Tra dazi, rottura degli accordi multilaterali e diplomazia muscolare, la seconda stagione dell’“America First” mostra il rischio più antico del potere: confondere lo Stato con il sovrano.
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Estratto
Quando il potere degli Stati Uniti si mette al servizio non di una strategia condivisa, ma dell’istinto del capo, il mondo smette di leggere Washington come una bussola e comincia a leggerla come un temporale. Donald Trump ha trasformato l’“America First” in una dottrina del comando personale: meno regole, più leva; meno alleanze, più pressione; meno istituzioni, più palcoscenico. E quando il palazzo diventa tenda del sultano, l’ordine globale non cade di colpo. Si sgretola, granello dopo granello.
Il sovrano e la regola: il cuore del problema
Il caos creato da Donald Trump non è solo una questione di stile. Non è il ciuffo, non è il comizio, non è la frase tagliata con l’accetta. Il problema è più profondo: riguarda il rapporto tra potere e regole.
Gli Stati Uniti, nel bene e nel male, hanno costruito dal secondo dopoguerra una parte decisiva dell’ordine internazionale: commercio, sicurezza, alleanze, istituzioni sanitarie, accordi climatici, diplomazia multilaterale. Un sistema imperfetto, talvolta ipocrita, spesso guidato da interessi nazionali molto concreti. Ma pur sempre un sistema fondato sull’idea che la potenza dovesse almeno fingere di rispettare una grammatica comune.
Con Trump, quella grammatica viene riscritta a colpi di eccezione. La regola non è più il quadro entro cui agire, ma l’ostacolo da piegare. La diplomazia diventa contrattazione permanente, la fiducia internazionale una merce, l’alleanza un abbonamento da rinnovare solo se conviene al momento.
La National Security Strategy 2025 dell’amministrazione Trump definisce una politica estera centrata su una lettura più ristretta dell’interesse nazionale e sull’uso di forza militare, leva economica e diplomazia non convenzionale per spegnere i conflitti e proteggere gli interessi americani. È la teoria del martello: se il mondo è un chiodo, tanto vale colpirlo bene. (The White House)
Dazi, commercio e il ritorno della clava economica
Uno dei terreni più visibili di questa trasformazione è il commercio internazionale. La politica dei dazi, presentata come difesa dell’operaio americano e riequilibrio degli scambi, ha assunto una funzione più ampia: non solo proteggere, ma disciplinare.
Il memorandum “America First Trade Policy”, firmato il 20 gennaio 2025, ha posto le basi per una revisione aggressiva dei rapporti commerciali degli Stati Uniti. Pochi mesi dopo, il provvedimento sui dazi reciproci ha collegato squilibri commerciali e pratiche considerate non reciproche, aprendo la strada a una stagione di forte pressione tariffaria. (The White House)
Il punto politico è chiaro: il commercio non viene più trattato come spazio regolato da istituzioni, negoziati e prevedibilità, ma come campo di prova della forza. Il dazio diventa bastone, messaggio, gesto teatrale. E il mercato globale, che già non era un giardino zen, si trasforma in un pollaio durante il temporale.
Il 7 maggio 2026, la Corte del commercio internazionale degli Stati Uniti ha stabilito che i dazi globali temporanei del 10% imposti dall’amministrazione Trump in base alla Section 122 del Trade Act non erano giustificati, concedendo però un blocco limitato ai ricorrenti. La decisione è arrivata dopo altre contestazioni legali alla politica tariffaria dell’amministrazione. (Reuters)
La questione non è soltanto giuridica. È simbolica. Se ogni presidente può trasformare il commercio in una partita personale, le imprese non pianificano, gli alleati diffidano, gli avversari aspettano. Il risultato è un mondo dove la parola americana vale fino al prossimo ordine esecutivo.
Clima e salute globale: quando uscire diventa una dottrina
Il ritiro dagli accordi internazionali è un altro segno del trumpismo come politica del gesto sovrano. Il 20 gennaio 2025 Trump ha disposto il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, sostenendo che l’OMS avesse fallito nella gestione della pandemia e fosse troppo esposta all’influenza politica di alcuni Stati membri. (The White House)
Sempre il 20 gennaio 2025, la Casa Bianca ha ordinato la notifica formale del ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi e da altri impegni climatici collegati alla Convenzione ONU sul clima. (The White House)
Qui il punto non è negare che le istituzioni internazionali abbiano problemi. Ne hanno, eccome. L’OMS può essere lenta, l’ONU può essere farraginosa, gli accordi climatici possono apparire insufficienti. Ma tra riformare una casa e incendiarne il tetto c’è una certa differenza, nota anche ai muratori del buon senso.
Il trumpismo sceglie spesso la rottura come linguaggio. Uscire diventa un modo per mostrarsi forti. Strappare, per dimostrare che si comanda. Ma nel mondo reale, quello dove virus, clima, guerre e catene di approvvigionamento non chiedono il passaporto, la cooperazione non è galateo diplomatico. È manutenzione della sopravvivenza.
Il “sultano” come metafora politica
Parlare di “sultano” non significa ridurre tutto a caricatura orientaleggiante, né confondere culture e sistemi. È una metafora del potere personalizzato: il capo come centro della legge, della corte, della verità e della vendetta.
Il rischio del modello Trump è proprio questo: non l’autoritarismo classico in uniforme, ma una forma moderna di potere spettacolare, elettorale, mediatico, permanente. Un potere che non abolisce sempre le istituzioni, ma le svuota. Non chiude necessariamente il Parlamento, ma lo piega al culto della fedeltà. Non cancella le regole, ma le tratta come optional di lusso.
In politica estera, questa postura produce un effetto devastante: gli alleati non sanno più se stanno trattando con gli Stati Uniti o con l’umore del presidente. Gli avversari imparano ad attendere. Le istituzioni multilaterali perdono peso. E il mondo, già frammentato da guerre, crisi climatiche, competizione tecnologica e disuguaglianze, diventa ancora più instabile.
L’America come forza ordinatrice, o come fattore di instabilità?
La domanda centrale è questa: gli Stati Uniti sono ancora il pilastro di un ordine internazionale, oppure stanno diventando uno dei principali acceleratori della sua crisi?
Chatham House ha descritto l’ordine liberale internazionale nato dopo il 1945 come sempre più contestato e frammentato, mentre vari Stati cercano di adattarsi o di sfidare il sistema esistente. (Chatham House)
In questo quadro, Trump non nasce dal nulla. È anche il sintomo di una stanchezza americana: guerre lunghe, globalizzazione percepita come tradimento, classi medie impoverite, élite screditate, istituzioni internazionali viste come costi senza ritorno. Liquidare tutto come follia personale sarebbe comodo, ma superficiale.
Eppure, proprio perché il malessere è reale, la risposta è decisiva. Si può correggere l’ordine globale rendendolo più equo, più responsabile, meno arrogante. Oppure si può sostituirlo con una politica del ricatto permanente. Trump sembra scegliere spesso la seconda via: non il restauro della casa comune, ma la compravendita delle sue macerie.
Perché il caos conviene al capo, ma costa ai cittadini
Il caos ha un vantaggio politico: concentra l’attenzione sul leader. Ogni crisi diventa scena. Ogni rottura diventa prova di forza. Ogni alleato umiliato, ogni trattato strappato, ogni dazio annunciato consente al capo di dire: “Vedete? Sono io che muovo il mondo”.
Ma il conto non lo paga il capo. Lo pagano imprese, famiglie, pazienti, agricoltori, ricercatori, soldati, diplomatici, lavoratori. Lo pagano i Paesi più fragili quando la cooperazione sanitaria si indebolisce. Lo pagano le economie quando il commercio diventa imprevedibile. Lo pagano le democrazie quando la fedeltà personale sostituisce la competenza.
La storia insegna una cosa semplice, quasi contadina: le istituzioni sono come gli argini. Sembrano noiose finché il fiume resta al suo posto. Poi arriva la piena, e ci si ricorda che quei muri grigi non erano burocrazia. Erano civiltà.
FAQ: domande e risposte rapide
Qual è il problema principale della politica estera di Trump?
Il problema principale è la personalizzazione del potere: decisioni su commercio, alleanze e istituzioni internazionali vengono spesso presentate come strumenti di pressione diretta, più che come parte di una strategia multilaterale stabile.
Perché i dazi di Trump creano instabilità globale?
Perché rendono meno prevedibili gli scambi commerciali. Quando i dazi diventano arma politica, imprese e Stati faticano a programmare investimenti, prezzi, forniture e relazioni diplomatiche.
Cosa significa dire che le regole globali si sgretolano?
Significa che trattati, organizzazioni internazionali, alleanze e accordi vengono percepiti come meno affidabili. Se la potenza dominante cambia posizione in modo brusco, anche gli altri Paesi iniziano a muoversi in ordine sparso.
Trump è causa o sintomo della crisi dell’ordine globale?
È entrambe le cose. È sintomo di una crisi reale della globalizzazione e della fiducia nelle élite, ma è anche causa di ulteriore instabilità quando trasforma tale crisi in politica di rottura permanente.
In sintesi
Il caos creato da Donald Trump non è soltanto rumore politico. È una trasformazione del modo in cui il potere americano si presenta al mondo.
Meno regole, più comando. Meno alleanze, più transazioni. Meno istituzioni, più personalismo.
Il “sultano” è una metafora del capo che vuole essere più grande dello Stato. Ma la storia, paziente come una vecchia maestra con il registro in mano, ricorda sempre la stessa lezione: quando il potere smette di servire le regole e pretende di sostituirle, non nasce l’ordine nuovo. Nasce il disordine con il megafono.
E nel disordine, prima o poi, anche i potenti scoprono che il trono è soltanto una sedia molto esposta al vento.

