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Estratto:
Dopo l’intervento per frattura scomposta dell’acetabolo sinistro, con placche e viti, arriva il secondo tempo: coxartrosi post-traumatica e indicazione alla protesi d’anca. Ma tra dolore, deambulatore, fisioterapia, liste d’attesa e certificazioni, la vera domanda è un’altra: quanto deve dimostrare una persona prima che il sistema creda alla sua fatica?
Il secondo tempo dell’anca sinistra
C’è una frase che nessuno vorrebbe leggere dopo mesi di dolore, riabilitazione e speranza: “si ritiene indicato intervento di sostituzione protesica anca sinistra”.
Eccola lì, secca, chirurgica, pulita come un corridoio d’ospedale alle sei del mattino. Dopo la frattura scomposta delle due colonne dell’acetabolo sinistro, dopo l’intervento del 30 dicembre 2025 con placche e viti, dopo Villa Bellombra, dopo la rieducazione funzionale a domicilio, dopo il deambulatore, dopo gli antibrachiali, dopo il tentativo quotidiano di rimettere insieme l’uomo e il suo passo, arriva il bis.
Il titolo potrebbe sembrare teatrale: “Diario del diabetico morituro prossimo venturo”. Ma qui il teatro lo fa il corpo. L’uomo prova a restare sobrio, il femore scrive melodrammi. L’anca sinistra, un tempo discreta giuntura da vita ordinaria, è diventata ufficio reclami, archivio traumatologico, sportello aperto h24.
Coxartrosi post-traumatica, il conto che arriva dopo
Le radiografie dicono che i mezzi di sintesi sono in sede. Bene. Ma subito dopo arriva la sentenza vera: marcati segni di coxartrosi post-traumatica.
La coxartrosi è l’artrosi dell’anca, una degenerazione dell’articolazione che può portare dolore, rigidità e perdita di movimento. Nel caso post-traumatico, il trauma non finisce quando si chiude la ferita chirurgica. Resta nell’articolazione, nei muscoli, nella cartilagine, nella geometria imperfetta del movimento. La protesi totale d’anca viene valutata quando dolore e limitazione funzionale rendono insufficienti le alternative conservative, come farmaci, fisioterapia o altri percorsi chirurgici.
Nel referto, la condizione è descritta senza enfasi, ed è proprio questo che colpisce. Il paziente non ha riacquisito l’autonomia deambulatoria. Utilizza il deambulatore per gli spostamenti lunghi, gli antibrachiali per quelli brevi. Lamenta dolore inguinale sinistro. La flessione dell’anca si ferma a 80 gradi, poi il bacino compensa. Le rotazioni sono bloccate. C’è ipometria rispetto al lato controlaterale. C’è ipotonotrofismo muscolare.
Tradotto in lingua viva: il corpo non cammina più come dovrebbe, si arrangia. E quando il corpo si arrangia troppo a lungo, anche l’anima comincia a zoppicare.
Non si perde solo il passo, si perde territorio
Chi cammina senza pensarci non sa quanto sia aristocratica la normalità. Entrare in cucina. Uscire di casa. Fare cento metri. Attraversare un parcheggio. Salire su un’auto. Scendere da un marciapiede. Tutte piccole monarchie del movimento, finché il corpo non ti depone.
Il deambulatore cambia la misura del mondo. Una stanza non è più una stanza, è un percorso. Un corridoio non è più un corridoio, è una prova. Una visita medica non è più un appuntamento, è una spedizione. Ci si prepara come per un viaggio: documenti, referti, glicemia, acqua, farmaci, tempo, dolore, pazienza. Soprattutto pazienza, che però non è infinita. Non siamo santi, siamo pazienti, e già il nome dice molto.
Nel frattempo si continua con la fisioterapia, per mantenere il tono muscolare. Non per diventare ballerini, anche se a questo punto un tango con il deambulatore avrebbe una sua dignità argentina. Si continua perché arrivare a un intervento con un minimo di riserva muscolare può aiutare il recupero. Le linee guida NICE sulla sostituzione articolare indicano che la riabilitazione dopo protesi di anca, ginocchio o spalla dovrebbe essere offerta il giorno stesso dell’intervento, se possibile, e comunque entro 24 ore.
La lista d’attesa come terra di mezzo
Ora il paziente viene posto in lista d’attesa. Verrà contattato per gli esami pre-ricovero. Formula corretta, necessaria, amministrativamente impeccabile. Ma dentro quella frase c’è un limbo.
Perché la lista d’attesa non è un file. È tempo vissuto con dolore. È muscolo che può indebolirsi. È autonomia sospesa. È una casa che continua a essere difficile. È la paura di cadere. È il calendario che diventa un oggetto clinico. È il telefono che assume il ruolo mistico dell’oracolo: squillerà? quando? da quale numero? e se non rispondo?
Qui non si tratta di pretendere corsie preferenziali per capriccio. Si tratta di riconoscere che l’attesa, in alcune condizioni, non è neutra. Aspettare con un’anca dolente, rigida, artrosica, dopo una frattura complessa, non è come aspettare il cambio gomme. Anche se, per esperienza, talvolta il cambio gomme pare organizzato meglio.
Diabete e chirurgia, il corpo non è a compartimenti stagni
Poi c’è il diabete. Non come decorazione biografica, ma come variabile clinica. Chi convive con il diabete da una vita sa che ogni intervento chirurgico è anche una trattativa metabolica. Glicemia, rischio infettivo, farmaci, alimentazione, dolore, sonno, stress, recupero. Tutto parla con tutto.
Prima di una protesi totale d’anca, l’American Academy of Orthopaedic Surgeons ricorda che possono essere necessari esami preoperatori come sangue, urine, elettrocardiogramma e radiografia del torace, e che persone con condizioni croniche, come malattie cardiache o renali, possono richiedere valutazioni specialistiche prima dell’intervento.
Questo dovrebbe essere il cuore della medicina moderna: non l’anca isolata, non il referto isolato, non il paziente spezzettato in reparti, ma una persona intera. Una persona che deve entrare in sala operatoria con il miglior equilibrio possibile, e uscire con un progetto realistico di recupero.
Ausili, contrassegni e quella strana necessità di dimostrare l’evidente
La parte più amara non è sempre il dolore. A volte è doverlo spiegare. Più volte. A più uffici. Con più carte.
Il Servizio sanitario nazionale garantisce l’assistenza protesica per protesi, ortesi e ausili tecnologici destinati a compensare menomazioni o disabilità funzionali, potenziare le abilità residue e promuovere l’autonomia dell’assistito. Questa frase dovrebbe essere scolpita all’ingresso di ogni sportello sanitario: promuovere l’autonomia. Non sospettarla. Non centellinarla. Non trasformarla in un quiz a premi con referti, timbri e pellegrinaggi.
Lo stesso vale per il contrassegno di parcheggio per disabili. La normativa prevede che, per il rilascio, la certificazione medico-legale dell’ASL accerti una capacità di deambulazione impedita o sensibilmente ridotta. Ora, quando una persona usa il deambulatore per gli spostamenti lunghi, gli antibrachiali per quelli brevi, non ha riacquisito autonomia deambulatoria, ha dolore inguinale, rotazioni bloccate, flessione limitata e viene messa in lista per protesi d’anca, viene spontanea una domanda semplice, quasi ingenua: quanto deve ancora dimostrare?
Serve forse arrivare allo sportello trascinando l’anca come una pergamena medievale? Serve recitare il dolore in modo più convincente? Serve una scenografia? Musiche di Morricone? Una voce fuori campo che dica: “Egli non percorse cento metri”?
La radiografia vede le viti, la burocrazia deve vedere la vita
Il punto politico, civile, umano è questo: la sanità non può fermarsi alla radiografia. La radiografia dice che le placche e le viti sono in sede. Perfetto. Ma il problema è che l’uomo non è in sede.
Non è in sede la sua autonomia. Non è in sede il suo cammino. Non è in sede la possibilità di uscire di casa con relativa serenità. Non è in sede quella fiducia elementare che permette a una persona fragile, cronica, operata, dolorante, di sentirsi ancora cittadino e non fascicolo itinerante.
La medicina legale, gli ausili, i certificati, le liste d’attesa, i percorsi riabilitativi dovrebbero avere un obiettivo comune: ridurre la distanza tra malattia e vita. Invece, troppo spesso, quella distanza viene misurata con il righello della procedura. Manca un timbro. Manca una frase. Manca la parola esatta. Manca il modulo giusto. E mentre manca il modulo, manca anche un pezzo di vita.
Protesi d’anca, non miracolo ma possibilità
La protesi d’anca non è una bacchetta magica. È chirurgia maggiore. Ha rischi, tempi, fatica, riabilitazione, controlli, incognite. Ma può essere una possibilità concreta per ridurre il dolore e migliorare la mobilità quando l’articolazione è compromessa. L’AAOS descrive la protesi totale d’anca come un intervento che può aiutare a ridurre il dolore e migliorare il movimento, dopo valutazione condivisa tra paziente e specialisti.
Io non chiedo miracoli. Chiedo una cosa più antica e più seria: essere accompagnato da un sistema che sappia distinguere tra verifica e ostacolo, tra prudenza e diffidenza, tra cura e labirinto.
Perché il paziente non è un disturbatore seriale di ambulatori. È uno che prova a rimettersi in piedi. Letteralmente.
In conclusione
Dopo la frattura scomposta dell’acetabolo sinistro trattata con placche e viti il 30 dicembre 2025, la situazione evolve verso una coxartrosi post-traumatica dell’anca sinistra. La riabilitazione è stata fatta, prima in struttura e poi a domicilio, ma l’autonomia deambulatoria non è tornata. Restano dolore, rigidità, perdita di tono muscolare, necessità di deambulatore e antibrachiali.
L’indicazione alla protesi d’anca apre un nuovo capitolo: pre-ricovero, lista d’attesa, intervento, riabilitazione. Ma apre anche una domanda più grande: perché una persona deve lottare non solo contro il dolore, ma anche contro l’incredulità amministrativa?
La sanità giusta non è quella che distribuisce favori. È quella che riconosce i bisogni reali, protegge l’autonomia e non costringe il paziente a trasformare ogni passo perduto in una pratica da protocollare.
Il diabetico morituro prossimo venturo, dunque, resta qui. Un po’ storto, parecchio dolorante, moderatamente sarcastico. In attesa non dell’eternità, ma di una protesi, di un certificato sensato e di un sistema capace di capire che cento metri, per qualcuno, possono essere un continente.
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