Mentre le intelligenze artificiali si nutrono delle opere online, la maggior parte degli artisti visivi non ha né gli strumenti né le competenze per impedirlo. Uno studio rivela la disparità tra tecnologia e tutela creativa.


Che fine ha fatto l’autonomia dell’artista nell’epoca digitale?
In un tempo non troppo lontano, bastava firmare un quadro, chiudere la porta dello studio e scegliere con cura dove e come esporre. Oggi, invece, anche pubblicare una semplice immagine online significa spalancare la finestra al mondo… e ai crawler AI.

Sono piccoli, invisibili, affamati di creatività. Si muovono silenziosi tra i bit, setacciano la rete come formiche in cerca di zucchero. Ma il loro banchetto, spesso, è a spese dell’arte. E, a differenza dei critici, non chiedono permesso.

Uno studio recente, firmato dall’Università di San Diego e da quella di Chicago, porta alla luce una realtà scomoda e per nulla poetica: la maggior parte degli artisti visivi non ha idea di come difendere le proprie opere dai crawler dell’intelligenza artificiale. E anche volendo, spesso non ha gli strumenti per farlo.

Il team ha intervistato oltre 200 artisti, analizzato più di 1.100 siti web di creativi professionisti, studiato le tecnologie disponibili per difendersi. I risultati? Amari. Il 96% degli artisti vorrebbe proteggere le proprie immagini, ma più del 60% non conosce nemmeno l’esistenza del file robots.txt, un semplice meccanismo che può (teoricamente) dire ai crawler “alt, qui non si entra”.

E anche laddove esistono strumenti, come Glaze (sviluppato proprio da alcuni coautori dello studio), o nuove funzioni offerte da provider come Cloudflare per bloccare i bot AI, il problema resta: gli artisti non li conoscono, non sanno usarli, o non possono accedervi se usano piattaforme chiuse come Wix, WordPress.com o Behance.

Come se non bastasse, nemmeno i crawler sono affidabili. Alcuni, come quelli di ByteDance (TikTok), ignorano il robots.txt senza troppi complimenti. Altri dicono di rispettarlo, ma è impossibile verificarlo. E nel frattempo, le aziende di AI fanno incetta di dati visivi, addestrano modelli sempre più sofisticati, e stipulano accordi miliardari per farlo legalmente.

Come difendersi allora?
Il 60% degli artisti ha già cominciato a ridurre la quantità di opere pubblicate online. Il 51% condivide solo immagini a bassa risoluzione. Il 66% usa Glaze per camuffare le immagini agli occhi affamati degli algoritmi. Una forma di resistenza silenziosa, ma non certo definitiva.

Nel frattempo, sul fronte normativo la battaglia è appena cominciata. Negli USA si discute se i modelli AI possano davvero rivendicare il “fair use” delle opere che assorbono. In Europa, invece, la nuova legge sull’intelligenza artificiale impone ai fornitori di modelli generativi di ottenere il permesso dagli autori per utilizzare i loro dati.

Eppure, mentre i tribunali si interrogano e i parlamenti legiferano, la vita dell’artista resta sospesa, come una tela lasciata a metà.
Perché, come scrivono i ricercatori: “Il problema non è più l’accessibilità delle opere, ma il loro uso. E l’unico vero potere che resta agli artisti, oggi, è quello di non farsi vedere”.

Un paradosso crudele, nell’era della visibilità a tutti i costi.

In questo file robots.txt di esempio, a Googlebot è consentito eseguire la scansione di tutti gli URL sul sito web, a ChatGPT-User e GPTBot non è consentito eseguire la scansione di alcun URL e a tutti gli altri crawler non è consentito eseguire la scansione degli URL nella directory /secret/.
Credit
Università della California di San Diego

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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