Un nuovo studio pubblicato su PNAS mostra che la creatività umana non nasce solo dal caso o dall’imitazione, ma dalla nostra capacità di capire le relazioni tra le cose.

Riassunto:
L’innovazione non nasce nel vuoto. Nasce quando una mente riconosce che una pietra può diventare uno strumento, che un ramo può diventare leva, che due idee lontane possono sedersi allo stesso tavolo e, con un po’ di fortuna, inventare il futuro.

La creatività non è solo lampo, è memoria organizzata

Per molto tempo abbiamo raccontato l’innovazione come una scintilla: l’idea geniale che arriva all’improvviso, il colpo di fortuna, l’intuizione del singolo. Una mela cade, una lampadina si accende, qualcuno esclama “Eureka!” e la storia fa il resto.

La realtà, come spesso accade, è più sobria e più affascinante. Secondo uno studio pubblicato online il 26 maggio 2026 su Proceedings of the National Academy of Sciences, l’innovazione umana dipende in modo decisivo dalla conoscenza semantica, cioè dalla nostra capacità di comprendere proprietà, funzioni e relazioni tra concetti, oggetti e azioni. Lo studio, firmato da Anil Yaman, Shen Tian e Björn Lindström, è frutto della collaborazione tra Vrije Universiteit Amsterdam e Karolinska Institutet. (Vrije Universiteit Amsterdam)

Detta in modo più casalingo: non inventiamo perché mescoliamo cose a caso. Inventiamo perché sappiamo, o intuiamo, quali cose possono funzionare insieme. Anche il genio, poveretto, ha bisogno di una dispensa ben fornita.

Che cos’è la conoscenza semantica

La conoscenza semantica è il grande archivio mentale che ci permette di sapere che il fuoco scalda, che l’acqua spegne, che una corda lega, che una ruota gira, che un cucchiaio non serve solo a mangiare la minestra ma, nei casi estremi, anche a salvare l’ultimo fondo di tiramisù.

È una conoscenza fatta di connessioni: non solo “che cos’è” qualcosa, ma a cosa serve, con cosa può interagire, quale effetto può produrre.

Nel comunicato del Karolinska Institutet, Björn Lindström la definisce una sorta di “cassetta degli attrezzi cognitiva”: ci aiuta a capire quali elementi possono lavorare insieme. (news.ki.se)

Ed è proprio qui che lo studio diventa interessante: se togliamo questa cassetta degli attrezzi, l’innovazione si inceppa.

Lo studio: un videogioco per capire come nascono le idee

I ricercatori hanno coinvolto 1.243 partecipanti in un esperimento comportamentale su larga scala. Il compito era apparentemente semplice: creare nuove “innovazioni” combinando oggetti diversi all’interno di un videogioco. Alcuni partecipanti lavoravano con oggetti familiari, come rocce e rami. Altri svolgevano lo stesso compito, ma con simboli astratti privi di significato evidente. (arXiv)

La differenza è cruciale. Davanti a una roccia e a un ramo, il cervello non parte da zero. Sa già qualcosa: peso, durezza, flessibilità, possibilità d’uso. Davanti a simboli senza significato, invece, la mente si muove quasi al buio.

I risultati sono stati netti: quando i partecipanti potevano usare la propria conoscenza semantica, erano molto più capaci di trovare combinazioni utili. Quando questa conoscenza mancava, le prestazioni non superavano il livello del caso, anche quando era possibile osservare ciò che avevano fatto gli altri. (ResearchGate)

Copiare non basta: bisogna capire

Un altro punto forte dello studio riguarda l’apprendimento sociale, cioè la possibilità di imparare dagli altri. È una delle grandi forze dell’umanità: nessuno reinventa da capo il fuoco, la ruota o il ragù della nonna. Si eredita, si osserva, si migliora.

Ma lo studio mostra che l’apprendimento sociale, da solo, non basta. Se non capisco il senso degli oggetti, posso vedere ciò che fanno gli altri, ma rischio di limitarmi a imitare senza davvero innovare.

I gruppi che avevano accesso sia alla conoscenza semantica sia all’apprendimento sociale hanno prodotto circa il doppio delle innovazioni uniche rispetto ai gruppi che avevano solo accesso all’apprendimento sociale. (news.ki.se)

Questo è un passaggio importante: l’innovazione non è solo trasmissione. È trasformazione. La cultura non avanza perché copiamo bene, ma perché capiamo abbastanza da modificare ciò che riceviamo.

Le generazioni precedenti ci lasciano più delle invenzioni

C’è una frase implicita, quasi poetica, dentro questo studio: le generazioni precedenti non ci tramandano soltanto oggetti, tecniche e scoperte. Ci tramandano anche una mappa del mondo.

Un martello non è solo un martello. È la memoria di chi ha capito che una massa dura, collegata a un manico, può concentrare forza. Una ricetta non è solo una lista di ingredienti. È la memoria di tentativi, errori, stagioni, necessità, famiglie, carestie e feste.

La conoscenza semantica è dunque una forma di eredità invisibile. Non la vediamo come vediamo una macchina, un ponte o uno smartphone, ma è ciò che rende possibile costruirli.

Secondo gli autori, i risultati aiutano a spiegare perché la cultura umana sia cumulativa: ogni generazione non riceve solo prodotti finiti, ma anche criteri per combinarli, migliorarli, reinterpretarli. (Anil Yaman)

Innovare significa collegare, non solo inventare

Questa ricerca ridimensiona una certa retorica moderna della creatività come rottura totale con il passato. Il nuovo, spesso, nasce da una conversazione con ciò che è antico.

La tradizione non è necessariamente un freno. Può essere il terreno. E il terreno, si sa, non fa notizia come il fiore, ma senza terreno il fiore fa una figura piuttosto secca.

Ogni grande innovazione nasce da connessioni: tra esperienza e immaginazione, tra memoria e rischio, tra ciò che sappiamo e ciò che ancora non osiamo pensare.

La conoscenza semantica ci permette proprio questo: restringere il campo del possibile senza chiuderlo del tutto. Ci evita di provare combinazioni inutili, ma ci offre anche piste promettenti. È come una bussola: non cammina al posto nostro, però evita di farci cercare il Nord dentro il cassetto delle posate.

Il limite: la conoscenza può anche ingannare

Lo studio, però, non cade nell’ingenuità opposta. La conoscenza semantica aiuta l’innovazione, ma può anche ostacolarla.

I ricercatori intendono infatti studiare come, in contesti più complessi e realistici, forti aspettative semantiche possano portarci a ignorare soluzioni controintuitive o apparentemente irragionevoli. (news.ki.se)

È il lato oscuro dell’esperienza: sapere molto può farci vedere meglio, ma talvolta anche impedirci di vedere altro. Chi conosce troppo bene “come si fa” rischia di non immaginare “come si potrebbe fare diversamente”.

Qui sta il paradosso più umano: per innovare servono conoscenza e libertà dalla conoscenza. Bisogna avere radici, ma non diventare vaso.

Cosa ci dice questo studio su scuola, lavoro e intelligenza artificiale

Le implicazioni sono notevoli. Se l’innovazione nasce dalla capacità di collegare concetti, allora educare non significa solo trasmettere nozioni, ma costruire mappe mentali ricche, elastiche, capaci di mettere in relazione campi diversi.

Nella scuola, questo rafforza il valore delle conoscenze di base, della cultura generale, della storia, delle scienze, della lingua. Non come deposito polveroso, ma come infrastruttura della creatività.

Nel lavoro, suggerisce che i gruppi più innovativi non sono necessariamente quelli che corrono più veloce, ma quelli che condividono conoscenze, linguaggi e contesti. L’innovazione non nasce solo dal brainstorming con i post-it colorati. Nasce anche dal sapere perché una certa idea potrebbe funzionare.

E nell’epoca dell’intelligenza artificiale, il messaggio è ancora più attuale: avere accesso a infinite informazioni non equivale a capire. La vera differenza resta nella capacità di connettere, interpretare, selezionare, applicare. L’AI può generare combinazioni, ma il valore umano sta spesso nel riconoscere quali combinazioni hanno senso, conseguenze, profondità.

Una lezione antica con strumenti nuovi

Questo studio parla di neuroscienze cognitive, modelli informatici e videogiochi sperimentali. Ma, in fondo, conferma una sapienza antica: si crea meglio quando si conosce meglio.

L’artigiano che sente il legno, il medico che collega sintomi e storie, il musicista che trasforma scale e memoria in improvvisazione, il cuoco che sa quando rompere la regola perché la regola l’ha imparata davvero: tutti usano conoscenza semantica.

L’innovazione non è una cometa solitaria. È una costellazione. E ogni stella, per brillare, ha bisogno delle altre.

In sintesi

La conoscenza semantica è la rete di significati che ci permette di capire come le cose sono collegate e come possono essere usate insieme. Il nuovo studio pubblicato su PNAS mostra che questa capacità è fondamentale per l’innovazione umana: senza di essa, anche l’apprendimento dagli altri diventa molto meno efficace.

La creatività, quindi, non è solo fantasia. È fantasia nutrita da conoscenza. Non è solo copiare il passato, né rinnegarlo. È prenderlo per mano, portarlo un passo più avanti e, ogni tanto, convincerlo a ballare.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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