Dietro i “pazienti bloccati” non c’è pigrizia, c’è un imbuto, pochi posti nella lunga assistenza, tanta fragilità, e un sistema che chiede alla famiglia di fare miracoli.
C’è una scena che in corsia si vede troppo spesso. Il medico dice, “dal punto di vista clinico potremmo dimetterla”. Il paziente guarda la figlia. La figlia guarda il calendario, e poi il vuoto. Perché fuori dall’ospedale non c’è un “dopo” pronto ad accogliere. Non sempre, almeno.
E così accade il paradosso, letti per acuti occupati da persone che non avrebbero più bisogno di cure ospedaliere intensive, ma che non possono rientrare a casa in sicurezza, né trovare posto in una struttura di lungo assistenza. È il fenomeno che in gergo si chiama delayed discharge, dimissione ritardata, o, con un termine più brutale, bed blocking. Brutto, sì, perché riduce una persona a un materasso, ma fotografa l’imbuto.
Perché gli ospedali non riescono a dimettere
La causa più semplice è anche la più scomoda, mancano posti dove andare, e mancano braccia che accompagnino. In Italia l’offerta di posti in presidi residenziali è cresciuta, ma resta disomogenea. Al 1° gennaio 2024 risultano attivi 12.987 presidi residenziali con circa 426 mila posti letto, 7,2 ogni 1.000 residenti, con un divario enorme tra Nord Est, 10,5, e Sud, 3,4. (Istat)
Se restringiamo la lente sulle RSA per anziani, un indicatore usato dagli osservatori internazionali è ancora più eloquente, circa 18,6 posti RSA ogni 1.000 residenti anziani, ben sotto la media OCSE di 43,8. (OBS)
E quando la rete territoriale non tiene, l’ospedale diventa, suo malgrado, la “sala d’attesa” della fragilità. Non è solo un problema di posti, ma di coordinamento tra sanitario e sociale, come mostrano studi italiani sulle dimissioni ritardate, dove pesano età avanzata, assenza di caregiver, dipendenza nelle attività quotidiane. (PMC)
Cosa succede quando un letto resta occupato “oltre il necessario”
Il letto occupato non è solo un numero. È un pronto soccorso che si ingolfa, reparti che faticano ad accettare nuovi ricoveri, ambulanze che aspettano. Un rapporto civico recente segnala questo incastro, difficoltà di trasferimento nei reparti per carenza di posti letto, permanenze su barella, attese in ambulanza. (Storage Hub)
Gli studi parlano chiaro, le dimissioni ritardate creano colli di bottiglia, aumentano i costi, e rischiano di far perdere qualità alla cura, perché l’ospedale non è fatto per essere una casa, e nemmeno una RSA. (PLOS)
E c’è anche un effetto “invisibile”, il personale consuma tempo ed energie su pazienti che andrebbero accompagnati altrove, mentre chi arriva in urgenza aspetta. È come apparecchiare la tavola per un pranzo di famiglia, con gli ospiti già seduti, e intanto suona il campanello, di continuo. Alla fine non mangia bene nessuno, nemmeno la sanità.
Non è colpa di qualcuno, è un incastro di pezzi
È facile cercare un colpevole, “l’ospedale non dimette”, “la famiglia non vuole”, “la RSA non accetta”. In realtà è un puzzle.
• La famiglia spesso è già al limite, tra lavoro, figli, distanza, burocrazia.
• Le RSA hanno liste d’attesa, criteri, rette, e personale che scarseggia.
• Il territorio non sempre offre assistenza domiciliare intensiva o riabilitazione di continuità.
• L’ospedale ha il dovere di dimettere in sicurezza, e la sicurezza non è un modulo firmato, è un piano che regge nella vita vera.
Un dato che fa pensare, secondo l’OCSE, l’Italia ha meno posti letto ospedalieri della media, circa 3,0 per 1.000 abitanti, e anche pochi lavoratori della long term care per over 65. (OECD) Questo significa che, quando il sistema si ingolfa, non c’è molto “margine elastico”.
Cosa può funzionare, 6 mosse concrete
-
Pianificazione della dimissione dal giorno 1
La dimissione non si decide “alla fine”, si prepara all’inizio, chi farà cosa, con quali ausili, quale follow up. -
Un ponte vero tra ospedale e territorio
Medico di famiglia, infermiere di comunità, assistente sociale, riabilitazione. Se i pezzi non parlano, il paziente resta. -
Tracciamento dei ritardi e responsabilità chiare
Molti sistemi riducono i giorni “persi” quando misurano, perché ciò che non si misura diventa abitudine. -
Strutture intermedie e post acuzie
Quando casa è impossibile e RSA non è disponibile, servono soluzioni ponte. La riflessione italiana sulle dimissioni protette e sulle strutture di post acuzie va proprio in questa direzione. (Welforum.it) -
Supporto ai caregiver
Nel modello tradizionale italiano la famiglia è sempre stata il primo welfare. Ma oggi la famiglia è più piccola e più sola. Servono sollievo e tutele, altrimenti chiediamo l’impossibile. -
Personale, personale, personale
Non basta costruire muri, servono professionisti. L’OCSE segnala che la disponibilità di lavoratori nella long term care in Italia è inferiore alla media. (OECD)
Domande frequenti, risposta pronta
Che cosa significa “paziente bloccato in ospedale”?
Una persona clinicamente dimissibile, ma senza un percorso sicuro fuori dall’ospedale.
Perché non si torna semplicemente a casa?
Perché può mancare autonomia, un caregiver, assistenza domiciliare, oppure la casa non è compatibile, scale, barriere, solitudine.
Le RSA sono davvero poche?
Gli indicatori mostrano una disponibilità inferiore alla media OCSE e una forte disuguaglianza territoriale. (OBS)
Cosa può fare una famiglia nell’immediato?
Chiedere un piano di dimissione scritto, attivare per tempo assistenza domiciliare e servizi sociali, valutare strutture intermedie, e farsi spiegare criteri e tempi con chiarezza, senza vergogna, non è “disturbo”, è diritto.
Il punto
Dimettere non è liberare un letto, è evitare che una vita resti nel limbo. Se non c’è un “dopo” credibile, l’ospedale diventa un parcheggio, e nessuno ci guadagna. La buona notizia è che l’imbuto non è una legge di natura. È rete, e le reti, quando si intrecciano bene, sostengono.
Hashtag: #sanità #anziani #RSA #assistenzaDomiciliare
