Da Aristotele agli studi di Harvard, passando per esperimenti internazionali: la felicità non si misura solo in dollari. E l’aumento delle disuguaglianze economiche rischia di compromettere il benessere collettivo.

Quanti soldi servono davvero per essere felici? È una domanda che accompagna l’umanità da secoli, tra filosofia, esperimenti scientifici e la realtà sempre più polarizzata della ricchezza globale.

Nel prossimo decennio Elon Musk potrebbe diventare il primo triliardario del pianeta, con un piano di compensi da mille miliardi di dollari proposto dal consiglio di amministrazione di Tesla. Una cifra che sembra provenire da un’altra galassia, specie se paragonata al divario tra gli stipendi dei CEO e quelli dei lavoratori comuni.

In Australia, ad esempio, l’amministratore delegato uscente di Virgin, Jayne Hrdlicka, riceverà circa 50 milioni di dollari in azioni e benefit al momento del suo addio. Intanto le ricerche mostrano che i cittadini pensano che i CEO guadagnino “solo” sette volte più di un dipendente medio, quando in realtà il rapporto arriva a 55 volte. Negli Stati Uniti la forbice è ancora più impressionante: fino a 300 volte.

Felicità: una misura antica e moderna

Ma il punto rimane: quanti soldi bastano? Aristotele già spiegava il concetto di eudaimonia: vivere bene significa coltivare virtù e relazioni, mantenendo i beni materiali entro limiti moderati. Non è un invito a rinunciare alla ricchezza, bensì a non farne l’unico obiettivo della vita.

Gli studi contemporanei confermano l’intuizione del filosofo. Una ricerca americana del 2010 fissava la soglia del benessere a 75.000 dollari l’anno, cifra che oggi, con l’inflazione, corrisponderebbe a circa 111.000 dollari. Non si tratta di numeri assoluti: contano il contesto e il costo della vita locale.

Altri studi mostrano che, sebbene il benessere cresca con l’aumentare del reddito, il salto più significativo avviene quando si passa dalla povertà alla classe media. Oltre certe cifre, l’incremento diventa marginale.

Esperimenti e sorprese

Nel 2022, un esperimento ha distribuito 10.000 dollari a 200 persone in vari paesi, dall’Indonesia al Canada. Risultato? Nei paesi a basso reddito la felicità aumentava tre volte di più rispetto ai paesi ricchi. Ma anche nei contesti più benestanti, come Australia e Stati Uniti, il denaro extra dava benefici concreti fino a redditi familiari di 123.000 dollari. Curiosamente, gran parte dei partecipanti ha donato più di due terzi del denaro ricevuto: la generosità, quindi, è risultata parte integrante della soddisfazione.

Il tempo e le relazioni come beni preziosi

Il denaro, però, non è tutto. Lo ricorda uno studio di Harvard che dal 1938 segue generazioni di uomini e i loro figli: la felicità e la salute dipendono soprattutto dalla qualità delle relazioni.

Lo psicologo Abraham Maslow aveva già parlato di bisogni fondamentali: superate le necessità di cibo, casa e sicurezza, il benessere si gioca sulla possibilità di autorealizzarsi. E qui entrano in gioco due fattori chiave: il tempo libero e le esperienze. Pagare qualcuno per liberarsi di incombenze indesiderate, o investire in viaggi e cene condivise, crea ricordi e legami che valgono più di qualsiasi oggetto di lusso.

La trappola del “tapis roulant edonico”

La corsa al denaro rischia di trasformarsi in un circolo vizioso: ci si abitua presto al nuovo livello di benessere e si desidera subito qualcosa in più. È la dinamica del cosiddetto “tapis roulant edonico”. Ma questa rincorsa lascia dietro di sé meno tempo per passioni e affetti.

Le ombre della disuguaglianza

In Australia, come in molti altri paesi, la disuguaglianza cresce e i giovani fanno i conti con alloggi sempre più inaccessibili. Studi britannici collegano l’aumento delle disparità economiche a un peggioramento delle condizioni sociali: più criminalità, più dipendenze, più obesità, meno fiducia reciproca.

I dati dell’Ufficio di statistica australiano (2019-20) rivelano che il 20% più ricco possiede il 62% della ricchezza totale. Una concentrazione che rischia di compromettere non solo l’equilibrio sociale, ma anche la qualità della vita di tutti, inclusi i più ricchi. Perché l’ironia è che chi accumula fortune smisurate non è necessariamente più felice.


Conclusione

La felicità non ha un prezzo fisso, ma esiste una soglia oltre la quale il denaro incide sempre meno. Conta di più come lo si usa: per guadagnare tempo, per vivere esperienze, per rafforzare le relazioni. Forse Aristotele aveva ragione: la vera ricchezza è un equilibrio tra beni materiali e beni dell’anima.


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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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