Uno studio dell’American Journal of Sociology svela che i milionari non scappano solo per le aliquote più alte: i legami sociali e la qualità della vita contano più del risparmio fiscale.
Ogni volta che si parla di un aumento delle tasse, il ritornello è lo stesso: i ricchi se ne andranno. Minacciano di spostare la residenza, portando con sé capitali e investimenti. Ma è davvero così?
Un nuovo articolo dell’American Journal of Sociology, firmato dai ricercatori Cristobal Young e Ithai Lurie, analizza i dati dell’IRS statunitense dal 2016 al 2023 per rispondere a questa domanda. I risultati smontano molti luoghi comuni sulla cosiddetta “fuga dei milionari”.
Secondo lo studio, due eventi recenti hanno modificato il panorama della migrazione fiscale:
- La riforma fiscale federale del 2017 (Tax Cuts and Jobs Act, TCJA), che ha ampliato la tassazione statale su più redditi.
- La pandemia di COVID-19, che ha interrotto reti sociali e abitudini consolidate.
Eppure, i dati raccontano una storia sorprendente:
- Il TCJA non ha portato a una fuga significativa dei redditi più alti.
- La pandemia, invece, ha prodotto uno spostamento più marcato, ma di natura temporanea.
La spiegazione sta nel concetto di radicamento: i legami sociali, familiari e professionali hanno un peso enorme nelle decisioni di residenza. Anche in presenza di tasse elevate, il capitale sociale accumulato in una comunità rappresenta un incentivo a rimanere.
In definitiva, il messaggio è chiaro: non sono solo le aliquote a rendere competitivo un territorio, ma l’insieme di fattori che migliorano la qualità della vita. Infrastrutture, servizi pubblici, opportunità lavorative e culturali incidono più del mero risparmio fiscale.
Come concludono Young e Lurie: “La competitività non riguarda solo la riduzione dei costi; implica anche la creazione di opportunità e la qualità della vita”.
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