Perché molte procedure “di routine” risultano più dure per le donne, tra biologia, strumenti taglia unica e un vecchio vizio, minimizzare il dolore
Risposta rapida, per chi ha fretta: molte procedure considerate standard possono essere più difficili per le donne per tre motivi che si sommano: differenze biologiche e ormonali, maggiore probabilità di condizioni dolorose sottostimate, e una medicina storicamente costruita sul “paziente medio” che, troppo spesso, è maschio. La ricerca mostra anche disparità nella gestione del dolore, incluse decisioni cliniche meno favorevoli alle pazienti. (pnas.org)
C’è una frase che suona bene, fino a quando non sei tu sul lettino: “È solo un fastidio”. La medicina ama le parole piccole, perché fanno ordine. Il problema è che il corpo, specialmente quello femminile, non sempre collabora con le semplificazioni.
Parliamo di esami e manovre che entrano nella categoria rassicurante del quotidiano sanitario: prelievi, biopsie ambulatoriali, visite ginecologiche, inserimento di IUD, pap test, colposcopie, procedure uterine e cervicali, ma anche interventi minori dove la gestione del dolore è trattata come un optional. “Di routine” significa frequente, non significa facile.
1) Biologia: non è “tutto nella testa”, è anche nel corpo
Ci sono differenze anatomiche e fisiologiche reali che incidono su sensibilità, infiammazione, tono muscolare, risposta allo stress e percezione del dolore. Gli ormoni sessuali possono modulare l’esperienza dolorosa e, per alcune persone, il ciclo mestruale si accompagna a variazioni di sensibilità. La letteratura scientifica discute questi effetti con prudenza, ma la direzione generale è chiara: biologia e contesto contano. (PMC)
In più, molte condizioni dolorose croniche sono più frequenti nelle donne, e questo crea una base di vulnerabilità spesso invisibile durante la “semplice” procedura ambulatoriale. Migraine, fibromialgia, sindromi dolorose muscoloscheletriche, intestino irritabile, dolore neuropatico, non sono dettagli di contorno. Sono il terreno su cui poi atterra la puntura, la pinza, la biopsia. (PMC)
E poi c’è la variabile più sottovalutata di tutte: il pavimento pelvico. Se una donna arriva tesa, spaventata, con una storia di dolore, o di trauma, il corpo può reagire irrigidendosi. Non per capriccio, per difesa.
2) Cultura clinica: quando il dolore femminile viene “ridotto a rumore”
Qui entra in scena un vecchio fantasma, l’idea che le donne “esagerino”. Non sempre detta ad alta voce, spesso sussurrata nei comportamenti: meno tempo, meno analgesia, meno ascolto, più frasi preconfezionate.
Uno studio su decisioni di medici e infermieri in pronto soccorso ha mostrato che le scelte di gestione del dolore possono sfavorire le pazienti rispetto ai pazienti, a parità di situazione riportata. (pnas.org) E articoli di divulgazione scientifica, basati su dati di pronto soccorso, hanno richiamato l’attenzione su una minore probabilità di ricevere analgesici per le donne con lo stesso livello di sofferenza dichiarata. (Nature)
Non è una congiura. È più banale, e quindi più pericoloso: abitudini, bias impliciti, protocolli frettolosi. La medicina moderna è bravissima a misurare il colesterolo, meno a misurare il “mi fa male davvero”.
3) Strumenti e protocolli: il problema della “taglia unica”
La storia della tecnologia è piena di oggetti progettati su corpi maschili come standard. In sanità questo si traduce in device, scale, modelli, studi clinici, che non sempre rappresentano adeguatamente le differenze di sesso e genere. È il famoso “gender data gap”, raccontato anche da Caroline Criado Perez nel libro Invisible Women, diventato un riferimento culturale sul tema. (carolinecriadoperez.com)
Quando lo standard è tarato su metà del mondo, l’altra metà paga un pedaggio. A volte in dolore, a volte in diagnosi tardive, a volte in frasi che iniziano con “è normale”.
4) Il caso-simbolo: procedure ginecologiche, e la svolta che (finalmente) arriva
Per anni l’inserimento di IUD e altre procedure ginecologiche “in office” sono state raccontate come moderatamente fastidiose. Poi molte pazienti hanno detto, con l’eleganza brutale della verità: no, a volte è molto doloroso.
Nel maggio 2025 ACOG ha pubblicato raccomandazioni cliniche che invitano a discutere e offrire opzioni di gestione del dolore per procedure uterine e cervicali ambulatoriali, inclusa l’analgesia locale per l’inserimento di IUD. (acog.org) Anche il CDC ha sottolineato un approccio centrato sulla persona, con un piano condiviso per procedura e controllo del dolore. (CDC)
Traduzione pratica: non sei “debole” se chiedi analgesia. Stai solo riportando la medicina a una cosa antica e nobile, il prendersi cura.
5) Cosa puoi fare tu, prima e durante una procedura
Un po’ di tradizione qui aiuta: una volta il medico ti guardava, ti ascoltava, e non solo per educazione. Riportiamo quello spirito nel presente, con domande semplici:
- “Che livello di dolore è comune, e quali opzioni ho per ridurlo?” (acog.org)
- “Possiamo usare anestetico locale, gel, spray, o un blocco?” (acog.org)
- “Se ho avuto esperienze dolorose o ansia, come lo gestiamo insieme?”
- “Posso fare pause durante la procedura?”
- “Cosa devo aspettarmi dopo, e quando devo chiamare?”
Se senti minimizzare, prova con una frase corta e ferma, stile cintura nera della comunicazione: “Per me il dolore non è un dettaglio, è un dato clinico”.
6) Cosa deve cambiare nel sistema, senza poesia ma con dignità
Serve formazione su bias e comunicazione. Serve più “medicina informata sul trauma”. Serve tempo, che è la risorsa più terapeutica e più tagliata dai budget. Serve ricerca che includa davvero corpi diversi, non come nota a piè pagina. E serve normalizzare la gestione del dolore come parte della qualità, non come gentile concessione. (PMC)
Domande frequenti, formato Answer Engine
Perché alcune procedure fanno più male alle donne?
Per differenze biologiche, maggiore prevalenza di condizioni dolorose, e bias clinici che possono ridurre ascolto e analgesia. (PMC)
È normale soffrire durante un IUD o una biopsia?
Il dolore varia molto, ma oggi esistono raccomandazioni per discutere e offrire opzioni analgesiche, quindi non va dato per scontato. (acog.org)
Chiedere antidolorifici fa sembrare “difficili”?
No. È legittimo e spesso raccomandato discuterne prima, in modo personalizzato. (acog.org)
Cosa segnala un problema serio dopo una procedura?
Febbre, dolore che peggiora rapidamente, sanguinamento importante, sintomi neurologici, o malessere marcato, richiedono contatto medico tempestivo.
Come scegliere un professionista più attento?
Cerca chi spiega, ascolta, propone opzioni, e non usa la parola “normale” come tappo.
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