Dalla medicina alla tecnologia, dalla scuola alle istituzioni, l’adattamento umano corre oggi più veloce del DNA. Ma se la cultura diventa il nostro nuovo ambiente evolutivo, allora salvarla non è un lusso, è sopravvivenza.

Estratto:
Secondo una nuova ipotesi scientifica dell’Università del Maine, l’umanità starebbe vivendo una svolta evolutiva: non sarebbero più soltanto i geni a guidare il nostro adattamento, ma soprattutto la cultura. Medicina, tecnologia, istruzione e cooperazione sociale funzionano oggi come un secondo patrimonio ereditario, più rapido del DNA. Una buona notizia? Sì, ma con una domanda enorme: cosa accade se il nostro futuro dipende dalla qualità delle società che costruiamo?

L’evoluzione non è finita, ha cambiato passo

Per molto tempo abbiamo immaginato l’evoluzione come una lenta officina biologica: mutazioni, selezione naturale, generazioni che passano, corpi che cambiano. Una pazienza da orologiaio, quasi monastica. Poi è arrivato l’essere umano con il fuoco, il linguaggio, l’agricoltura, i vaccini, gli antibiotici, gli occhiali, le città, internet e, per non farci mancare niente, anche i gruppi WhatsApp di famiglia.

La domanda oggi è questa: l’evoluzione umana è ancora guidata soprattutto dai geni o, ormai, dalla cultura?

Secondo Timothy M. Waring e Zachary T. Wood, ricercatori dell’Università del Maine, potremmo trovarci nel mezzo di una grande transizione evolutiva. La cultura, intesa come insieme di conoscenze, pratiche, tecnologie, istituzioni e comportamenti trasmessi tra persone e generazioni, starebbe diventando la principale forza di adattamento della nostra specie.

Non significa che i geni siano andati in pensione con una pacca sulla spalla. Significa piuttosto che il DNA non corre più da solo. Accanto alla biologia, e spesso davanti a essa, c’è l’eredità culturale.

Che cosa vuol dire che la cultura “supera” i geni?

I geni cambiano lentamente. La cultura, invece, può cambiare in pochi anni, mesi, talvolta giorni. Una mutazione genetica favorevole può impiegare molte generazioni per diffondersi. Una buona idea, una tecnica medica, una norma igienica o una tecnologia utile possono attraversare il pianeta con una velocità che Darwin, probabilmente, avrebbe osservato con il sopracciglio alzato e il taccuino in fiamme.

Pensiamo agli occhiali. In un ambiente privo di strumenti correttivi, una grave difficoltà visiva avrebbe potuto ridurre sopravvivenza, autonomia e possibilità riproduttive. Oggi un paio di lenti risolve in pochi minuti ciò che la selezione naturale avrebbe affrontato in tempi lunghissimi.

Lo stesso vale per chirurgia, farmaci, vaccini, parto cesareo, trattamenti per l’infertilità, sistemi sanitari, istruzione pubblica, reti di protezione sociale. Non sono adattamenti scritti nel DNA, ma nella cultura. Eppure cambiano radicalmente chi vive, come vive, quanto vive e con quali possibilità.

In altre parole, l’umanità non si adatta più soltanto cambiando corpo. Si adatta cambiando mondo.

La cultura come seconda ereditarietà

L’idea centrale è potente: ereditiamo molto più dei geni. Ereditiamo una lingua, una cucina, una medicina, una scuola, una religione, un sistema giuridico, una memoria collettiva, un modo di curare i bambini, gli anziani, i malati. Ereditiamo anche errori, pregiudizi, abitudini tossiche e scaffali pieni di merendine. La cultura è generosa, ma non sempre ha letto il bugiardino.

Questa eredità culturale può essere adattiva. Ci permette di sopravvivere in ambienti ostili, affrontare malattie, collaborare in gruppi enormi, costruire ponti, ospedali, biblioteche, reti elettriche e sistemi di conoscenza.

La cultura, però, non è automaticamente buona. Può produrre vaccini, ma anche disinformazione. Può inventare l’agricoltura, ma anche consumare il suolo. Può creare ospedali, ma anche sistemi sanitari diseguali. Può accelerare la sopravvivenza, ma anche accelerare la crisi climatica.

Per questo parlare di “evoluzione culturale” non significa parlare di progresso inevitabile. L’evoluzione non ha morale, seleziona ciò che funziona in un contesto. E, come sappiamo, non tutto ciò che funziona nel breve periodo è saggio nel lungo.

Siamo sempre più individui o sempre più gruppo?

Uno degli aspetti più interessanti della teoria è che la cultura non vive mai davvero da sola in un individuo. La cultura è condivisa. Sta nei legami, nei sistemi, nelle istituzioni. Nessuno inventa da zero l’alfabeto ogni mattina mentre beve il caffè. Per fortuna, altrimenti la colazione sarebbe una fatica paleolitica.

Se l’adattamento umano dipende sempre più da sistemi culturali collettivi, allora anche la nostra “unità evolutiva” potrebbe cambiare. Non più soltanto il singolo individuo biologico, ma gruppi umani organizzati: comunità, società, reti di cooperazione.

È una tesi audace. I ricercatori parlano di una possibile transizione simile, per certi versi, a quelle grandi svolte della storia della vita in cui cellule separate hanno formato organismi multicellulari, o insetti sociali hanno costruito colonie altamente cooperative.

Noi non siamo formiche, anche se certe riunioni condominiali possono far venire dubbi. Però è vero che la nostra sopravvivenza dipende sempre più da infrastrutture condivise: acqua potabile, sanità, energia, istruzione, conoscenza scientifica, fiducia pubblica.

Medicina e tecnologia: salvezza o dipendenza?

Qui entra il nodo più delicato. La medicina moderna salva vite, riduce sofferenze, protegge persone che in passato sarebbero morte precocemente. Questo è un trionfo etico e civile. Guai a trasformare il discorso evolutivo in nostalgia della selezione naturale, perché la selezione naturale non è una nonna severa, è spesso un boia senza poesia.

Tuttavia, alcuni studiosi osservano che la medicina e la tecnologia riducono molte pressioni selettive. Se un problema genetico o biologico può essere compensato da cure, dispositivi o sistemi sociali, allora la sopravvivenza dipende meno dalla “robustezza” biologica individuale e più dalla disponibilità di quelle cure.

Questo non è un argomento contro la medicina. È semmai un argomento a favore di sistemi culturali più solidi, equi e intelligenti.

Se diventiamo più dipendenti da ospedali, farmaci, tecnologie e infrastrutture, allora la fragilità non sta solo nei nostri corpi. Sta anche nei tagli alla sanità, nella disinformazione, nelle disuguaglianze, nella perdita di fiducia, nella povertà educativa.

Il nuovo ambiente evolutivo dell’uomo potrebbe non essere la savana, ma il sistema sanitario nazionale. E questo, detto senza retorica, dovrebbe farci dormire meno tranquilli e votare con più attenzione.

La tradizione conta ancora?

In questo scenario, la parola “cultura” non va ridotta a tecnologia scintillante e algoritmi che promettono di organizzarci la vita mentre ci rubano l’attenzione. Cultura è anche tradizione: il sapere dei nonni, le pratiche alimentari, la cura comunitaria, la memoria dei luoghi, la lingua, i riti, il buon senso accumulato nei secoli.

Non tutto il passato è oro. Ma non tutto il nuovo è luce. L’adattamento migliore nasce spesso dall’incontro tra memoria e innovazione. Una società che dimentica il valore della cooperazione, della cura, della sobrietà, dell’educazione e della responsabilità comune rischia di diventare tecnologicamente avanzata e culturalmente adolescente.

E un’adolescenza con strumenti potentissimi può fare parecchi danni.

La risposta breve: i geni contano ancora?

Sì. I geni contano, eccome. Determinano predisposizioni, limiti, vulnerabilità, capacità biologiche. La selezione naturale non è scomparsa. Malattie, fertilità, ambiente, alimentazione, clima e condizioni sociali continuano a influenzare la biologia umana.

Ma la novità è che molte sfide non vengono più affrontate aspettando un cambiamento genetico. Le affrontiamo inventando soluzioni culturali: antibiotici contro infezioni, vaccini contro virus, occhiali contro miopia, leggi contro violenza, scuole contro ignoranza, reti sociali contro isolamento.

Il punto non è “geni contro cultura”. Il punto è “geni dentro la cultura”. Il nostro DNA resta la partitura di base, ma l’orchestra oggi suona con strumenti costruiti dalla storia.

Perché questa teoria ci riguarda da vicino

Questa ipotesi ci obbliga a una domanda civile: se la cultura è diventata una forza evolutiva primaria, che cultura stiamo trasmettendo?

Trasmettiamo conoscenza o rumore? Cura o abbandono? Medicina basata sulle prove o superstizione travestita da benessere? Cooperazione o solitudine organizzata? Tecnologie al servizio dell’uomo o uomini al servizio delle tecnologie?

L’evoluzione culturale non è un concetto astratto da laboratorio. È ciò che accade quando una società decide se finanziare la ricerca, se proteggere la scuola, se rendere accessibili le cure, se combattere la disinformazione, se custodire i fragili, se pensare alle generazioni future.

In fondo, la nuova selezione potrebbe essere questa: sopravvivranno meglio le società capaci di imparare.

In sintesi

La cultura potrebbe aver superato i geni come principale motore dell’adattamento umano, almeno secondo una nuova teoria proposta da ricercatori dell’Università del Maine.

I geni restano fondamentali, ma medicina, tecnologia, istruzione, cooperazione e istituzioni permettono all’essere umano di rispondere ai problemi molto più rapidamente della selezione genetica.

Questo rende l’umanità più potente, ma anche più dipendente dai propri sistemi culturali. Se ospedali, scuole, scienza, fiducia pubblica e cooperazione si indeboliscono, non perdiamo soltanto servizi. Perdiamo strumenti evolutivi.

La prossima evoluzione dell’uomo potrebbe non essere scritta soltanto nel DNA, ma nelle biblioteche, nei laboratori, negli ospedali, nelle leggi, nelle famiglie, nelle comunità. In ciò che impariamo. In ciò che ricordiamo. In ciò che scegliamo di trasmettere.

Fonti principali: lo studio di Timothy M. Waring e Zachary T. Wood è stato pubblicato su BioScience nel settembre 2025 e propone una transizione dell’evoluzione umana guidata dall’eredità culturale; l’Università del Maine ne ha riassunto le implicazioni con esempi come medicina, scuole, governi, occhiali, chirurgia e tecnologie riproduttive. La copertura divulgativa più recente di ScienceAlert ha rilanciato il tema il 21 giugno 2026. Sul versante opposto, alcuni studi discutono il possibile effetto della medicina moderna nel ridurre la pressione della selezione naturale e nel rendere l’umanità più dipendente dai propri sistemi sanitari e tecnologici

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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