Un caso di studioUn caso di studio

Dal guerriero intergalattico con il bidone in testa al candidato governato dall’intelligenza artificiale, il voto eccentrico non è sempre una barzelletta. A volte è il modo più serio che l’elettore trova per dire che qualcosa, nella politica tradizionale, non funziona più.

Estratto: Quando un uomo con un bidone metallico in testa raccoglie migliaia di voti e un avatar generato dall’intelligenza artificiale si presenta alle elezioni, ridere è facile. Più interessante è domandarsi che cosa stiano cercando di dirci gli elettori.

Il giorno in cui il candidato ridicolo smise di essere tanto ridicolo

C’è qualcosa di meravigliosamente britannico nell’immagine di Count Binface, presunto guerriero intergalattico proveniente da Sigma IX, che si presenta alle elezioni con una specie di cestino metallico sulla testa.

Finché prende qualche decina o centinaio di voti, tutto bene. Una foto curiosa, due battute, qualche minuto nei telegiornali.

Poi arriva Clacton.

Nelle elezioni suppletive del 13 agosto 2026, Count Binface ha raccolto 9.455 voti, arrivando secondo dietro a Nigel Farage, che ne ha ottenuti 22.239. I candidati erano addirittura 34, il numero più alto mai registrato in un’elezione parlamentare britannica, con un’affluenza del 44,37%.

Circa il 27% dei votanti ha dunque scelto l’uomo con il bidone in testa.

Naturalmente il dato va letto nel suo contesto. I principali partiti britannici avevano deciso di non partecipare a quella particolarissima elezione suppletiva, lasciando uno spazio enorme a indipendenti, candidati minori e personaggi satirici.

Ma 9.455 croci su una scheda restano 9.455 decisioni individuali.

E allora la domanda diventa interessante.

Perché una persona entra in una cabina elettorale e, potendo scegliere un politico tradizionale, vota deliberatamente qualcuno che si presenta come una parodia?

Prima di AI Steve c’era il bidone, dopo il bidone arrivò l’algoritmo

Count Binface non nasce ieri.

Alle elezioni per il sindaco di Londra del 2024 aveva già raccolto 24.260 voti, secondo i risultati ufficiali.

Nello stesso anno, dall’altra parte dell’universo politico, o forse dello stesso universo ormai diventato parecchio strano, comparve AI Steve.

Il volto della campagna era quello di un avatar artificiale. Dietro di lui c’era l’imprenditore Steve Endacott, che utilizzava un sistema di intelligenza artificiale per dialogare con gli elettori di Brighton Pavilion, raccoglierne opinioni e trasformarle in proposte politiche.

Giuridicamente non sarebbe stato un algoritmo a entrare nella Camera dei Comuni. La Electoral Commission chiarì che, in caso di vittoria, il deputato sarebbe stato Endacott.

Gli elettori non furono particolarmente sedotti dall’esperimento. AI Steve ottenne appena 179 voti nelle elezioni del luglio 2024, mentre la vincitrice Siân Berry ne raccolse 28.809.

Eppure AI Steve aveva introdotto qualcosa di ben più importante dei suoi 179 voti.

Una domanda:

se un politico sostiene di rappresentare la volontà dei cittadini, perché non utilizzare una macchina capace di ascoltarne contemporaneamente migliaia?

La risposta può essere inquietante, affascinante o entrambe le cose.

Il voto non serve soltanto a scegliere chi governa

Qui entra in scena una distinzione fondamentale.

Noi immaginiamo normalmente il voto come un atto strumentale:

voto Tizio perché voglio che Tizio venga eletto.

Ma esiste anche il voto espressivo.

In questo caso il cittadino utilizza la scheda per comunicare qualcosa:

sono arrabbiato; non mi rappresentate; non credo più alle vostre promesse; voglio mandarvi un messaggio; preferisco persino questo personaggio assurdo a voi.

La letteratura sul voto di protesta mostra quanto il fenomeno sia complesso. Una tassonomia elaborata dal Caltech Voting Technology Project distingue, tra le altre forme, il voto per partiti o candidati non convenzionali, il voto tattico di protesta, la scheda bianca o nulla deliberata e formule come il celebre “nessuno dei precedenti”. Gli stessi ricercatori invitano però alla prudenza, perché non ogni voto dato a un candidato marginale è necessariamente un voto di protesta. Potrebbe essere una scelta politica autentica.

È un dettaglio importante.

Definire automaticamente “idiota” chi vota un candidato apparentemente idiota sarebbe il modo migliore per non capire nulla.

Il candidato ridicolo può essere terribilmente serio

La satira politica esiste da quando esiste il potere.

Il buffone di corte poteva permettersi di dire al sovrano cose che un consigliere avrebbe pronunciato soltanto dopo aver aggiornato il testamento.

Il meccanismo non è cambiato molto.

Quando Count Binface propone politiche deliberatamente assurde, il bersaglio raramente è l’assurdità stessa. Dietro le sue promesse comiche compaiono trasporti, costo della vita, abitazioni, servizi pubblici, comportamento dei politici.

La battuta funziona perché sotto c’è qualcosa che l’elettore riconosce.

È la vecchia arte della caricatura. Si ingrandisce il naso per mostrare meglio il volto.

E la ricerca sulla comunicazione politica suggerisce che la satira non sia necessariamente un anestetico democratico. In determinate condizioni può aumentare discussione e partecipazione politica, soprattutto quando tocca questioni considerate personalmente importanti. Gli studi, tuttavia, mostrano anche l’altra faccia della medaglia: comicità e satira possono alimentare cinismo e sfiducia.

Insomma, ridere della politica può spingerci a occuparcene.

Oppure convincerci che sia tutto una farsa.

La differenza è gigantesca.

Quando la politica diventa spettacolo, il comico parte avvantaggiato

C’è poi un problema che Count Binface non ha creato.

Lo ha soltanto reso visibile.

La politica contemporanea utilizza sempre più spesso le regole dello spettacolo. Il candidato deve essere riconoscibile in pochi secondi, produrre clip, dominare i social network, creare slogan, generare reazioni, conquistare attenzione.

Una proposta fiscale richiede dieci minuti per essere spiegata.

Un uomo con un bidone in testa richiede mezzo secondo.

Benvenuti nell’economia dell’attenzione.

Il candidato satirico possiede quindi un vantaggio formidabile: non deve diventare un meme perché nasce già meme.

E qui arriva il paradosso.

Più i politici tradizionali adottano tecniche da influencer, più il confine tra candidato “serio” e candidato “ridicolo” diventa sottile.

Il primo assume consulenti per sembrare spontaneo.

Il secondo arriva vestito da alieno e almeno non finge di essere altro.

AI Steve rappresenta qualcosa di diverso

AI Steve appartiene però a una categoria ancora più interessante.

Non era soltanto satira.

Il progetto dichiarava di voler utilizzare l’intelligenza artificiale per conversare con migliaia di cittadini, raccogliere proposte e costruire politiche sulla base delle loro indicazioni. Il sito della campagna spiegava che sarebbe stato Steve Endacott a recarsi fisicamente in Parlamento e a votare seguendo il processo elaborato attraverso AI Steve.

Il candidato apparentemente ridicolo diventava così un esperimento sulla democrazia aumentata dalla tecnologia.

Ed ecco il problema.

Chi governa l’algoritmo?

Quali opinioni vengono considerate?

Come vengono pesate?

Chi decide quando due richieste dei cittadini sono incompatibili?

Chi risponde di un errore?

Il politico tradizionale può essere mandato a casa alle elezioni.

Un algoritmo può essere aggiornato alla versione 4.2.

Non è precisamente la stessa cosa.

L’intelligenza artificiale può certamente aiutare amministratori e parlamentari ad analizzare enormi quantità di informazioni e rendere più semplice il dialogo con i cittadini. Ma sostituire la mediazione politica significa affrontare questioni di responsabilità, trasparenza e rappresentanza che oggi sono tutt’altro che risolte. Anche gli studi più recenti sugli attori politici sintetici stanno iniziando proprio ora a esplorare queste implicazioni.

Perché allora votiamo il candidato assurdo?

Perché talvolta non stiamo davvero votando per lui.

Stiamo votando contro gli altri.

Oppure contro il linguaggio della politica, contro la prevedibilità delle campagne elettorali, contro la sensazione che le alternative offerte siano soltanto versioni leggermente differenti dello stesso prodotto.

In altri casi c’è puro divertimento.

In altri ancora curiosità.

E qualche volta c’è un gesto sorprendentemente sofisticato: utilizzare deliberatamente una candidatura impossibile per rendere visibile un malessere che altrimenti scomparirebbe nei dati dell’astensione.

Un’astensione non parla.

Una scheda per Count Binface sì.

Dice qualcosa come: sono venuto fino al seggio apposta per dirvi che nessuno di voi mi convince.

Non necessariamente una grande proposta politica.

Ma certamente un messaggio.

Il vero pericolo arriva quando nessuno riesce più a distinguere la parodia

Esiste però un confine oltre il quale la faccenda diventa meno divertente.

La democrazia può sopportare benissimo i suoi buffoni. Anzi, probabilmente ne ha bisogno.

Il problema nasce quando la politica reale adotta talmente tanto il linguaggio della provocazione, dello spettacolo e dell’assurdo che il candidato satirico non appare più particolarmente satirico.

A quel punto il cittadino potrebbe domandarsi chi stia prendendo in giro chi.

Count Binface si presenta con un bidone in testa e dichiara implicitamente: questa è una performance.

La politica contemporanea, invece, talvolta offre performance travestite da governo.

Ed è qui che il buffone recupera la sua antichissima funzione.

Tiene uno specchio davanti al potere.

Solo che oggi, dentro quello specchio, ci siamo anche noi.

Ridere non significa necessariamente disertare la democrazia

Forse quindi abbiamo formulato male la domanda iniziale.

Non dovremmo chiederci soltanto perché qualcuno voti candidati ridicoli.

Dovremmo domandarci quali condizioni rendano improvvisamente ragionevole votare un candidato ridicolo.

I 179 voti di AI Steve suggerirono che gli elettori britannici non erano ancora pronti a consegnare la rappresentanza politica a un avatar.

I 9.455 voti ottenuti da Count Binface a Clacton nel 2026, in circostanze elettorali certamente eccezionali, raccontano invece quanto potente possa diventare una candidatura satirica quando incontra uno spazio politico lasciato vuoto.

La risata, dopotutto, è una delle forme più antiche di giudizio.

Può essere superficiale.

Può essere crudele.

Ma qualche volta contiene una verità che cento pagine di programma elettorale non riescono più a pronunciare.

In sintesi

Count Binface e AI Steve non dimostrano che gli elettori siano diventati più sciocchi. Mostrano semmai che il voto può avere funzioni diverse dall’eleggere il vincitore. Può esprimere protesta, ironia, curiosità, desiderio di innovazione o semplice rifiuto dell’offerta politica esistente. La satira può perfino riavvicinare alcune persone alla partecipazione, ma può anche trasformarsi in cinismo. Il punto decisivo non è quindi quanto sia assurdo il candidato. È capire perché, davanti alla scheda elettorale, a qualcuno possa sembrare più credibile un guerriero intergalattico con un bidone in testa di chi promette, con impeccabile cravatta, di avere finalmente capito i problemi del Paese.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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