In Sudafrica il diabete causa quasi 79 morti registrate al giornoIn Sudafrica il diabete causa quasi 79 morti registrate al giorno

Estratto: Quasi 79 morti al giorno: è la media dei decessi registrati in Sudafrica nel 2024 con il diabete come causa di base. Dietro il numero emerge una domanda universale: quanto vale una terapia se le persone non riescono ad accedervi con continuità?

Che cosa significa davvero «79 morti al giorno»

Ci sono numeri che diventano titoli e titoli che rischiano di diventare rumore. Quasi 79 morti al giorno per diabete, in Sudafrica, meritano invece una pausa. Per capire quali vite stiamo contando e quali domande dobbiamo ancora porci.

Il rapporto di Statistics South Africa, pubblicato il 22 settembre 2026, registra 28.767 decessi nel 2024 con il diabete come causa di base, il 6,1% dei 474.366 decessi complessivamente registrati. Dividendo per i 366 giorni di quell’anno bisestile si ottiene 78,6: da qui il numero del titolo. È una media del 2024, non un conteggio quotidiano del 2026. [1, 2]

La causa di base è quella che avvia la sequenza di eventi che conduce alla morte. Questo indicatore non coincide con tutte le morti nelle quali il diabete ha avuto un ruolo. Anche la formula «prima causa di morte» va circoscritta alla graduatoria delle cause naturali registrate e alle categorie utilizzate: non è un confronto fra tutti i possibili raggruppamenti di malattie.

Una crisi persistente, senza forzare la curva

Il diabete occupa il primo posto anche nel 2022 e nel 2023. I conteggi aggiornati sono rispettivamente 33.126 e 27.967 decessi. Nel 2024 sono dunque 800 in più rispetto al 2023, ma meno rispetto al 2022. Le registrazioni tardive comportano revisioni: parlare di crescita ininterrotta sarebbe scorretto. [1]

Il rapporto mostra inoltre che il diabete è la prima causa naturale registrata fra le donne, con il 7,9% dei decessi femminili, e nella fascia 45-64 anni, dove rappresenta il 7,9% delle morti. È quindi anche una questione di vita lavorativa, responsabilità familiari e autonomia. [2]

Attenzione: queste percentuali descrivono la distribuzione dei decessi, non la probabilità individuale di morire per diabete. Per confrontare correttamente uomini e donne servirebbero anche popolazione di riferimento, struttura per età e tassi appropriati. Il dato solleva domande; non autorizza scorciatoie.

La distanza fra una prescrizione e una cura

A rilanciare l’allarme su The Conversation è Patrick Ngassa Piotie, presidente di Diabetes Alliance e cofondatore del Diabetes Research Centre dell’Università di Pretoria. Chiede una strategia nazionale specifica, finanziamenti e responsabilità politiche definite. È un’analisi di sanità pubblica basata sul rapporto statistico, non un nuovo studio clinico. Il suo ruolo associativo chiarisce la prospettiva dalla quale interviene. [3]

Il punto più utile della sua riflessione riguarda i passaggi nei quali l’assistenza può interrompersi: disponibilità dei medicinali, personale formato, controlli periodici, richiamo di chi manca agli appuntamenti. Propone inoltre un registro nazionale e strumenti digitali capaci di seguire le persone lungo il percorso di cura. [3]

Da qui una domanda editoriale che vale ben oltre il Sudafrica: misuriamo quante prestazioni vengono erogate o quante persone riescono davvero a curarsi?

Una glicemia misurata durante una campagna è un inizio. Il suo valore dipende anche da ciò che accade dopo: chi conferma la diagnosi, chi spiega la terapia, chi verifica che sia sostenibile. Una prescrizione può stare in una tasca. La possibilità di seguirla deve trovare posto nella vita.

Il piano esiste: occorre renderlo verificabile

Il Sudafrica dispone già del Piano strategico nazionale per le malattie non trasmissibili 2022-2027. Per diabete e ipertensione prevede la sequenza 90-60-50: il 90% degli adulti dovrebbe sapere se presenta valori elevati di glicemia o pressione; il 60% delle persone con valori elevati dovrebbe ricevere un intervento; il 50% di chi riceve interventi dovrebbe raggiungere il controllo clinico. Sono obiettivi, non risultati già conseguiti. [4, 5]

È proprio la sequenza a insegnare qualcosa: conoscere il problema, iniziare a trattarlo e ottenere un beneficio sono tre passaggi distinti. Un sistema può fare bene il primo e perdere persone lungo gli altri due.

Una valutazione pubblica convincente dovrebbe quindi rendere visibili anche le interruzioni: tempi fra diagnosi e trattamento, indisponibilità di farmaci, appuntamenti saltati, continuità dei controlli. Questa è una proposta di lettura dei servizi, non un risultato dimostrato dal rapporto sulla mortalità. Una strategia acquista credibilità quando consente di capire dove intervenire e chi deve farlo.

Prevenzione senza colpevolizzazione

Parlare genericamente di diabete può alimentare equivoci. Il tipo 1 è una malattia autoimmune e richiede insulina; non deriva dall’aver mangiato troppi dolci. Per il tipo 2 contano fattori genetici, età e fattori legati allo stile di vita; in molte persone a rischio l’esordio può essere prevenuto o ritardato. [6]

L’OMS ricorda però anche il ruolo delle politiche e degli ambienti che rendono praticabili le scelte salutari. Lo stesso piano sudafricano riconosce il peso delle condizioni sociali ed economiche e delle barriere all’assistenza. [4, 6]

Invitare a mangiare meglio senza interrogarsi su prezzi, disponibilità e condizioni quotidiane rischia di diventare una predica. La responsabilità personale esiste dentro possibilità concrete. La prevenzione perde forza quando trasforma la malattia in un giudizio morale.

Anche l’insulina racconta questa distanza: l’OMS ha documentato ostacoli globali legati a prezzi, disponibilità e debolezza dei sistemi sanitari. Una medicina può essere essenziale e restare fuori portata. [7]

Curare una persona intera

La buona assistenza diabetologica comprende monitoraggio glicemico, educazione, sostegno psicologico quando necessario, gestione di pressione e colesterolo, controlli di occhi, reni e piedi. L’OMS indica un follow-up integrato e duraturo nelle cure primarie, con accesso specialistico quando serve. [6]

È una prospettiva concreta: organizzare il servizio attorno alla persona, senza chiederle di diventare l’unico coordinatore delle proprie cure. Tecnologie e nuovi trattamenti hanno valore; devono però inserirsi in un percorso capace di accompagnare chi li usa.

Il rapporto sudafricano non permette di stabilire quanti singoli decessi fossero evitabili, né quale intervento avrebbe salvato ciascuna persona. La conclusione politica, distinta da quella statistica, è che la continuità dell’assistenza debba diventare un risultato da misurare e finanziare.

“Cose dell’altro mondo”, diciamo. Ma l’altro mondo comincia ogni volta che una cura esiste e la strada per raggiungerla si interrompe.

In sintesi
I quasi 79 decessi quotidiani sono una media riferita al 2024. Il diabete compare come causa di base in 28.767 morti registrate. Il dato non misura tutta la mortalità associata alla malattia e non dimostra una crescita ininterrotta. La risposta proposta mette al centro diagnosi collegate a cure continuative, accesso ai farmaci e verifica dei percorsi assistenziali.

Fonti

  1. Statistics South Africa, rapporto sulla mortalità 2024, pubblicato il 22 settembre 2026. Fonte statistica primaria, tabella 4.5.
  2. Statistics South Africa, risultati principali del rapporto 2024.
  3. Patrick Ngassa Piotie, The Conversation, “79 deaths a day: South Africa’s diabetes crisis needs a new strategy”, 2 ottobre 2026. Analisi consultata nella ripubblicazione integrale su inkl.
  4. National Department of Health, Piano strategico sulle malattie non trasmissibili 2022-2027.
  5. Governo sudafricano, presentazione degli obiettivi 90-60-50, 9 maggio 2023.
  6. OMS, domande e risposte sul diabete.
  7. OMS, ostacoli all’accesso all’insulina e proposte di intervento.

Hashtag: #Diabete #Sudafrica #DirittoAllaSalute #AccessoAlleCure

Verifica delle fonti: 3 ottobre 2026

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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