Meccanici, insegnanti, ricercatori, operatori sanitari da una parte. Manager, dirigenti, intermediari e superstar dall’altra. Una discussione virale sui mestieri sovra e sottopagati solleva una domanda molto più seria: lo stipendio misura davvero l’utilità di ciò che facciamo?
Estratto: C’è chi ripara autobus, assiste anziani, insegna ai bambini o lavora in laboratorio e fatica ad arrivare a fine mese. E c’è chi guadagna cifre astronomiche partecipando a riunioni, intermediando vendite o amministrando organizzazioni. Sui social la gente ha iniziato a fare nomi e cognomi delle professioni ritenute scandalosamente pagate troppo o troppo poco. Dietro lo sfogo, però, si nasconde una domanda antica: quanto vale davvero un lavoro?
Il grande processo popolare agli stipendi
Ogni tanto Internet smette di litigare sulle zucchine nella carbonara e affronta una questione seria.
Una raccolta pubblicata da BuzzFeed il 14 agosto 2026, nata da discussioni su Reddit e dai contributi dei lettori, ha messo insieme decine di professioni considerate incredibilmente sottopagate oppure inspiegabilmente sovrapagate.
Tra quelle indicate come sottopagate compaiono meccanici, insegnanti, operatori dell’infanzia, tecnici veterinari, assistenti sanitari, assistenti sociali, ricercatori universitari, tecnici di farmacia e lavoratori addetti alla manutenzione. Tra quelle giudicate sovrapagate vengono invece citati alcuni dirigenti, amministratori universitari, agenti immobiliari, intermediari finanziari, manager sanitari, grandi dirigenti aziendali e sportivi professionisti.
Naturalmente siamo nel territorio delle testimonianze e delle percezioni, non in quello di un’indagine statistica.
Ma proprio per questo la discussione è interessante.
Perché quando migliaia di persone arrivano spontaneamente alla medesima impressione, significa almeno che esiste una frattura crescente fra quanto riteniamo socialmente utile un lavoro e quanto il mercato è disposto a pagarlo.
Ed è qui che la faccenda diventa meno divertente.
Il paradosso: chi serve di più spesso guadagna di meno
Immaginiamo per un momento che domani mattina spariscano tutti gli addetti alle pulizie degli ospedali.
Ce ne accorgeremmo entro qualche ora.
Facciamo sparire gli operatori socio-sanitari. Gli infermieri. Gli autisti degli autobus. I manutentori. Gli insegnanti.
Il problema diventerebbe evidente molto rapidamente.
Facciamo invece scomparire per tre giorni qualche consulente specializzato nel preparare presentazioni PowerPoint sul miglioramento strategico dei processi strategici.
Probabilmente la civiltà occidentale riuscirebbe comunque ad arrivare a venerdì.
Eppure il mercato del lavoro non distribuisce gli stipendi sulla base dell’utilità sociale.
Li distribuisce soprattutto sulla base di altri fattori: scarsità delle competenze, capacità di generare direttamente ricavi, potere contrattuale, responsabilità economica, sostituibilità del lavoratore, disponibilità di capitale e struttura del settore.
È una distinzione fondamentale.
Il prezzo di un lavoro non coincide necessariamente con il suo valore sociale.
Perché un calciatore può guadagnare più di mille infermieri
L’esempio classico è quello degli sportivi professionisti.
A prima vista sembra assurdo che un campione possa guadagnare milioni mentre chi salva vite riceve una frazione infinitesimale di quella somma.
Ma economicamente il fenomeno ha una spiegazione.
Un grande atleta può essere seguito contemporaneamente da milioni di persone. Televisione, diritti sportivi, sponsor, merchandising e pubblicità permettono quindi di monetizzare la sua prestazione su una scala enorme.
Un infermiere, invece, può assistere soltanto un numero limitato di pazienti.
Il mercato remunera la scalabilità economica, non la nobiltà del gesto.
La stessa logica vale per attori, cantanti, influencer e amministratori di grandi aziende.
Questo spiega il fenomeno.
Non significa necessariamente che lo renda giusto.
Il vero problema sono i lavori indispensabili ma invisibili
La parte più interessante delle testimonianze raccolte online riguarda infatti i mestieri che mantengono materialmente in funzione la società.
Un meccanico ripara ambulanze, autobus e mezzi di trasporto. Un tecnico di farmacia gestisce medicinali e pazienti spesso esasperati. Gli addetti alle pulizie mantengono utilizzabili scuole, ospedali e uffici. Gli operatori dell’assistenza si occupano ogni giorno di persone fragili.
Eppure sono professioni che spesso hanno poco potere negoziale.
È uno dei meccanismi meno intuitivi dell’economia del lavoro: essere indispensabili non significa automaticamente essere difficili da sostituire agli occhi del datore di lavoro.
Ed è proprio la sostituibilità a comprimere molti salari.
Poi arrivano stress, turni, responsabilità, rischi fisici, lavoro emotivo. Tutte componenti difficili da infilare in una busta paga.
E in Italia il discorso diventa ancora più delicato
Qui la discussione americana sui mestieri pagati troppo o troppo poco incontra una realtà italiana tutt’altro che rassicurante.
A giugno 2026 le retribuzioni contrattuali orarie italiane risultavano cresciute del 2,4% rispetto a giugno 2025, secondo Istat.
Buona notizia?
Solo in parte.
L’OCSE osserva infatti che nel primo trimestre 2026 i salari reali italiani erano ancora oltre il 2% inferiori ai livelli del primo trimestre 2021, prima della grande fiammata inflazionistica successiva alla pandemia.
E le prospettive restano fragili: secondo l’Employment Outlook 2026 dell’OCSE, i salari reali italiani potrebbero diminuire dello 0,9% nel 2026, per poi recuperare appena lo 0,2% nel 2027, nello scenario economico considerato dall’organizzazione.
Tradotto dal burocratese economico: gli stipendi possono aumentare sulla carta e contemporaneamente non farci sentire significativamente più ricchi.
Il supermercato, come noto, non accetta percentuali Istat alla cassa.
Quando lo stipendio dipende da quanto sai negoziare
C’è poi un particolare delle testimonianze online che dovrebbe far riflettere.
Una lavoratrice racconta che in un asilo riceveva una paga superiore a quella di una collega laureata in educazione della prima infanzia semplicemente perché, durante il colloquio, aveva chiesto di più.
È un dettaglio minuscolo che racconta un fenomeno enorme.
Non sempre veniamo pagati per ciò che sappiamo fare.
A volte veniamo pagati per quanto bene sappiamo negoziare ciò che sappiamo fare.
Chi cambia spesso azienda può ottenere aumenti maggiori. Chi dispone di informazioni sugli stipendi dei colleghi può negoziare meglio. Chi ha alternative può permettersi di dire no.
Chi invece svolge lavori vocazionali, assistenziali o educativi rischia paradossalmente di essere penalizzato proprio dalla propria dedizione.
Perché il sistema sa che difficilmente un insegnante dirà: “Da lunedì non mi interessa più educare i bambini”.
La vocazione può diventare una forma involontaria di sconto salariale.
Il misterioso valore delle riunioni
Sul fronte opposto troviamo una delle figure più bersagliate nelle discussioni online: il manager.
Qui bisogna evitare caricature.
Un bravo dirigente può prendere decisioni che valgono milioni, organizzare centinaia di persone, assumersi responsabilità enormi e impedire a un’azienda di finire contro un muro a duecento all’ora.
Merita quindi una retribuzione elevata.
Il problema nasce quando nelle organizzazioni cresce una burocrazia manageriale nella quale diventa difficile capire chi decida cosa, chi produca valore e chi semplicemente organizzi la riunione preparatoria della riunione nella quale verrà stabilita la data della riunione definitiva.
Quando accade, la percezione di ingiustizia salariale esplode.
Soprattutto se chi sta in prima linea vede stipendi molto più bassi sopra la propria testa.
Forse abbiamo confuso il prezzo con il valore
C’era un tempo, non necessariamente migliore ma certamente più semplice, nel quale il mestiere era anche identità.
Il falegname faceva mobili. Il muratore costruiva case. Il medico curava. Il maestro insegnava.
Il risultato del lavoro era visibile.
Oggi una parte crescente dell’economia produce invece servizi, informazioni, consulenze, piattaforme, finanza e intermediazione.
Il valore diventa più difficile da vedere.
E quando non vediamo più chiaramente ciò che una persona produce, tendiamo inevitabilmente a domandarci perché guadagni tanto.
La risposta del mercato è brutale: perché qualcuno è disposto a pagarlo.
Ma una società non può fermarsi qui.
Perché esistono attività che il mercato tende strutturalmente a remunerare poco pur essendo essenziali al funzionamento collettivo.
Educazione, assistenza, ricerca, prevenzione sanitaria, manutenzione e cura sono fra queste.
Ed è precisamente qui che entrano in gioco contrattazione collettiva, politiche pubbliche, welfare e riconoscimento professionale.
Il problema non è che qualcuno guadagni molto
Bisogna anche evitare il moralismo salariale.
Non c’è nulla di scandaloso nel fatto che una persona guadagni molto se genera valore, assume rischi, possiede competenze rare o crea ricchezza.
Il problema nasce quando l’altra metà dell’equazione smette di funzionare.
Quando cioè un lavoro necessario alla società non consente più una vita economicamente dignitosa.
L’OCSE segnala che, nonostante una ripresa generalizzata, la crescita dei salari reali ha rallentato nel 2026 e circa un terzo dei Paesi analizzati non aveva ancora recuperato i livelli reali del 2021.
E allora forse la domanda sbagliata è:
“Chi guadagna troppo?”
Quella più importante potrebbe essere:
“Perché chi svolge alcuni dei lavori di cui non possiamo fare a meno continua a guadagnare così poco?”
Questa sì che è una domanda allarmante.
Perché una società può sopportare qualche stipendio esagerato.
Fa molta più fatica a sopravvivere quando insegnanti, operatori sanitari, ricercatori, artigiani, assistenti, manutentori e lavoratori qualificati iniziano a concludere che fare bene il proprio mestiere semplicemente non conviene più.
E quando succede, prima o poi il conto arriva.
Solo che non compare nella busta paga.
Arriva nella scuola che non trova insegnanti, nell’ospedale senza personale, nell’officina che chiude, nel laboratorio dal quale il ricercatore se ne va.
Ed è allora che scopriamo, tardivamente, quanto valevano davvero quelle persone.
Infine
La discussione sui lavori pagati troppo o troppo poco può sembrare il solito passatempo da social network, ma mette il dito in una questione economica molto seria. Il mercato remunera scarsità, potere contrattuale e capacità di produrre ricavi, non necessariamente utilità sociale, fatica o responsabilità umana.
Per questo alcuni lavori indispensabili restano relativamente malpagati mentre altre professioni possono raggiungere compensi enormi.
La soluzione non consiste nel pretendere che tutti guadagnino uguale. Consiste nel recuperare una vecchia idea che forse abbiamo archiviato troppo in fretta: chi lavora bene, svolge un mestiere necessario e si assume responsabilità dovrebbe poter vivere dignitosamente del proprio lavoro.
Sembra rivoluzionario.
Una volta si chiamava semplicemente buon senso.
Fonti principali: BuzzFeed, raccolta delle testimonianze sulle professioni sottopagate e sovrapagate, 14 agosto 2026. Istat, Retribuzioni contrattuali aprile-giugno 2026. OECD Employment Outlook 2026.
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