Un nuovo studio internazionale mostra che la presenza femminile nella ricerca cresce, ma resta ancora troppo debole nei luoghi dove si decide, si premia e si orienta il futuro della scienza.
Abstract
Le donne avanzano nella ricerca scientifica, ma non con lo stesso passo nei luoghi del comando. Un rapporto globale fotografa una realtà netta: più presenza, meno potere.
Donne nella scienza, più presenza ma meno voce
C’è una formula che colpisce più di molte statistiche, presenza senza potere. È l’immagine emersa da un nuovo rapporto internazionale sulla parità di genere nelle organizzazioni scientifiche, diffuso nel 2026 dall’International Science Council, dall’InterAcademy Partnership e dallo Standing Committee for Gender Equality in Science. Il documento, costruito su dati di oltre 130 accademie scientifiche e unioni scientifiche internazionali, insieme alle risposte di quasi 600 scienziati e scienziate, mostra che il problema non è più soltanto entrare nella scienza, ma riuscire a contare davvero dentro i suoi luoghi decisionali. (International Science Council)
Il dato di partenza racconta già un equilibrio incompiuto. Secondo UNESCO, le donne rappresentavano il 31,1% dei ricercatori nel mondo nel 2022, in crescita rispetto al 29,4% del 2012. Ma questa presenza non si traduce automaticamente in ruoli apicali, riconoscimenti prestigiosi o accesso ai vertici delle istituzioni che orientano la ricerca e consigliano i decisori pubblici. (International Science Council)
Il cuore del problema non è l’ingresso, è la salita
Il rapporto è netto. Nelle accademie scientifiche nazionali, le donne rappresentano in media solo il 19% dei membri nel 2025, in aumento rispetto al 12% del 2015 e al 16% del 2020, ma ancora lontane dal peso reale che hanno nella comunità scientifica globale. E quando si sale ancora, verso la stanza dei bottoni, la situazione si restringe ulteriormente: tra 50 accademie nazionali considerate, solo il 20% ha attualmente una presidente donna. (International Science Council)
Nelle unioni scientifiche internazionali il quadro appare un po’ meno severo, almeno in superficie. Qui la rappresentanza femminile nei ruoli di leadership arriva a circa il 40%, ma resta fortemente influenzata dalle disuguaglianze storiche tra discipline. Dove il prestigio è più antico e le reti di influenza più consolidate, il soffitto resta basso, spesso bassissimo. (International Science Council)
In altre parole, il problema non è più soltanto quante donne studiano, ricercano o pubblicano. Il punto è chi viene nominata, chi viene premiata, chi viene ascoltata, chi viene messa nelle condizioni di guidare. La scienza contemporanea, elegante nei principi, a volte continua a camminare con scarpe vecchie.
Perché il merito da solo non basta
Uno degli aspetti più interessanti del rapporto è che smonta una spiegazione comoda, forse troppo comoda, quella del cosiddetto pipeline effect. L’idea è nota: se in passato poche donne entravano in certi settori, oggi è normale trovarne poche nei ruoli senior. Il rapporto riconosce che questa dinamica esiste, ma conclude che non basta a spiegare i divari attuali. (Phys.org)
Le organizzazioni scientifiche dichiarano spesso procedure aperte e basate sul merito. Tuttavia, nella pratica, il peso delle nomination interne, delle reti informali, della reputazione costruita nei circuiti giusti e dei criteri poco trasparenticontinua a fare la differenza. In circa il 90% delle accademie esaminate, le candidature dipendono dai membri già presenti. Se la base di partenza è storicamente maschile, il sistema tende a riprodurre sé stesso con la puntualità di un vecchio orologio. (Phys.org)
Ed è qui che la frase “presenza senza potere” smette di essere uno slogan e diventa diagnosi. Le donne entrano, partecipano, lavorano, ma non sempre avanzano con pari velocità. Non è un difetto di talento, è spesso un difetto di struttura.
La fatica invisibile che rallenta le carriere
Il rapporto dà spazio anche all’esperienza vissuta. Le donne inserite nelle organizzazioni scientifiche riferiscono livelli di partecipazione simili a quelli degli uomini, ma con esiti molto diversi sul piano della progressione. Le ricercatrici risultano tre volte più propense a segnalare ostacoli all’avanzamento, 4,5 volte più esposte al rischio di perdere occasioni importanti per responsabilità di cura, e sei volte più inclini a dichiarare di non sentirsi in grado di partecipare allo stesso livello dei colleghi uomini. Inoltre, risultano 2,5 volte più esposte a esperienze di molestie o microaggressioni nei contesti organizzativi. (International Science Council)
Sono numeri che raccontano una verità antica e modernissima insieme. La porta, in molti casi, non è chiusa. Ma è più pesante da spingere. E spesso il corridoio è più lungo per chi, oltre al lavoro scientifico, continua a sostenere una quota maggiore di lavoro familiare e relazionale.
Perché questa disparità riguarda tutti
La questione non riguarda solo la giustizia sociale, riguarda anche la qualità della scienza. Le accademie e le unioni scientifiche non sono salotti ornamentali. Definiscono priorità, riconoscono eccellenze, influenzano politiche pubbliche, orientano risorse, costruiscono autorevolezza. Se al loro interno una parte consistente del talento scientifico resta poco rappresentata, la scienza perde pluralità di sguardi, forza istituzionale e, in prospettiva, anche legittimità pubblica. (International Science Council)
UNESCO insiste da tempo sullo stesso punto. Le donne restano sottorappresentate lungo tutto il percorso scientifico, e questa lacuna riduce la diversità del capitale umano disponibile per affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Non è una questione decorativa, da affidare a una giornata celebrativa e a un mazzo di mimose digitali. È un tema strutturale, che tocca innovazione, resilienza e capacità delle istituzioni di rispondere ai problemi reali. (UNESCO)
Cosa serve davvero, oltre gli slogan
Il rapporto suggerisce una direzione chiara. Le campagne di sensibilizzazione, da sole, non bastano. Servono riforme organizzative, criteri più trasparenti, strutture permanenti per la parità, risorse dedicate, monitoraggio e responsabilità formali. Dove regole e procedure sono state riviste in modo concreto, i miglioramenti nella rappresentanza femminile si sono rivelati più stabili nel tempo. (International Science Council)
Questo significa passare dalla celebrazione simbolica alla manutenzione istituzionale. Meno retorica, più architettura. Meno inviti generici alle ragazze a “credere in sé stesse”, più meccanismi che rendano la selezione davvero aperta, la leadership davvero accessibile e il merito davvero visibile.
Domande frequenti
Le donne sono ancora poche nella ricerca scientifica?
Sì. A livello globale rappresentano il 31,1% dei ricercatori, secondo i dati UNESCO più recenti richiamati dal rapporto 2026. (International Science Council)
Dove il divario è più forte?
Soprattutto nei ruoli di leadership, nei sistemi di riconoscimento e nelle accademie scientifiche nazionali, dove le donne sono in media il 19% dei membri. (International Science Council)
Il problema è solo culturale?
No. Lo studio indica anche procedure di nomina, reti informali, criteri opachi e carenza di strumenti strutturalicome fattori che mantengono il divario. (Phys.org)
In sintesi
Le donne nella scienza oggi ci sono, eccome. Ma esserci non significa ancora decidere. Il nuovo studio globale mostra che la distanza più dura da colmare non è quella tra università e laboratorio, ma quella tra partecipazione e potere. Finché le istituzioni scientifiche continueranno a riflettere soprattutto le gerarchie del passato, una parte del talento resterà in anticamera. E la scienza, che dovrebbe illuminare il mondo, rischierà ancora di farlo da una sola metà della stanza.
Hashtag
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Fonti principali
International Science Council, rapporto 2026 sulla parità di genere nelle organizzazioni scientifiche. (International Science Council)
InterAcademy Partnership, campagna “From Presence to Power”. (InterAcademy Partnership)
UNESCO, dati e iniziative sul gender gap nella scienza. (UNESCO)
