Secondo Daisy Fancourt, l’arte non è un lusso né un passatempo ornamentale, ma un vero fattore di salute da affiancare a dieta, sonno, movimento e contatto con la natura.
Abstract
C’è un ingrediente della salute che abbiamo lasciato in disparte, quasi fosse una decorazione da salotto. Daisy Fancourt, con Art Cure, rimette l’arte al centro e la propone come elemento essenziale del vivere bene, accanto a sonno, alimentazione, esercizio fisico e natura. (Nature)
L’arte non è un lusso, è una necessità dimenticata
Per anni abbiamo ragionato sulla salute come su un tavolo a quattro gambe, alimentazione corretta, sonno di qualità, movimento regolare, contatto con la natura. In questo schema, l’arte è rimasta spesso fuori campo, trattata come un piacere accessorio, una carezza superflua nei giorni buoni. Il cuore del libro Art Cure di Daisy Fancourt è invece molto netto, le arti dovrebbero essere considerate un pilastro della salute, non un abbellimento della vita. Nature ha segnalato il volume proprio in questi termini, presentandolo come un invito a riconoscere l’arte “accanto a dieta, sonno, esercizio e natura”. (Nature)
A rendere questa tesi più robusta non è uno slancio romantico, ma il profilo di chi la sostiene. Fancourt è professoressa di Psicobiologia ed Epidemiologia allo University College London, guida il Social Biobehavioural Research Group, e ha una formazione che intreccia psicobiologia, epidemiologia e psiconeuroimmunologia. In altre parole, non parte da una vaga simpatia per il mondo artistico, ma da anni di ricerca sulle relazioni tra comportamenti sociali, biologia e salute. (profiles.ucl.ac.uk)
Cosa dice davvero la scienza su arte e salute
Il punto più interessante è che il discorso non si regge su due o tre studi isolati. La revisione dell’OMS coordinata da Daisy Fancourt e Saoirse Finn ha censito oltre 900 pubblicazioni, con più di 200 review, revisioni sistematiche e meta-analisi che nel complesso coprono oltre 3.000 studi. La conclusione generale è forte, le arti possono avere un ruolo nella prevenzione, nella promozione della salute e nel supporto alla gestione di diverse condizioni di malattia lungo l’intero arco della vita. (Centro Nazionale per la Salute Creativa)
UCL, nel presentare Art Cure, sottolinea che il libro raccoglie “migliaia di studi” e traduce questo corpus scientifico in una tesi semplice da capire ma difficile da ignorare, la creatività non è solo piacevole, è misurabilmente utile. Ed è qui che la questione smette di essere culturale in senso stretto e diventa sanitaria. Se qualcosa migliora benessere, riduce il rischio di alcuni esiti negativi e aiuta le persone a vivere meglio, quel qualcosa merita spazio nelle politiche pubbliche. (University College London)
Non agisce solo sull’umore, coinvolge mente, corpo e relazioni
Uno degli aspetti più convincenti del lavoro di Fancourt è il superamento del solito cliché, l’arte “fa bene all’anima”. Formula graziosa, ma troppo vaga. La ricerca che lei richiama mostra invece meccanismi più concreti, attivazione dei circuiti della ricompensa, modifiche del rilascio di dopamina, riduzione degli ormoni dello stress come il cortisolo, rallentamento del ritmo cardiaco e del respiro in alcune attività artistiche rilassanti. Quando diciamo che una persona “si calma” cantando, leggendo, dipingendo o ascoltando musica, non stiamo parlando solo di impressioni, il corpo partecipa davvero. (The Creative Process)
Ci sono poi dati osservazionali molto difficili da liquidare con un’alzata di spalle. UCL richiama uno studio del 2019 secondo cui chi frequenta attività culturali con cadenza almeno mensile, musei, teatro, cinema, presenta quasi la metà del rischio di sviluppare depressione. Altri lavori di Fancourt hanno associato la frequentazione museale negli over 50 a una minore incidenza di demenza nel corso di 10 anni, mentre uno studio pubblicato sul BMJ ha rilevato che anche un coinvolgimento artistico non frequente era associato a un rischio di mortalità più basso nel follow-up. (University College London)
Il vero nodo è la povertà culturale
La parte forse più politica, e più attuale, di questa riflessione riguarda la privazione artistica. Se l’arte contribuisce davvero alla salute, allora la sua assenza non è neutra. In una sintesi divulgativa del libro, Fancourt collega la deprivazione artistica a un maggior rischio di depressione, demenza, dolore cronico, declino fisico e perfino mortalità prematura. Il tema, quindi, non è soltanto individuale. Non riguarda solo chi decide di leggere un romanzo in più o di tornare a un corso di ceramica. Riguarda l’accessibilità culturale, i quartieri, la scuola, le biblioteche, i teatri, i musei, i laboratori di comunità. (Next Big Idea Club)
Detta in modo semplice, togliere spazio all’arte può essere un errore di sanità pubblica mascherato da taglio di bilancio. Del resto, UCL osserva che i programmi di social prescribing sono ormai attivi in oltre 40 Paesi, segno che la connessione tra partecipazione culturale e salute non è più un’idea di nicchia, ma un orientamento che entra sempre più nelle pratiche dei sistemi sanitari e sociali. Nel Regno Unito, una ricerca riportata nel 2024 ha anche stimato un valore economico annuo rilevante dei benefici di salute e benessere legati all’impegno culturale. (University College London)
Cosa cambia per la vita quotidiana
La forza di Art Cure sta anche qui, non chiede a tutti di diventare artisti professionisti, e per fortuna. Il mondo è già abbastanza affollato di geni autoproclamati con cappello nero e bio social impronunciabile. Il messaggio è più terreno, più umano, più antico quasi, tornare a fare spazio con continuità alle arti nella vita ordinaria. Leggere con attenzione, cantare, suonare, visitare una mostra, disegnare, andare a teatro, scrivere, ballare, partecipare a un laboratorio. Non serve trasformare ogni sera in una Biennale, serve smettere di considerare la creatività come la prima cosa da sacrificare quando la vita corre. (Stanford Social Innovation Review)
In questo senso, il libro di Fancourt compie un’operazione quasi liberatoria. Ci ricorda che la salute non è solo controllo, rinuncia, disciplina. È anche significato, relazione, immaginazione, piacere condiviso. Ed è difficile non vedere, in questa proposta, una piccola correzione di rotta al nostro tempo, così ossessionato dall’efficienza da dimenticare ciò che rende una vita non solo più lunga, ma più abitabile. (Nature)
Perché questo libro conta adesso
Art Cure arriva in un momento storico in cui il linguaggio del benessere è ovunque, ma spesso ridotto a formula commerciale. Daisy Fancourt prova a rimettere ordine, portando nella conversazione pubblica un argomento semplice e insieme rivoluzionario, la salute non si costruisce soltanto con ciò che eliminiamo, ma anche con ciò che nutriamo. E l’arte, da questo punto di vista, non è evasione. È una forma di allenamento interiore, sociale e biologico. Una presenza concreta, non un ornamento. (University College London)
In sintesi
Art Cure di Daisy Fancourt rilancia una tesi che merita attenzione seria, il coinvolgimento nelle arti dovrebbe essere considerato un pilastro della salute insieme a dieta, sonno, attività fisica e natura. La letteratura raccolta da OMS e UCL suggerisce benefici su stress, benessere mentale, declino cognitivo e qualità della vita. Tradotto in parole povere, coltivare l’arte non è tempo perso, è una forma di cura. (Nature)
Hashtag
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Fonti essenziali
Nature, UCL, WHO, BMJ, PubMed. (Nature)
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