attenzione al significato: si tratta della differenza rispetto a uno scenario che mantiene il finanziamento alla quota di PIL del 2022, non di un’identica somma sottratta nominalmente al Fondo.

È una distinzione decisiva. Un finanziamento può aumentare in euro e risultare comunque insufficiente rispetto a prezzi, bisogni e capacità produttiva del Paese. Per valutare una politica servono più indicatori, non quello che funziona meglio nel titolo di un comunicato. [1]

Anche la rinuncia alle prestazioni richiede precisione: l’indicatore ISTAT riguarda visite specialistiche ed esami diagnostici ai quali le persone dichiarano di aver rinunciato pur avendone bisogno. Non equivale alla rinuncia a tutte le cure e non certifica, da solo, l’appropriatezza clinica di ogni prestazione richiesta. [2]

Due impostazioni politiche, una prova comune

Nella risposta al Senato del 30 aprile 2026, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha rivendicato un Fondo sanitario nazionale di 142,9 miliardi per il 2026, rispetto ai circa 125 miliardi del 2022. Ha indicato una crescita graduale e sostenibile, compatibile con gli equilibri di finanza pubblica. È la posizione espressa dal Governo: aumentare le risorse entro i vincoli di bilancio. [3]

Il documento pubblicato dal Partito Democratico il 30 settembre 2026 propone invece di portare la spesa sanitaria al 7–7,5% del PIL, presentando questo obiettivo come impegno prioritario per la coalizione progressista. È una proposta politica, non uno stanziamento già disponibile. [4]

Le due posizioni non esauriscono il panorama politico. E Fondo sanitario e spesa sanitaria non sono grandezze perfettamente sovrapponibili: confrontare una cifra assoluta con una percentuale, senza chiarire il perimetro, può confondere.

La verifica da applicare a chiunque chieda il voto resta identica: quanti soldi aggiuntivi, da quali entrate o riallocazioni, in quanti anni e per ottenere quali servizi? Anche un obiettivo ambizioso deve spiegare come verrà finanziato; anche la prudenza contabile deve rendere conto dei bisogni lasciati scoperti.

Il personale viene prima delle inaugurazioni

La proposta qui avanzata è mettere il lavoro sanitario al centro di un patto di legislatura. Non basta finanziare posti teorici: occorre rendere attrattivo occuparli e sostenibile restarci.

Retribuzioni, turni, sicurezza, formazione e possibilità di crescita vanno trattati insieme. Medici, infermieri, tecnici e professionisti della riabilitazione non sono caselle intercambiabili. Una struttura funziona quando le competenze necessarie sono presenti e coordinate.

Ogni piano dovrebbe quindi pubblicare fabbisogni, assunzioni effettive e permanenza del personale, distinguendo professioni e territori. Inaugurare un ambulatorio è un evento; tenerlo aperto è una politica pubblica. Il nastro tagliato, purtroppo, non visita nessuno.

Liste d’attesa: misurare il percorso reale

Il Ministero della Salute indica l’adozione del Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2026–2028 con decreto del 26 giugno 2026 e la disponibilità della piattaforma nazionale presso AGENAS. Sono strumenti da valutare nell’attuazione, non prove automatiche che il problema sia risolto. [5]

Per la prossima legislatura propongo un criterio più vicino all’esperienza delle persone: misurare quanto passa dalla richiesta appropriata alla prestazione effettivamente eseguita, distinguendo priorità cliniche e territori. E rendere visibili anche le richieste che non trovano posto, non soltanto le prenotazioni riuscite.

Aumentare l’offerta può servire, ma occorre anche evitare duplicazioni e organizzare i controlli successivi. Chi esce da una visita con una prescrizione di follow-up non dovrebbe ricominciare ogni volta la caccia al tesoro.

Cure vicine a casa, soprattutto dopo il PNRR

Le Case della Comunità devono essere giudicate per ciò che offrono. AGENAS ha pubblicato indicazioni sulle équipe multiprofessionali e sulla partecipazione di pazienti e cittadini: l’impostazione territoriale richiede collaborazione, non soltanto spazi. [6]

La scelta politica riguarda il funzionamento quotidiano: orari, personale, collegamenti con specialisti e ospedali, assistenza domiciliare e integrazione con i servizi sociali.

Per una persona con diabete, più malattie croniche o disabilità, la qualità del sistema si vede nella continuità: controlli coordinati, accesso alle terapie, informazioni condivise e un riferimento riconoscibile quando qualcosa cambia. La famiglia deve essere coinvolta, senza diventare il sostituto gratuito di un servizio assente.

Pubblico e privato: contano le regole

La mia proposta è valutare ogni acquisto di prestazioni da strutture accreditate in base al contributo agli obiettivi pubblici: bisogni coperti, qualità, tempi, costi e continuità assistenziale. La proprietà della struttura, da sola, non racconta tutto il percorso del paziente.

La politica deve chiarire anche quale ruolo assegna a fondi e assicurazioni. Se diventano una condizione pratica per ottenere tempestivamente prestazioni essenziali, l’universalismo perde sostanza. È un rischio da misurare, senza confondere ogni forma di assistenza integrativa con lo smantellamento del SSN.

Un programma che restituisca tempo alle persone

L’angolo spesso trascurato è il tempo del paziente: telefonate, viaggi, documenti ripetuti, giornate perse. Propongo di affiancarlo agli indicatori clinici ed economici, ascoltando anche chi incontra ostacoli digitali, linguistici o di mobilità.

Una strategia completa deve inoltre dare spazio a prevenzione, salute mentale, riabilitazione e non autosufficienza. La tecnologia dovrebbe aiutare a coordinare questi percorsi, mantenendo alternative accessibili a chi non usa strumenti digitali.

Ai partiti chiederei un patto verificabile: obiettivi annuali, coperture pluriennali, responsabilità esplicite e risultati pubblici, confrontabili tra territori. Meno formule solenni, più possibilità di controllare ciò che accade.

Il futuro del SSN si misurerà anche così: nella distanza tra un diritto dichiarato e una porta che finalmente si apre.

In sintesi
Il confronto politico deve distinguere aumenti nominali, risorse reali e obiettivi di spesa. Le priorità proposte sono personale stabile, attese misurate sul percorso del paziente, assistenza territoriale operativa e regole trasparenti per il rapporto pubblico-privato. La prova decisiva è l’accesso effettivo, indipendentemente da reddito e residenza.

Fonti e documenti

  1. Fondazione GIMBE, 9° Rapporto sul SSN, 7 ottobre 2026. Analisi indipendente di politiche sanitarie; il sito presenta sintesi e accesso al rapporto.
  2. ISTAT, memoria istituzionale sull’accesso alle prestazioni sanitarie, pubblicata dal Senato.
  3. Senato, resoconto della seduta del 30 aprile 2026. Fonte diretta della posizione del ministro.
  4. Partito Democratico, “Per il diritto alla salute, per la sanità pubblica”, 30 settembre 2026. Documento politico di parte, utilizzato per attribuire la proposta.
  5. Ministero della Salute, liste di attesa.
  6. AGENAS, assistenza territoriale e monitoraggio DM 77; partecipazione nelle Case della Comunità.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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