Estratto: Un’analisi di 472 post con l’hashtag #womenshealth ha trovato vendita diretta di prodotti o interventi nel 39% dei casi. Solo il 7% citava prove scientifiche. Il dato riguarda una specifica ricerca su Instagram, non tutto ciò che compare nei feed: ecco come leggerlo senza perdere di vista il problema.


Una persona cerca informazioni sulla perimenopausa. Trova un video che descrive stanchezza, difficoltà di concentrazione e sonno disturbato. Pochi secondi dopo compare la soluzione: un test, un integratore, una consulenza. Il racconto sembra un consiglio tra amiche; il pulsante porta a un acquisto. Su Instagram la distanza tra informazione sanitaria e proposta commerciale può stare tutta in quella transizione.

Un articolo pubblicato su The Conversation riassume uno studio originale peer reviewed di Brooke Nickel e colleghe, apparso su Health Promotion International. Nel campione esaminato, 186 post su 472, pari al 39%, vendevano direttamente un intervento. «Quattro su dieci» è dunque una sintesi ragionevole. Chiamarli tutti «annunci pubblicitari», però, può far pensare esclusivamente alle inserzioni a pagamento contrassegnate da Instagram. Le ricercatrici hanno misurato una categoria più ampia: post che proponevano direttamente una vendita. Fonte: studio originale.

Come è stato condotto lo studio

Le ricercatrici hanno creato un nuovo account Instagram e osservato i primi 500 post restituiti cercando #womenshealth verso la fine del 2025. Dopo l’applicazione dei criteri di inclusione, hanno analizzato 472 post in inglese. Hanno classificato argomenti, autori, affermazioni sulla salute, interessi economici, vendita diretta e riferimenti alle prove scientifiche. È un’analisi osservazionale dei contenuti, non uno studio sugli effetti dei post sulla salute o sulle scelte delle utenti. Fonte: metodi dello studio.

La distinzione sul campionamento è decisiva: non sono stati estratti casualmente 472 post da ogni angolo di Instagram. Sono i contenuti apparsi in una specifica ricerca tramite hashtag, con un account appena creato. Altri termini di ricerca, lingue, luoghi, date e cronologie personali potrebbero dare risultati diversi. Il dato non autorizza a dire che il 39% di tutti i post sulla salute femminile o di tutto il feed di una persona sia pubblicità.

I numeri dietro il titolo

Nel campione di 472 post Risultato Che cosa misura
Vendita diretta di un intervento 186, 39% Post che proponevano direttamente un acquisto
Interesse economico evidente dell’account 241, 51% Presenza di un interesse finanziario rilevato dalle ricercatrici
Affermazioni esplicite sulla salute 324, 69% Promesse o dichiarazioni su possibili effetti sanitari
Riferimento a prove scientifiche 34, 7% Presenza di un richiamo alla ricerca, non verifica della sua qualità
Salute ormonale e riproduttiva 226, 48% Argomento trattato nel post

I risultati provengono dall’articolo scientifico originale. Il 51% degli account con un interesse economico evidente e il 39% dei post che vendono direttamente rispondono a due domande diverse: non vanno sommati. Anche il 7% merita una lettura accurata. Che un post non citi uno studio non prova che sia falso; che ne citi uno non prova che l’interpretazione sia corretta. Indica quanto raramente, in quel campione, il lettore ricevesse un riferimento da controllare.

Menopausa, ormoni e promesse facili

Quasi metà dei post trattava salute ormonale e riproduttiva; 58 parlavano specificamente di menopausa o perimenopausa. Nel campione comparivano sia contenuti informativi generali sia promozioni di farmaci, integratori o dispositivi. La notorietà di questi temi ha una spiegazione comprensibile: molte persone cercano parole per descrivere esperienze che sono state a lungo trascurate o banalizzate. Lo studio mostra però che quella ricerca di risposte incontra spesso anche chi ha qualcosa da vendere. Fonte: studio.

Una testimonianza sulla menopausa può offrire riconoscimento e aiutare a formulare domande per una visita. Diventa un’altra cosa quando un’esperienza individuale viene presentata come diagnosi valida per tutte o conduce, senza spiegare incertezze e alternative, a un prodotto. Stanchezza e insonnia, per esempio, possono avere cause differenti: un reel non dispone della storia clinica necessaria per attribuirle automaticamente agli ormoni.

Chi parla e chi guadagna

297 post, il 63%, provenivano da influencer individuali. Fra questi, lo studio identifica 105 post di medici e 162 di altri professionisti sanitari o dell’ambito alternativo. Le categorie non sono una pagella automatica: una qualifica va verificata, e persino un professionista competente dovrebbe dichiarare eventuali legami commerciali e distinguere dati, esperienza e opinioni. Fonte: studio originale.

Il conflitto di interesse, inoltre, non rende falsa una frase per definizione. È un’informazione necessaria per valutarla. Se chi spiega un problema vende anche il test o il rimedio proposto, il lettore dovrebbe poterlo capire prima di arrivare al carrello.

Tre domande da fare prima di seguire un consiglio

Chi lo dice? Controllare identità, competenze e ambito professionale, senza confondere numero di follower e preparazione clinica.

Qual è la prova? Cercare un riferimento verificabile e chiedersi se riguarda persone simili, lo stesso problema e l’esito promesso. «Uno studio dimostra» senza indicare quale studio non consente la verifica.

Che cosa mi viene chiesto di comprare o fare? Un codice sconto, un link a un test e un invito a cambiare terapia sono informazioni importanti quanto il video. Se il post suggerisce di iniziare, sospendere o modificare un trattamento, portare il dubbio a un professionista che conosca la propria situazione.

Un sondaggio del Pew Research Center aiuta a capire perché la questione conta: negli Stati Uniti, il 57% delle donne fra 18 e 29 anni ha dichiarato di ottenere almeno qualche volta informazioni su salute e benessere da influencer o podcast. È una popolazione e una misura diverse dal campione Instagram dello studio; i due numeri non vanno combinati come se descrivessero lo stesso fenomeno.

L’angolo che manca alla discussione

Sarebbe comodo concludere che le persone dovrebbero semplicemente «informarsi altrove». Ma le piattaforme rispondono anche a una domanda reale di linguaggio accessibile, esperienze condivise e attenzione per problemi poco ascoltati. La sfida per medici, istituzioni e divulgatori è offrire risposte comprensibili dove le domande vengono poste, mostrando fonti, limiti e interessi con la stessa chiarezza con cui un influencer mostra il prodotto.

Per un progetto editoriale come Lambertini.net, questo è un possibile esperimento: creare brevi post che partano da una domanda concreta sulla salute femminile, rimandino a un approfondimento con fonti verificabili e dichiarino in modo visibile ogni eventuale interesse commerciale. Misurare le domande utili ricevute e le letture dell’articolo sarebbe più significativo che inseguire soltanto le visualizzazioni del reel.

In sintesi

  • Lo studio ha esaminato 472 post in inglese apparsi cercando #womenshealth con un nuovo account Instagram.
  • Il 39% vendeva direttamente un intervento; non significa che il 39% dell’intera piattaforma fosse composto da inserzioni a pagamento.
  • Il 69% conteneva affermazioni sulla salute, mentre il 7% citava prove scientifiche. L’assenza di citazioni non dimostra da sola che un’affermazione sia falsa.
  • È uno studio descrittivo, limitato a un hashtag e a un momento di osservazione: non misura effetti su acquisti, diagnosi o esiti di salute.

Fonti: Nickel e colleghe, studio originale, Health Promotion International (2026); scheda e abstract dell’Università di Copenaghen; articolo delle autrici su The Conversation; Pew Research Center, indagine 2026.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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