Soffice, leggero, punteggiato di piccoli crateri che trattengono miele e burro, il baghrir è una delle ricette più affascinanti della tradizione nordafricana. Ecco cos’è, come si prepara e perché conquista al primo morso. (Food & Wine)

La ricetta del giorno: Baghrir

Ci sono ricette che arrivano in tavola in punta di piedi e poi restano lì, nella memoria, come fanno i profumi buoni dell’infanzia. Il baghrir è una di queste. A prima vista sembra un pancake delicato, quasi timido. Poi lo guardi meglio e capisci che ha qualcosa di speciale: una superficie costellata di piccoli fori, come una spugna gentile pronta a raccogliere miele, burro fuso, sciroppi, marmellate, persino la nostalgia di una colazione fatta con calma. Non è un vezzo estetico, è la sua firma. (Food & Wine)

Conosciuto anche come beghrir, il baghrir appartiene alla tradizione gastronomica del Maghreb ed è particolarmente amato in Marocco e Algeria. È preparato con un impasto a base di semola, acqua, lievito e pochi altri ingredienti essenziali. La sua caratteristica più nota è proprio quella trama a nido d’ape che si forma in cottura grazie alle bolle dell’impasto lievitato. In molte versioni tradizionali viene cotto su un solo lato, dettaglio che gli regala una consistenza soffice, umida e ariosa, molto diversa dal pancake all’americana, più spesso e più compatto. (Food & Wine)

Il bello del baghrir è che racconta una cucina antica, domestica, concreta. Una cucina che non ha bisogno di fuochi d’artificio per farsi amare. Bastano semola fine, un po’ di farina, lievito secco, lievito per dolci, sale, acqua tiepida e, a piacere, un tocco di zucchero. Alcune ricette lo servono con la combinazione più classica e irresistibile, miele e burro fuso, che scivolano nei fori come pioggia su un campo assetato. È il genere di semplicità che mette tutti d’accordo, e già questo, nel caos gastronomico contemporaneo, vale un applauso. (The Mediterranean Dish)

Ingredienti per una versione casalinga

Per portare il baghrir nella cucina di casa si può partire da una base molto lineare: semola fine, poca farina bianca, lievito secco, lievito per dolci, sale e acqua tiepida. Una delle formulazioni più diffuse usa circa 2 tazze di semola fine, 1/4 di tazza di farina, 2 cucchiaini e un quarto di lievito secco, 1 cucchiaino di lievito per dolci, mezzo cucchiaino di sale e circa 2 tazze e 3/4 di acqua tiepida. Per servire, burro fuso e miele restano il matrimonio più celebrato. (The Mediterranean Dish)

Come si prepara

Il procedimento ha qualcosa di rassicurante, quasi musicale. Si frullano o si mescolano bene gli ingredienti fino a ottenere una pastella fluida e omogenea. Poi si lascia riposare il composto finché non diventa vivo, leggermente gonfio, pieno di minuscoli segnali di fermentazione. A quel punto si versa un mestolino in una padella antiaderente calda, senza allargare troppo l’impasto con gesti nervosi. Fa tutto lui. Dopo pochi istanti, la superficie comincia a punteggiarsi di bollicine che si aprono una dopo l’altra. È il momento in cui il baghrir smette di essere una pastella e diventa spettacolo domestico. E no, di norma non si gira: cuoce da un solo lato. (The Spruce Eats)

Il segreto della riuscita sta proprio nella consistenza della pastella. Se è troppo densa, i fori faticano a comparire. Se è troppo liquida, il risultato perde struttura. Serve equilibrio, quello antico delle ricette nate prima dei tutorial, quando si imparava guardando le mani di chi ne sapeva più di noi. Una volta pronti, i baghrir vanno adagiati senza sovrapporli subito, così non si attaccano. Poi si condiscono e si servono caldi. A quel punto la dieta, molto dignitosamente, può attendere cinque minuti. (The Spruce Eats)

Perché il baghrir piace così tanto

Piace perché è accogliente. Piace perché ha una dolcezza misurata, mai invadente. Piace perché è versatile, da colazione, da merenda, da tavola condivisa. In diversi contesti culturali è presente anche durante il Ramadan e in occasioni familiari o festive, segno che non è solo una ricetta ma un piccolo rito conviviale. E questa è forse la sua forza più grande: il baghrir non ostenta, ospita. (Pâtisserie GATÔ)

Dal punto di vista editoriale, è anche una ricetta perfetta per il presente. È bella da fotografare, semplice da spiegare, curiosa da raccontare e abbastanza diversa dalle solite colazioni da social per suscitare attenzione autentica. Ma il suo fascino non nasce dall’effetto novità. Nasce dal fatto che porta con sé una storia, una geografia, un gesto tramandato. In un tempo che corre, il baghrir invita a fermarsi. A versare, attendere, osservare, gustare. Che poi, a ben vedere, è quello che le ricette migliori hanno sempre fatto.

FAQ rapide

Che cos’è il baghrir?
È un pancake tradizionale del Maghreb, diffuso soprattutto in Marocco e Algeria, preparato con una pastella lievitata a base di semola e noto per i suoi caratteristici fori in superficie. (Food & Wine)

Perché il baghrir ha i buchi?
I fori si formano grazie alle bolle prodotte dall’impasto lievitato, che emergono e si rompono durante la cottura. (The Spruce Eats)

Il baghrir si gira in padella?
Nella preparazione più comune no, viene cotto su un solo lato. (The Spruce Eats)

Come si serve tradizionalmente?
Molto spesso con miele e burro fuso, che vengono assorbiti dalla sua superficie spugnosa. (Food & Wine)


Ingredienti per preparare il baghrir in casa

Per una versione casalinga semplice e accessibile servono:

  • 250 g di semola fine
  • 60 g di farina 00
  • 1 cucchiaino di zucchero
  • 1 pizzico di sale
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci
  • 1 cucchiaino di lievito di birra secco
  • circa 500 ml di acqua tiepida

Per servire:

  • miele
  • burro fuso

Gli ingredienti, come spesso accade nelle ricette tradizionali, sono pochi e ben riconoscibili. Nessuna acrobazia da laboratorio, nessun ingrediente impronunciabile. Solo cose serie, come si è sempre fatto nelle cucine che sapevano dare molto partendo da poco.


Come si prepara il baghrir

La preparazione è lineare e alla portata di tutti.

Si uniscono in una ciotola, oppure direttamente nel frullatore, la semola fine, la farina, lo zucchero, il sale, il lievito per dolci e il lievito di birra secco. Si aggiunge l’acqua tiepida e si lavora il tutto fino a ottenere una pastella liscia, fluida e senza grumi.

A questo punto l’impasto va lasciato riposare per circa 20, 30 minuti. È una pausa necessaria, perché il lievito cominci il suo lavoro e la pastella acquisti quella vitalità che poi si vedrà in cottura.

Si scalda una padella antiaderente, senza ungerla troppo, e si versa un mestolino di composto al centro. Non occorre distribuire l’impasto con il dorso del cucchiaio come si farebbe con una crêpe. Il baghrir si sistema da solo. E qui arriva il bello: nel giro di pochi secondi la superficie comincerà a riempirsi di bollicine, poi di piccoli fori, poi di meraviglia.

Il baghrir non si gira. Cuoce da un solo lato, finché la superficie non risulta asciutta ma ancora morbida. Una volta pronto, si mette su un piatto e si continua con il resto della pastella.

Il tocco finale è il più classico, miele e burro fuso. E qui, diciamolo con rispetto per ogni dieta, resistere diventa una disciplina olimpica.


Come si mangia il baghrir

Tradizionalmente si gusta caldo, condito con miele e burro fuso. Ma può essere servito anche con marmellate, creme delicate o semplicemente con una spolverata di zucchero, se si preferisce un risultato più asciutto.

È perfetto a colazione, perché è soffice e appagante. È ottimo a merenda, perché ha una dolcezza garbata. È ideale quando si vuole portare in tavola qualcosa di diverso senza complicarsi la vita. In pratica, è una ricetta che fa bella figura senza fare la preziosa.


Hashtag
#Baghrir #RicettaDelGiorno #CucinaMarocchina #FoodCulture

...

Scopri di più da Lambertini, esperienza vissuta, salute, scrittura e visioni sul presente

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

Rispondi

Link.