Un trial clinico mostra che questo economico farmaco per il diabete di tipo 2 può ridurre il fabbisogno di insulina nelle persone con diabete di tipo 1, aprendo scenari nuovi nella gestione quotidiana della malattia.

Un farmaco centenario che torna protagonista

Ci sono farmaci che passano, come mode di una stagione, e farmaci che restano, come la moka della nonna sul fornello. La metformina appartiene alla seconda categoria. È in circolazione da quasi un secolo, costa poco, ed è da anni uno dei pilastri nella cura del diabete di tipo 2.

Oggi però torna sotto i riflettori per un motivo diverso: potrebbe alleggerire il carico di insulina nelle persone con diabete di tipo 1, quella forma autoimmune in cui il sistema immunitario distrugge le cellule beta del pancreas e rende necessaria l’insulina per tutta la vita. (Medical Xpress)

Per molto tempo alcuni diabetologi hanno prescritto metformina anche nel tipo 1 per “ammorbidire” la resistenza all’insulina, cioè quella condizione in cui i tessuti rispondono meno all’ormone e servono dosi sempre più alte per tenere la glicemia in equilibrio. Una pratica basata più su esperienza clinica e buon senso che su dati robusti.

Ora però un trial clinico coordinato dal Garvan Institute of Medical Research, pubblicato su Nature Communications, mette ordine nella faccenda e cambia la prospettiva. (Medical Xpress)


Che cosa ha scoperto lo studio INTIMET

Lo studio si chiama INTIMET (Insulin Resistance in Type 1 Diabetes Managed with Metformin). È uno studio randomizzato, in doppio cieco, durato 26 settimane, su 40 adulti con diabete di tipo 1 di lunga data. Metà dei partecipanti ha assunto metformina a rilascio prolungato insieme alla propria terapia insulinica abituale, l’altra metà un placebo. (Medical Xpress)

I ricercatori si aspettavano di vedere un miglioramento della sensibilità all’insulina, misurata con una tecnica molto sofisticata, il clamp euglicemico iperinsulinemico, che permette di valutare come rispondono fegato, muscolo e tessuto adiposo.

La sorpresa è arrivata qui:

  • la resistenza all’insulina non è cambiata in modo significativo;
  • i valori medi di glicemia sono rimasti sovrapponibili;
  • eppure qualcosa di importante è successo lo stesso.

Chi assumeva metformina ha potuto usare circa il 12 per cento di insulina in meno rispetto al gruppo placebo, mantenendo lo stesso controllo glicemico. Meno unità nella penna o nel microinfusore, stesso risultato nei profili glicemici. (Medical Xpress)

Non è la prima volta che si intravede questo effetto: già negli anni Ottanta uno studio su un piccolo gruppo di persone con diabete di tipo 1 aveva mostrato una riduzione del fabbisogno insulinico durante il trattamento con metformina, ma con numeri troppo limitati per cambiare la pratica clinica. (PubMed) Oggi il risultato viene confermato con una metodologia moderna e controllata.


Perché ridurre la dose di insulina è una buona notizia

Chi vive con diabete di tipo 1 sa bene quanto sia faticoso l’equilibrio quotidiano tra insulina, cibo, movimento, stress, malattie di stagione. Ogni giorno significa contare carboidrati, correggere picchi, prevenire ipoglicemie, spesso anche di notte.

Avere bisogno di dosi sempre più alte di insulina non è solo una questione di numeri sul display:

  • aumenta il rischio di ipoglicemie;
  • facilita l’aumento di peso;
  • si associa a oscillazioni glicemiche più ampie;
  • nel lungo periodo è collegato a un maggior rischio cardiovascolare. (PubMed)

Questa condizione viene spesso descritta come “doppio diabete”, perché alla carenza assoluta di insulina tipica del tipo 1 si sommano i tratti di resistenza tipici del tipo 2.

In questo contesto, la possibilità di ridurre anche solo del 10–15 per cento la dose quotidiana di insulina, senza perdere il controllo glicemico, è tutt’altro che marginale: significa potenzialmente meno variazioni di peso, un profilo metabolico più favorevole, un rapporto più sereno con il cibo e con il proprio corpo. In alcuni casi può voler dire anche un risparmio economico su flaconi, penne e ricariche. (Medical Xpress)


Metformina e intestino: un dialogo ancora da capire

A questo punto la domanda sorge spontanea:
se la metformina non migliora la resistenza all’insulina misurata al clamp, come fa a ridurre il fabbisogno di insulina nel tipo 1

Una delle ipotesi più affascinanti guarda all’intestino. Negli ultimi anni diversi studi hanno mostrato che la metformina è in grado di modificare la composizione del microbiota intestinale, con effetti sul metabolismo del glucosio e dei lipidi, soprattutto nel diabete di tipo 2. (Medical Xpress)

Nel trial INTIMET i ricercatori stanno analizzando proprio i campioni intestinali dei partecipanti, per capire se i cambiamenti nel microbioma possano spiegare il minor bisogno di insulina. (Medical Xpress)

L’idea è che una diversa fermentazione degli zuccheri, una produzione modificata di alcuni acidi grassi a corta catena o di altri mediatori intestinali possa rendere il sistema più efficiente nel gestire i pasti, e quindi “sgravare” l’insulina esterna da parte del lavoro. Siamo nel campo delle ipotesi, ma la pista è promettente e lega insieme due protagonisti silenziosi della nostra salute: l’intestino e un vecchio farmaco.


Cosa significa per chi vive con diabete di tipo 1

Arriviamo alla domanda che molti hanno già sulle labbra:

“Devo chiedere la metformina al mio diabetologo?”

La risposta onesta non è un sì o no secco, ma un “dipende, e va valutato insieme”.

Alcuni punti fermi:

  • la metformina non sostituisce in nessun modo l’insulina nel diabete di tipo 1;
  • si parla di un uso aggiuntivo e spesso off label, cioè fuori indicazione ufficiale; (PubMed)
  • non tutti i profili clinici sono uguali: insufficienza renale, problemi epatici o altre comorbilità possono renderla sconsigliabile;
  • gli effetti collaterali gastrointestinali (nausea, gonfiore, diarrea) sono abbastanza frequenti all’inizio, motivo per cui di solito la dose si aumenta in modo graduale. (BioMed Central)

Ci sono però gruppi di persone nei quali, già oggi, diversi studi suggeriscono un potenziale beneficio in termini di minor dose insulinica, peso corporeo e profilo lipidico, senza peggioramento dell’HbA1c: per esempio adolescenti e adulti con fabbisogno molto elevato di insulina, sovrappeso o marcata resistenza insulinica. (BioMed Central)

In questi casi il dialogo con il team diabetologico può prendere in considerazione la metformina come un tassello in più:

Non è la “pillola magica” che sistema tutto, ma uno strumento in più in una cassetta degli attrezzi sempre più ricca.


Metformina, tradizione che incontra innovazione

La storia della metformina ricorda che nella medicina, come nella vita, non tutto ciò che è nuovo è automaticamente migliore, e non tutto ciò che è vecchio va archiviato in soffitta.

I dati del trial INTIMET aggiungono un tassello importante alla gestione moderna del diabete di tipo 1, fatta di sensori continui, microinfusori intelligenti, algoritmi, piattaforme digitali e, sempre più spesso, intelligenza artificiale. (Medical Xpress)

In mezzo a questa tecnologia brillante, un umile farmaco in compresse, nato quasi cent’anni fa, può ancora fare la differenza, se usato con criterio e sotto controllo specialistico. Il prossimo passo sarà capire perché funziona così nel tipo 1, partendo dall’intestino e dal suo fitto dialogo con il resto dell’organismo.

Nel frattempo, la lezione è chiara: la cura migliore nasce dall’incontro tra innovazione e tradizione, tra nuove evidenze e farmaci collaudati, tra i numeri degli studi clinici e i gesti quotidiani di chi con il diabete convive ogni giorno, dal primo caffè del mattino fino all’ultimo controllo prima di dormire.


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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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