Nei gangli della radice dorsale umana, in un caso di neuropatia periferica diabetica, si osserva la formazione di noduli di Nageotte (cerchiati in rosa), che sembrano essere un forte indicatore di morte delle cellule nervose. Credito Università del Texas a DallasNei gangli della radice dorsale umana, in un caso di neuropatia periferica diabetica, si osserva la formazione di noduli di Nageotte (cerchiati in rosa), che sembrano essere un forte indicatore di morte delle cellule nervose. Credito Università del Texas a Dallas

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Una scoperta inattesa della Mayo Clinic apre la strada a nuove terapie contro il diabete autoimmune: cellule beta “rivestite di zucchero” sfuggono all’attacco del sistema immunitario.

A volte, le risposte più sorprendenti arrivano proprio dove meno te le aspetti. È il caso dei ricercatori della Mayo Clinic, che, partendo dallo studio dei tumori, hanno trovato una nuova speranza per chi convive con il diabete di tipo 1, una malattia autoimmune cronica che colpisce il pancreas e distrugge le cellule beta produttrici di insulina.

In un atto di raffinata ironia biologica, quello che le cellule tumorali usano per nascondersi – una molecola di zucchero chiamata acido sialico – potrebbe essere usato per proteggere ciò che, in chi soffre di diabete, viene distrutto. È il paradosso della scienza: un meccanismo maligno che diventa strumento di salvezza.

Lo studio, pubblicato sul Journal of Clinical Investigation, ha mostrato che rivestire le cellule beta pancreatiche con acido sialico – tramite l’espressione di un enzima chiamato ST8Sia6 – permette loro di sfuggire all’aggressione del sistema immunitario, che nel diabete di tipo 1 le considera erroneamente nemiche.

Come spiega la dottoressa Virginia Shapiro, immunologa e mente del progetto: “Siamo partiti da un enzima che aiuta i tumori a nascondersi e abbiamo pensato: e se potesse fare lo stesso con cellule sane, ma ingiustamente attaccate?”

In modelli preclinici spontanei – più vicini alla realtà umana rispetto agli esperimenti indotti – le cellule beta modificate si sono dimostrate capaci di prevenire lo sviluppo del diabete nel 90% dei casi. Ma c’è di più: la risposta del sistema immunitario è rimasta funzionale e vigile contro altri potenziali nemici. In pratica, la tolleranza si è dimostrata specifica per le cellule beta, lasciando intatto il resto dell’immunità.

Un risultato che ha fatto brillare gli occhi anche a Justin Choe, primo autore dello studio e giovane ricercatore: “Abbiamo scoperto che la protezione è mirata, precisa, come un abbraccio selettivo. Le cellule beta vengono risparmiate, ma il sistema immunitario continua a svolgere il suo lavoro altrove”.

Attualmente, chi soffre di diabete tipo 1 è costretto a convivere con la malattia grazie a somministrazioni quotidiane di insulina sintetica o, in alcuni casi, a ricorrere a trapianti di isole pancreatiche. Ma quest’ultimo richiede un’immunosoppressione sistemica, con tutti i rischi del caso.

La speranza del team della Mayo Clinic è dunque quella di creare cellule beta ingegnerizzate da trapiantare senza bisogno di sopprimere l’intero sistema immunitario. Una visione audace ma possibile, un piccolo passo verso una cura più naturale e meno invasiva.

Non siamo ancora alla meta, certo. Ma questi risultati rappresentano un passo deciso nella giusta direzione, un esempio lampante di come la scienza – come la vita – a volte sappia trovare connessioni laddove sembrava esserci solo distanza.

Nel crocevia tra tumori e diabete, tra zucchero e tolleranza, si intravede una via nuova. Una via che, forse un giorno, restituirà libertà a milioni di persone che ogni giorno devono fare i conti con aghi, insulina e glicemie instabili.

Come direbbe qualcuno: “È solo l’inizio, ma che inizio.”


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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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