Un’indagine sul paradosso italiano: lavoro sessuale tollerato ma non regolato, piattaforme digitali che disintermediano e un quadro normativo del 1958 chiamato a misurarsi con algoritmi, geolocalizzazione e pagamenti online.
Introduzione: un anniversario scomodo
Sessantasette anni dopo l’entrata in vigore della Legge 20 febbraio 1958 n. 75, la cosiddetta “Legge Merlin”, l’Italia si ritrova al centro di un paradosso che il digitale ha reso più evidente: la prostituzione in sé non è reato, ma tutto ciò che la organizza, la favorisce o ne trae profitto può diventarlo. Nel 1958 l’obiettivo era chiaro: chiudere le “case di tolleranza”, interrompere la mercificazione istituzionalizzata del corpo femminile, combattere lo sfruttamento e la tratta. Nel 2025, però, la scena è cambiata: non più campanelli e portieri discreti, bensì profili social, contenuti in abbonamento, chat criptate, inserzioni geolocalizzate e un’economia dei micropagamenti. L’architettura del web ha smantellato le vecchie intermediazioni, ma ha anche creato nuove vulnerabilità.
Di fronte a questo scenario, l’ordinamento italiano appare fermo a una concezione analogica del fenomeno, lasciando lavoratrici e lavoratori del sesso in un limbo che incrocia fisco, sicurezza, salute, privacy e piattaforme globali.
Cosa è cambiato davvero: dalla strada alla timeline
Se la Merlin colpì l’organizzazione “in luogo” del mercato del sesso, il web ha dissolto il luogo. Oggi il primo contatto tra chi offre e chi richiede prestazioni avviene sempre più spesso su Instagram, X, TikTok, Telegram o su siti e marketplace settoriali; la promozione passa per contenuti che ammiccano alle regole di community; le contrattazioni si spostano su DM e app di messaggistica; i pagamenti sfruttano wallet, gift card, bonifici istantanei o piattaforme di creator economy (OnlyFans su tutte).
Questa trasformazione ha prodotto effetti concreti:
- Disintermediazione: meno agenzie tradizionali, più auto-promozione. Diminuisce la visibilità dello sfruttatore “classico”, ma aumentano i rischi di manipolazione digitale (furti di identità, revenge porn, doxxing).
- Precarietà algoritmica: profili sospesi, shadow banning, segnalazioni malevole possono azzerare, in un istante, la “vetrina” da cui dipende il reddito.
- Geolocalizzazione tattica: Milano, Roma, Torino, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Palermo sono hub in cui domanda e offerta si incontrano con logiche “on demand”. Il posizionamento del profilo cambia con il quartiere e con l’orario, come in qualunque piattaforma di servizi.
- Professionalizzazione informale: foto, copy, brand personale, gestione del calendario, gestione fiscale fai-da-te. Spesso senza tutele, con contratti inesistenti e zero potere negoziale verso piattaforme e clienti.
Un quadro normativo datato: dove la legge non arriva (o arriva male)
La Legge Merlin abolì le case chiuse e punì il favoreggiamento e lo sfruttamento. Ma non immaginava:
- Piattaforme che, pur non organizzando direttamente il sex work, ne abilitano la promozione e monetizzazione;
- Contenuti a pagamento (paywall) in cui il confine tra pornografia autoprodotta e sex work “off-line” è poroso;
- Pagamenti digitali che aprono nodi di compliance antiriciclaggio, tracciabilità e privacy;
- Sicurezza e salute in un contesto senza luoghi fisici regolati, dove la prevenzione resta affidata all’iniziativa individuale;
- Servitù algoritmica: account chiusi senza preavviso, assenza di ricorso efficace, dipendenza da TOS redatte altrove.
Ne deriva un “vuoto pratico” su cinque fronti:
- Tutela del lavoro: mancata riconoscibilità giuridica del lavoro sessuale autonomo; assenza di standard minimi su orari, sicurezza, contratti, assicurazioni.
- Fisco: pressione ad “arrangiarsi” tra prestazioni occasionali e partite IVA non ottimizzate, con rischio di contenziosi o evasione involontaria.
- Sicurezza personale: assenza di canali protetti di verifica dell’identità dei clienti; difficoltà a denunciare senza auto-incriminarsi per connessioni con condotte “di favoreggiamento”.
- Tutela dei dati: esposizione a furti di contenuti, scraping e ricatti digitali; scarsa alfabetizzazione su watermarking, gestione delle prove, rimozione rapida.
- Piattaforme & responsabilità: ambiguità sul ruolo di hosting/curation e sulle procedure di notice-and-takedown per contenuti non consensuali o di minori.
Social network e creator economy: le nuove “vetrine”
- Instagram/TikTok: “soft advertising” fatto di lifestyle, teasing e rimandi a link hub. I limiti delle community guidelines spingono a linguaggi allusivi e a community chiuse.
- X (ex Twitter): maggiore tolleranza verso contenuti espliciti, ma volatilità nella moderazione e nei sistemi di monetizzazione.
- OnlyFans e affini: da contenuti foto/video a chat personalizzate, tip, liste desideri, vendite “pay-per-view”. Per molte/i, porta d’ingresso al mercato off-line.
- Telegram/WhatsApp/Signal: backoffice informale per trattative e verifica di sicurezza, ma anche canali di redistribuzione pirata di contenuti.
Il risultato è una ibridazione: chi lavora online spesso alterna o integra incontri fisici; chi nasce off-line si digitalizza per reperire clientela, con competenze di marketing che nulla hanno a che vedere con il 1958.
Tra tratta, sfruttamento e autodeterminazione
Serpeggia un dibattito spesso polarizzato: da un lato chi vede nel sex work soprattutto sfruttamento e tratta; dall’altro chi rivendica autodeterminazione e diritti. In mezzo, la realtà: esistono situazioni plurali. Le piattaforme possono aiutare chi opera autonomamente a selezionare i clienti e a fissare paletti; ma possono anche facilitare il controllo remoto da parte di reti criminali, imporre percentuali, o alimentare aste al ribasso sulla pelle di chi vende servizi.
Senza strumenti di verifica, supporto legale e sanitario, e senza una cornice chiara per distinguere l’autonomia dallo sfruttamento, la discussione resta ideologica. E intanto, nelle città italiane, il fenomeno vive a cielo (digitale) aperto: in Stazione Centrale e Porta Venezia a Milano, tra Eur e San Lorenzo a Roma, lungo i viali di Bologna, in zona Murazzi a Torino, tra Chiaia e la Circumvallazione a Napoli, fino ai quartieri storici di Firenze, Bari e Palermo.
Sanità, prevenzione, sicurezza: il nodo più urgente
La chiusura delle case chiuse eliminò un contesto istituzionalizzato, ma non predispose una rete di prevenzione diffusaper chi esercita in autonomia. In epoca di dating e hook-up economy, la mancanza di:
- test periodici agevolati e anonimi,
- kit di prevenzione distribuiti senza stigma,
- sportelli legali e psicologici accessibili,
- canali di segnalazione rapidi per violenze e ricatti online,
espone l’intera comunità (non solo chi vende sesso) a rischi evitabili. Il digitale, qui, potrebbe essere alleato: app di verifica, “panic button”, condivisione geolocalizzata con persone di fiducia, check-in automatici, blacklist condivise che rispettino la privacy e la legge.
Fisco e lavoro: dal sommerso alla trasparenza possibile
Una regolazione intelligente non significa “case chiuse 2.0”, ma riconoscimento della realtà: chi svolge attività autonoma dovrebbe poter aprire un’attività con codici ATECO chiari, aderire a regimi fiscali compatibili, versare contributi, accedere a previdenza e assicurazioni INAIL, detrarre spese di sicurezza e tutela della privacy. Oggi, l’incertezza crea un terreno fertile per intermediazioni opache, mentre l’assenza di percorsi formali spinge molte/i a rinunciare alla regolarità per paura di essere accomunati/e allo sfruttamento.
Piattaforme e responsabilità: serve un “capitolo Italia”
Il cuore digitale del fenomeno batte su piattaforme con sede all’estero. Ma è sul territorio italiano che avvengono promozione, incontro e incasso. Per questo, oltre alla cooperazione giudiziaria contro la tratta, servono protocolli trasparenti con i grandi operatori:
- Procedure rapide per rimozione di contenuti non consensuali,
- KYC mirati per impedire account a minori e sfruttatori,
- canali dedicati con le forze dell’ordine per segnalazioni qualificate,
- report di trasparenza specifici per l’Italia, con dati su sospensioni, segnalazioni e ricorsi,
- tutele per creator adulti consenzienti, evitando censure arbitrarie e garantendo meccanismi di reclamo.
Cosa potrebbe fare il legislatore: un’agenda minima, concreta
- Definizioni aggiornate: distinguere chiaramente lavoro autonomo consenziente, intermediazione illecita e tratta.
- Percorso fiscale e previdenziale dedicato: codici ATECO, contribuzione, assicurazioni obbligatorie per la sicurezza personale; accesso a fondi di prevenzione e formazione digitale.
- Carta dei diritti digitali del/lə sex worker: trasparenza sugli algoritmi, diritto al ricorso, portabilità dei follower, tutela contro doxxing e furto di contenuti.
- Sportelli territoriali (Milano, Roma, Torino, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Palermo) con test rapidi, consulenze legali e psicologiche, mediazione culturale.
- Co-regolazione con le piattaforme: protocolli d’intesa, tempi massimi per rimozioni e ripristini, audit indipendenti, meccanismi di “trusted flagger”.
- Educazione e prevenzione: campagne non moralistiche su consenso, sicurezza, uso dei preservativi e dei PrEP/PEP in contesti a rischio; alfabetizzazione sulla sicurezza digitale.
- Raccolta dati pubblica e anonima: osservatori regionali per monitorare fenomeno on-line/off-line, trend, rischi e impatto delle politiche.
GEO focus: perché le città contano
- Milano: mercato più fluido, clientela business, forte dipendenza da Instagram e OnlyFans; necessità di sportelli multilingue in Stazione Centrale e Navigli.
- Roma: polarizzazione tra centri direzionali (EUR, Prati) e quartieri universitari; criticità su ordinanze locali e controlli a macchia di leopardo.
- Torino: presenza storica lungo i Murazzi e nelle zone semicentrali; opportunità di progetti pilota su sicurezza digitale con il Politecnico.
- Bologna: comunità attiva e reti associative; terreno ideale per protocolli con piattaforme e università.
- Firenze: flussi turistici che amplificano la domanda stagionale; priorità a tutela dati e lotta ai ricatti.
- Napoli: ecosistema complesso tra centro storico e periferie; forte esposizione a sfruttamento, servono percorsi di emersione sicura.
- Bari e Palermo: nodi del Mezzogiorno con domanda in crescita e minore offerta di servizi pubblici; urgenza di sportelli e assistenza legale.
Il fattore etico: oltre la morale, verso la responsabilità
L’Italia ha scelto, nel 1958, di chiudere le case di tolleranza in nome della dignità. Oggi non si tratta di “riaprirle” in versione digitale, ma di assumersi la responsabilità di regolare ciò che esiste già. Ignorare il fenomeno non lo fa sparire: lo rende solo più insicuro, più sommerso, più vulnerabile a ricatti e violenze. La vera distanza con il passato non è la morale, è la tecnica: algoritmi, piattaforme, criptovalute, intelligenza artificiale. È su questi terreni che si gioca la dignità — e la sicurezza — di chi lavora, e di chiunque navighi nello stesso spazio digitale.
Conclusione: 1958–2025, dal corridoio al feed
La Merlin ha segnato un confine storico. Ma i confini, nel 2025, sono diventati permeabili: si spostano da una bio a una chat, da un link in bio a un abbonamento mensile, da un DM a un incontro in presenza. Se lo Stato vuole davvero proteggere le persone — e non solo proclamare valori — deve dotarsi di strumenti all’altezza del presente: regole chiare, tutele concrete, cooperazione con le piattaforme, prevenzione sanitaria e canali di emersione. È questa, oggi, la vera lotta allo sfruttamento.
Hashtag per l’engagement (Italia & GEO)
#LeggeMerlin #ProstituzioneItalia #SexWork #OnlyFansItalia #InstagramItalia #SicurezzaDigitale #Diritti #Tratta #Sfruttamento #SaluteSessuale #Privacy #CreatorEconomy #Milano #Roma #Torino #Bologna #Firenze #Napoli #Bari #Palermo #Italia
Scopri di più da Lambertini, esperienza vissuta, salute, scrittura e visioni sul presente
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.


