Gabriella Gobbi, MD, PhD, Università McGill, Canada. CREDITO Gabriella Gobbi, MD, PhDGabriella Gobbi, MD, PhD, Università McGill, Canada. CREDITO Gabriella Gobbi, MD, PhD

In una intervista pubblicata da Brain Medicine, la psichiatra e neuroscienziata della McGill University denuncia un nodo scomodo: non sempre vincono le terapie migliori, spesso vincono quelle più redditizie.

Gabriella Gobbi e la domanda che brucia sotto il camice

C’è una frase che resta addosso come il freddo all’uscita di un ospedale, non fa rumore, ma cambia il modo in cui guardi tutto il resto. La Dott.ssa Gabriella Gobbi, professoressa di Psichiatria alla McGill University, titolare della Canada Research Chair in Therapeutics for Mental Health e President Elect del CINP, lo dice senza giri di parole: il problema più grande nello sviluppo di nuovi farmaci non è soltanto la difficoltà scientifica, ma un sistema economico che lascia indietro terapie efficaci e accessibili quando non promettono rendimenti abbastanza alti per gli investitori. L’avvertimento compare nel Genomic Press Interview pubblicato il 17 marzo 2026 su Brain Medicine. (EurekAlert!)

Detta così, sembra una provocazione. In realtà è una diagnosi. E come tutte le diagnosi serie, fa male perché tocca il nervo giusto. Gobbi non parla da osservatrice distante, ma da scienziata che ha costruito la propria carriera tenendo insieme laboratorio e clinica, ricerca di base e vita reale dei pazienti. Alla McGill guida la Neurobiological Psychiatry Unit e lavora anche nella Mood Disorder Clinic del McGill University Health Centre, incarnando proprio quel passaggio “dal banco di laboratorio al letto del paziente” che troppo spesso, in medicina, resta più uno slogan che un percorso lineare. (McGill University)

Il punto centrale, chi decide davvero quali cure vedremo

La questione sollevata da Gobbi è semplice da capire e difficile da ignorare. Se una terapia è promettente ma poco redditizia, rischia di fermarsi. Se invece un trattamento intercetta bene i meccanismi del capitale, trova più facilmente la strada per lo sviluppo, la sperimentazione, la distribuzione. Non è una favola nera, è il lato meno poetico dell’innovazione biomedica: la scienza può aprire la porta, ma spesso è la finanza a decidere chi passa. L’intervista rilanciata da Genomic Press presenta proprio questo squilibrio come una minaccia strutturale alla scoperta di nuovi farmaci, in particolare nell’area della salute mentale. (EurekAlert!)

Tradotto per il pubblico, il messaggio è netto: non sempre i pazienti ricevono prima ciò che funziona meglio, ricevono più facilmente ciò che riesce a sopravvivere dentro un ecosistema dove costi, brevetti, ritorni economici e appetibilità per gli investitori contano quanto, o talvolta più, dell’utilità clinica. È uno di quei casi in cui la medicina incontra il mercato e il mercato, da buon ragioniere, non si commuove. (EurekAlert!)

Chi è Gabriella Gobbi, una carriera tra Italia e Canada

La storia professionale di Gobbi ha radici italiane e respiro internazionale. Ha conseguito la laurea in Medicina e la specializzazione in Psichiatria e Psicoterapia all’Università Cattolica di Roma, ha completato il dottorato in Neuroscienze all’Università di Cagliari e ha poi concluso il post dottorato alla McGill University nel 2001. Oggi è una figura di primo piano nella neuropsicofarmacologia internazionale, al punto da ricoprire il ruolo di President Elect del Collegium Internationale of Neuropsychopharmacology. (McGill University)

La sua traiettoria personale, dall’Italia centrale alla Sardegna fino a Montréal, conta anche simbolicamente. Non è solo la storia di una carriera di successo, è il percorso di una ricercatrice che ha attraversato sistemi diversi, culture accademiche diverse, e che proprio per questo coglie con precisione chirurgica dove il modello attuale si inceppa. L’intervista in Brain Medicine restituisce il profilo di una scienziata che non ha smesso di farsi domande cliniche concrete, quelle che nascono davanti a un paziente e non davanti a un grafico da presentare a un fondo di investimento. (EurekAlert!)

Le ricerche che hanno lasciato il segno

Il nome di Gabriella Gobbi è legato a contributi importanti nella comprensione del rapporto tra cannabis, cervello e salute mentale. Una delle sue pubblicazioni più note è la meta analisi apparsa su JAMA Psychiatry nel 2019, che ha esaminato 11 studi longitudinali per un totale di 23.317 individui. Il risultato, in sintesi, è che il consumo di cannabis in adolescenza è stato associato a un aumento del rischio di depressione e comportamento suicidario nella giovane età adulta, mentre non è emersa un’associazione significativa con l’ansia. (McGill University)

Non è un dettaglio marginale. In anni in cui il dibattito pubblico sulla cannabis è stato spesso schiacciato tra slogan contrapposti, Gobbi ha portato dentro la discussione un elemento che pesa: la necessità di distinguere tra percezioni culturali, mode politiche e dati longitudinali. La scienza, quando è buona, ha questo vizio meraviglioso, non si accontenta delle semplificazioni. (McGill University)

Il suo lavoro ha toccato anche i meccanismi dei recettori della melatonina. Fonti McGill attribuiscono al suo laboratorio la scoperta e la brevettazione di agonisti selettivi dei recettori MT1 e MT2, studiati per dolore, insonnia e ansia. Un filone che mostra bene la cifra del suo approccio, cercare bersagli biologici concreti, traducibili in trattamenti reali, non soltanto eleganti sulla carta. (McGill University)

Più di recente, la sua attività scientifica ha incrociato anche la medicina psichedelica. Le pubblicazioni indicizzate dalla McGill University la mostrano tra le autrici di lavori dedicati ai meccanismi neuroplastici, immunomodulatori e neurotrasmettitoriali degli psichedelici, oltre che a un approccio integrativo alla ricerca e alla pratica in questo ambito. Anche qui, il punto non è inseguire la parola di moda del momento, ma capire quali strumenti possano davvero diventare cure utili e accessibili. (escholarship.mcgill.ca)

Perché questo tema riguarda tutti, non solo gli addetti ai lavori

La denuncia di Gobbi tocca una ferita collettiva. Quando si parla di farmaci che non arrivano ai pazienti, non si parla solo di bilanci aziendali o di pipeline di sviluppo. Si parla di tempo perduto, attese, diagnosi senza risposte, famiglie costrette a navigare nella nebbia. Soprattutto in psichiatria, dove i bisogni sono enormi e la sofferenza ha spesso una voce bassa, il rischio è che il sistema premi l’innovazione “vendibile” e scoraggi quella magari meno glamour, ma più utile. (EurekAlert!)

Il cuore del problema, allora, non è essere contro l’impresa o contro il profitto in sé. Sarebbe una scorciatoia ideologica, e le scorciatoie, in scienza, finiscono quasi sempre nel fosso. Il nodo è un altro: come costruire modelli di finanziamento e valutazione che non scartino le terapie solo perché non sono abbastanza attraenti per il mercato. In altre parole, come restituire alla ricerca biomedica un orientamento più saldo verso il bene clinico, non soltanto verso la redditività. L’intervento di Gobbi vale proprio perché non indulge allo scandalo facile, ma porta nel dibattito una questione strutturale che riguarda il futuro stesso della medicina traslazionale. (EurekAlert!)

Le risposte rapide che i lettori cercano

Cosa ha detto Gabriella Gobbi?

Ha avvertito che una delle principali barriere alla scoperta di nuovi farmaci non è il fallimento della scienza, ma un sistema di finanziamento che abbandona terapie efficaci e accessibili quando non offrono ritorni economici sufficienti agli investitori. (EurekAlert!)

Dove è stata pubblicata l’intervista?

Nel Genomic Press Interview intitolato Gabriella Gobbi: Embracing psychiatry from bench to bedside, pubblicato il 17 marzo 2026 su Brain Medicine. (EurekAlert!)

Perché il tema è importante?

Perché mostra che l’accesso all’innovazione terapeutica può dipendere non solo dal valore scientifico di una scoperta, ma anche dalla sua redditività economica. (EurekAlert!)

Quali ricerche hanno reso nota Gobbi?

Tra i contributi più citati, la meta analisi del 2019 su cannabis in adolescenza, depressione e comportamento suicidario, oltre ai lavori sui recettori della melatonina e sulle potenzialità terapeutiche degli psichedelici in psichiatria. (McGill University)

Una lezione che la sanità non può permettersi di ignorare

L’intervento di Gabriella Gobbi ha il merito raro delle parole che non si limitano a commentare il presente, ma lo mettono in discussione. In tempi in cui la scienza è spesso celebrata come promessa illimitata, la sua voce ricorda una verità meno comoda: la conoscenza da sola non basta, se il sistema che dovrebbe tradurla in cura decide di premiare altro. E allora la domanda non è soltanto quali farmaci siamo capaci di scoprire. La domanda vera, e più scomoda, è quali farmaci siamo disposti a far arrivare alle persone. Ed è una domanda che, prima o poi, bussa alla porta di tutti. (EurekAlert!)

Hashtag
#SaluteMentale #RicercaScientifica #InnovazioneFarmaceutica #GabriellaGobbi

Fonti
Genomic Press e Brain Medicine, McGill University, CINP, JAMA Psychiatry. (EurekAlert!)

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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