cheerful man with a silly toothless grinPhoto by SweeMing YOUNG on <a href="https://www.pexels.com/photo/cheerful-man-with-a-silly-toothless-grin-31970660/" rel="nofollow">Pexels.com</a>

Estratto: Attività fisica, relazioni sociali, aria pulita, alimentazione e accesso alle cure proteggono la salute cerebrale. Ma queste possibilità non dipendono soltanto dalla volontà individuale: strade, trasporti, servizi e disuguaglianze possono facilitarle oppure renderle quasi impraticabili.

Demenza e città: la prevenzione cognitiva dipende anche dalle condizioni che rendono possibili le scelte salutari

Mangiare bene, camminare, controllare la pressione, coltivare relazioni, proteggere udito e vista, continuare a imparare. I consigli per mantenere il cervello in salute sono ormai numerosi e, in buona parte, sostenuti dalle evidenze.

C’è però una domanda che viene posta molto meno spesso: quanto è realmente facile seguire questi consigli nel luogo in cui viviamo?

Dire a una persona anziana di camminare ogni giorno ha poco senso se i marciapiedi sono sconnessi, gli attraversamenti troppo rapidi, le panchine assenti e il traffico aggressivo. Raccomandare una vita sociale attiva suona quasi beffardo quando il quartiere non offre biblioteche, centri civici, negozi di prossimità o trasporti accessibili.

La prevenzione della demenza non avviene nel vuoto. Avviene dentro case, strade, ambulatori, scuole, parchi e reti di relazioni. In altre parole, avviene nella città.

Quasi metà dei casi è davvero prevenibile?

Il rapporto 2024 della Commissione permanente di The Lancet ha individuato 14 fattori di rischio modificabili associati alla demenza nel corso della vita: scarsa istruzione, perdita dell’udito, ipertensione, colesterolo LDL elevato, obesità, diabete, fumo, consumo eccessivo di alcol, inattività fisica, depressione, trauma cranico, perdita della vista non trattata, isolamento sociale e inquinamento atmosferico.

Secondo le stime della Commissione, intervenire su questi fattori potrebbe teoricamente prevenire o ritardare circa il 45% dei casi di demenza a livello globale. Rapporto 2024 della Commissione Lancet

Quel 45%, tuttavia, deve essere interpretato correttamente. È una frazione attribuibile alla popolazione, calcolata combinando prevalenza dei fattori e intensità delle loro associazioni con la malattia. Non significa che ogni individuo possa quasi dimezzare il proprio rischio seguendo una lista di istruzioni. I fattori si sovrappongono, alcune relazioni sono sostenute soprattutto da studi osservazionali e una parte dei casi non è evitabile con le conoscenze attuali.

Il messaggio importante rimane comunque solido: esiste un margine significativo di prevenzione e questo margine non dipende soltanto dalla medicina.

Le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, aggiornate nel 2026, confermano l’importanza di interventi multidimensionali che comprendano attività fisica, alimentazione, stimolazione cognitiva, relazioni sociali e controllo dei fattori cardiovascolari. Lo stesso approccio implica politiche pubbliche capaci di rendere concretamente accessibili questi comportamenti. Aggiornamento OMS sulla riduzione del rischio di demenza

Una città può rendere più facile o più difficile camminare

L’attività fisica è associata a una migliore salute cardiovascolare e metabolica, condizioni che incidono anche sul rischio di declino cognitivo. Camminare, inoltre, espone a incontri, orientamento nello spazio, decisioni e stimoli sensoriali. Non è soltanto movimento muscolare: è un piccolo esercizio quotidiano per corpo e cervello.

Ma la frase “basta camminare” nasconde un intero piano urbanistico.

Per uscire di casa servono marciapiedi continui, illuminazione, attraversamenti sicuri, bagni pubblici, zone d’ombra, panchine e destinazioni raggiungibili. Per chi usa un bastone, un deambulatore o una carrozzina, pochi centimetri di gradino possono trasformarsi in un confine urbano.

Anche la percezione di sicurezza conta. Traffico veloce, rischio di cadute, degrado, scarsa illuminazione e paura della criminalità possono ridurre le uscite, soprattutto nelle persone anziane e in chi vive solo. La sedentarietà, in questi casi, non è sempre una scelta personale. Talvolta è il risultato di una città che invita a restare in casa.

Le ricerche sul rapporto diretto tra caratteristiche urbanistiche e incidenza della demenza sono ancora prevalentemente osservazionali. Non consentono di affermare che rifare un marciapiede prevenga, da solo, la malattia di Alzheimer. È però plausibile che un ambiente più accessibile agisca attraverso più percorsi intermedi: movimento, controllo del peso, pressione arteriosa, umore, autonomia e partecipazione sociale.

L’aria che respiriamo arriva anche al cervello

L’inquinamento atmosferico è il collegamento più diretto tra politiche urbane e prevenzione cognitiva. La Commissione Lancet lo include tra i fattori di rischio modificabili della demenza.

Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2025 su The Lancet Planetary Health ha riunito 51 studi e dati relativi a oltre 29 milioni di persone. L’esposizione prolungata al particolato fine PM2,5, al biossido di azoto e al particolato carbonioso è risultata associata a una maggiore incidenza di demenza. Per ogni incremento di 10 microgrammi per metro cubo di PM2,5, il rischio relativo aumentava mediamente del 17%. Università di Cambridge, sintesi dello studio

La numerosità complessiva è notevole, ma non cancella i limiti. La maggior parte degli studi era osservazionale, le stime dell’esposizione erano spesso basate sul luogo di residenza e le popolazioni provenivano soprattutto da Paesi ad alto reddito. Restano possibili confondimento residuo e differenze nella diagnosi delle demenze.

Il quadro complessivo, tuttavia, è coerente con meccanismi biologicamente plausibili: danno vascolare, stress ossidativo, infiammazione sistemica e possibile neuroinfiammazione.

Il cittadino può limitare alcune esposizioni, ma non può spostare individualmente una tangenziale, elettrificare il trasporto pubblico o modificare gli impianti di riscaldamento di un’intera area urbana. L’aria pulita è una misura di prevenzione collettiva.

La solitudine non si cura ordinando di “socializzare”

L’isolamento sociale è un altro fattore associato alla demenza. Le relazioni possono sostenere la riserva cognitiva, ridurre stress e depressione, favorire l’attività fisica e rendere più probabile che un problema di salute venga riconosciuto e trattato.

Anche in questo caso, però, la raccomandazione individuale rischia di diventare una formula vuota. Per partecipare alla vita sociale servono luoghi e occasioni.

Una città favorevole alla salute cognitiva dovrebbe offrire biblioteche, centri culturali, circoli, mercati, parchi, associazioni, corsi e spazi pubblici facilmente raggiungibili. Sono importanti anche quei luoghi ordinari che l’urbanistica chiama talvolta “terzi luoghi”: bar, edicole, negozi, cortili, sale di quartiere. Spazi nei quali non si va per ricevere una terapia, ma nei quali la vita continua a fare discretamente il proprio mestiere.

Quando scompaiono i servizi di prossimità, ogni commissione richiede un’automobile o un viaggio complesso. Chi non guida, ha difficoltà motorie o dispone di un reddito limitato rischia di perdere contemporaneamente autonomia, movimento e relazioni.

La prevenzione cognitiva passa quindi anche da una fermata dell’autobus con una seduta, da un ascensore funzionante e da una biblioteca che non chiuda alle cinque del pomeriggio.

Udito, vista e cure: il ruolo della prossimità

Perdita dell’udito e deficit visivi non trattati sono inclusi tra i fattori modificabili indicati dalla Commissione Lancet. Non è sufficiente, però, sapere che bisognerebbe sottoporsi a un controllo.

Occorrono servizi raggiungibili, tempi di attesa accettabili, informazioni comprensibili e costi sostenibili. Un apparecchio acustico lasciato nel cassetto perché difficile da regolare non protegge nessuno. Una cataratta operabile ma bloccata da liste d’attesa conserva tutto il suo potenziale di isolamento.

Lo stesso vale per ipertensione, diabete e colesterolo. Sono condizioni trattabili, ma la qualità del controllo dipende dalla continuità dell’assistenza, dalla medicina di prossimità, dall’alfabetizzazione sanitaria e dalla possibilità di acquistare alimenti adeguati.

In un quartiere privo di ambulatori accessibili e negozi alimentari, ma generoso di traffico e cibo a basso costo, la libertà di “scegliere la salute” diventa piuttosto teorica.

Le disuguaglianze si accumulano lungo tutta la vita

La demenza compare soprattutto in età avanzata, ma il rischio si costruisce nell’arco di decenni. Istruzione, qualità del lavoro, reddito, esposizioni ambientali, accesso alle cure e possibilità di mantenere relazioni sociali possono sommarsi nel tempo.

I quartieri svantaggiati tendono spesso a concentrare più fattori di rischio: inquinamento, rumore, abitazioni inadeguate, minori spazi verdi, insicurezza stradale e servizi sanitari più difficili da raggiungere. Gli studi che collegano svantaggio territoriale e peggiori risultati cognitivi non provano automaticamente un rapporto causale. Le persone non vengono assegnate casualmente ai quartieri e molte variabili sociali possono confondere l’associazione.

Sarebbe però altrettanto scorretto ignorare la convergenza dei percorsi. La città può amplificare o attenuare le disuguaglianze che attraversano l’intera esistenza.

La prevenzione universale deve perciò essere accompagnata da un principio di proporzionalità: più risorse dove gli ostacoli e le esposizioni sono maggiori.

Gli interventi multidimensionali funzionano, se si può aderire

Lo studio finlandese FINGER ha coinvolto 1.260 persone tra 60 e 77 anni, considerate a rischio di declino cognitivo. Per due anni, il gruppo di intervento ha ricevuto supporto su alimentazione, attività fisica, esercizio cognitivo e controllo dei fattori vascolari. Rispetto al controllo, ha ottenuto un miglioramento maggiore nel punteggio cognitivo globale.

Lo studio non dimostrò direttamente una riduzione delle diagnosi di demenza, ma fornì una delle prove più importanti a favore degli interventi multidimensionali. Studio FINGER su The Lancet

C’è però un dettaglio spesso trascurato: aderire a un programma richiede tempo, trasporti, motivazione, capacità fisica, informazioni e sostegno. Gli interventi funzionano nel mondo reale soltanto se il mondo reale permette alle persone di seguirli.

Una palestra lontana e costosa non è prevenzione accessibile. Un gruppo di cammino gratuito nel quartiere, collegato alla Casa della Comunità e adattato anche a chi ha limitazioni motorie, potrebbe esserlo molto di più.

Come dovrebbe essere una città amica del cervello

Non esiste ancora una certificazione scientifica capace di attribuire a una città un punteggio certo di prevenzione della demenza. È però possibile tradurre le evidenze in alcune priorità ragionevoli:

  • ridurre traffico, emissioni e rumore;
  • garantire marciapiedi accessibili e attraversamenti sicuri;
  • creare spazi verdi ombreggiati e realmente utilizzabili;
  • rafforzare trasporto pubblico e servizi di prossimità;
  • sostenere biblioteche, centri sociali e attività intergenerazionali;
  • facilitare controlli di pressione, diabete, colesterolo, vista e udito;
  • contrastare povertà, isolamento abitativo e divario digitale;
  • coinvolgere anziani e persone con disabilità nella progettazione urbana.

Molte di queste azioni producono benefici che vanno oltre la salute cognitiva: meno malattie cardiovascolari e respiratorie, più autonomia, minori cadute, maggiore partecipazione sociale e migliore qualità della vita.

Non occorre quindi promettere che una panchina prevenga l’Alzheimer. È sufficiente riconoscere che una panchina, nel posto giusto, può rendere possibile una passeggiata, un incontro e un pezzo di autonomia.

Dalla responsabilità individuale alla responsabilità condivisa

La prevenzione personale resta importante. Nessuna politica urbana può sostituire completamente il controllo della pressione, l’attività fisica o la cura dell’udito. Ma attribuire tutto all’individuo produce una medicina moralistica: chi si ammala finisce per sembrare qualcuno che non si è impegnato abbastanza.

La realtà è più complessa. Età e genetica restano determinanti fondamentali e nessun comportamento garantisce l’immunità dalla demenza. Allo stesso tempo, le opportunità di ridurre il rischio sono distribuite in modo profondamente diseguale.

Una vera politica di prevenzione cognitiva dovrebbe quindi unire neurologia, medicina generale, salute pubblica, urbanistica, mobilità, ambiente, cultura e servizi sociali.

Il cervello non vive separato dal suo quartiere. Ricorda le strade percorse, le persone incontrate e perfino l’aria respirata. Se vogliamo proteggerlo, dobbiamo smettere di considerare la città un semplice sfondo.

In sintesi

La prevenzione della demenza non dipende soltanto dalla volontà personale. Attività fisica, socialità, controllo dei fattori cardiovascolari, cura di udito e vista e stimolazione cognitiva richiedono ambienti che le rendano accessibili. Le evidenze dirette sull’effetto della progettazione urbana sull’incidenza della demenza sono ancora limitate e soprattutto osservazionali. È invece solido il principio secondo cui politiche ambientali, sanitarie e sociali possono ridurre molte esposizioni e ostacoli collegati al rischio cognitivo.

Livello di affidabilità: elevato per il ruolo complessivo dei fattori modificabili e degli interventi multidimensionali; moderato per inquinamento e isolamento sociale; ancora limitato per gli effetti causali diretti di singole caratteristiche urbanistiche sulla demenza.

Angolo originale consigliato: “La città come infrastruttura cognitiva”, un’inchiesta locale che valuti quartieri, trasporti, biblioteche, verde, ambulatori e accessibilità di Bologna non come semplice decoro urbano, ma come componenti di una politica di salute cerebrale.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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