La battaglia non riguarda soltanto presidenti, eserciti e ideologie. In gioco vi sono territorio, porti, grano, energia, identità e controllo delle rotte commerciali. Una contesa che potrebbe sopravvivere alle leadership attuali.
Estratto
La guerra tra Russia e Ucraina potrebbe terminare sul campo senza concludersi davvero. Un armistizio, una linea fortificata o un accordo temporaneo potrebbero ridurre i combattimenti, lasciando però intatte le ragioni profonde della contesa. Per questo quarant’anni non sono necessariamente la durata di una guerra combattuta ogni giorno, ma l’orizzonte possibile di un conflitto territoriale, economico e identitario destinato a cambiare forma senza scomparire.
Quarant’anni di guerra, ma non sempre con i carri armati
Affermare che il conflitto russo-ucraino possa durare almeno quarant’anni non significa immaginare bombardamenti continui fino al 2066. Significa distinguere la guerra militare dal più ampio sistema di conflitto.
Le artiglierie possono tacere. I droni possono diminuire. Le trincee possono diventare confini sorvegliati. Ma possono restare l’occupazione di territori, le sanzioni economiche, il mancato riconoscimento delle frontiere, la corsa agli armamenti, le rivendicazioni sui beni confiscati, il problema dei profughi e una memoria collettiva nutrita dal lutto.
Chatham House ha indicato tra gli scenari possibili sia una lunga guerra di logoramento sia un conflitto congelato, cioè un armistizio che stabilizzi la linea del fronte senza produrre una pace vera. In entrambi i casi, gli effetti politici, economici e sociali sarebbero destinati a proseguire per generazioni. (Chatham House)
La guerra, inoltre, non è cominciata nel febbraio 2022. Quella data segna l’invasione russa su vasta scala, ma la frattura militare e territoriale risale almeno al 2014, con l’annessione della Crimea e l’inizio del conflitto nel Donbass. Quando una guerra ha già attraversato più di un decennio, parlare di durata quarantennale smette di sembrare una fantasia particolarmente esotica.
Le leadership passano, il territorio resta
I leader hanno una responsabilità enorme. Possono ordinare un’invasione, rifiutare un compromesso, aprire una trattativa oppure trasformare una crisi in un incendio. Tuttavia, ridurre tutto alla personalità di un presidente è rassicurante quanto ingenuo.
Gli uomini passano, le carte geografiche rimangono sul tavolo.
Crimea, Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson non sono soltanto nomi pronunciati nei comunicati diplomatici. Sono coste, città, porti, ferrovie, centrali, miniere, campagne coltivate e corridoi logistici. Sono anche case, famiglie, cimiteri, lingue e appartenenze. Il territorio non è una pedina inerte, possederlo significa stabilire chi comanda, chi riscuote, chi commercia e chi può attraversarlo.
Le Nazioni Unite continuano a considerare questi territori parte dell’Ucraina entro i confini internazionalmente riconosciuti. Questa distanza tra controllo militare e riconoscimento giuridico costituisce uno dei principali ingredienti delle guerre lunghe: una parte esercita il potere sul terreno, l’altra conserva il diritto riconosciuto a reclamarlo. (eStatements)
L’analogia con Cosa nostra: il dominio della “zona”
Il paragone con la cultura mafiosa del territorio può essere utile, purché non venga trasformato in una equivalenza semplicistica. Uno Stato, anche quando conduce una guerra illegale, non è tecnicamente un’organizzazione mafiosa. Possiede istituzioni, eserciti, leggi, popolazione e riconoscimento internazionale.
Eppure la logica territoriale della coercizione presenta analogie inquietanti.
Cosa nostra non considera il territorio soltanto uno spazio fisico. È una “zona” nella quale si decide chi può lavorare, transitare, commerciare e costruire. Il dominio viene dimostrato attraverso la capacità di proteggere, punire, concedere favori, imporre fedeltà e riscuotere una rendita.
Il sociologo Charles Tilly ha mostrato come, nella storia europea, la costruzione degli Stati e la pratica della guerra abbiano talvolta funzionato secondo meccanismi simili a quelli di un racket della protezione: il potere crea o amplifica una minaccia, poi si presenta come l’unico soggetto capace di difendere la popolazione da quella stessa minaccia. (Cambridge)
Applicata alla guerra russo-ucraina, questa lente aiuta a comprendere la centralità della sovranità. Il messaggio non è soltanto “questa terra mi appartiene”, ma anche “nessuno può governarla, commerciare o allearsi senza il mio consenso”.
La mafia lo chiamerebbe controllo della piazza. La geopolitica preferisce parole più educate, come area d’influenza. Il contenuto, talvolta, cambia meno del vocabolario.
Il grano non è un dettaglio agricolo
L’Ucraina possiede una delle più vaste superfici agricole d’Europa. Il suo sistema produttivo è collegato ai porti del Mar Nero, alle ferrovie, al Danubio e ai mercati internazionali. Prima e durante la guerra, grano, mais, orzo e olio di girasole hanno rappresentato beni strategici, non semplici merci da supermercato.
Controllare o rendere insicuri i porti significa influire sui prezzi, sulle assicurazioni navali, sulla disponibilità di navi e sulla capacità dell’Ucraina di finanziare la propria economia. Significa anche esercitare pressione sui Paesi importatori, soprattutto nelle regioni più dipendenti dalle forniture del Mar Nero.
Nell’agosto 2026, nuovi attacchi e restrizioni nel Mar Nero hanno nuovamente costretto Kyiv a cercare rotte alternative. Secondo le autorità ucraine citate da Reuters, tali percorsi avrebbero potuto assorbire soltanto circa la metà dei normali volumi portuali. Nella stagione 2025/2026 l’Ucraina aveva esportato 34,4 milioni di tonnellate di cereali. (Reuters)
La FAO osserva che le esportazioni ucraine sono parzialmente riprese attraverso corridoi temporanei, ma il commercio rimane fragile e vulnerabile alle interruzioni delle rotte marittime. (Open Knowledge FAO)
Il controllo agricolo produce dunque tre forme di potere: entrate economiche, influenza sui mercati e capacità di negoziazione politica. Il grano, povero e antico come il pane, può diventare sofisticato quanto un missile.
Energia, carbone, gas e infrastrutture
La geografia energetica aggiunge un altro strato alla contesa. Gran parte del carbone ucraino si trova nel bacino del Donbass, mentre la perdita della Crimea ha sottratto a Kyiv l’accesso a significative risorse di gas offshore. (IEA)
Questo non significa che la guerra sia stata scatenata esclusivamente per impossessarsi di miniere e giacimenti. Le spiegazioni monocausali sono seducenti, perché stanno comodamente in un titolo. La storia, invece, ama i mobili ingombranti.
Le risorse non spiegano da sole l’origine del conflitto, ma contribuiscono a spiegare perché alcuni territori siano così difficili da abbandonare. Alle materie prime si aggiungono centrali elettriche, reti del gas, oleodotti, porti industriali e collegamenti con i mercati europei.
L’Agenzia internazionale dell’energia continua a descrivere il sistema energetico ucraino come un bersaglio primario degli attacchi, sottolineando la vulnerabilità di impianti, reti e infrastrutture del gas. (IEA)
Nel frattempo l’Unione europea ha trasformato la separazione energetica dalla Russia in una politica strutturale. La quota russa nelle importazioni europee di gas via tubo è scesa da circa il 40 per cento nel 2021 al 6 per cento nel 2025, mentre l’eliminazione delle residue importazioni è stata inserita in un percorso normativo pluriennale. (Consiglio dell’Unione Europea)
Anche quando i cannoni taceranno, dunque, la guerra continuerà a vivere nei terminali, nei contratti energetici, nelle flotte commerciali, nei prezzi e nelle sanzioni.
Perché una firma potrebbe non bastare
La pace non coincide con una fotografia di diplomatici sorridenti davanti alle bandiere. Un accordo può interrompere le ostilità senza risolvere il conflitto, soprattutto quando nessuna delle parti considera legittima la sistemazione territoriale raggiunta.
A rendere plausibile una durata generazionale contribuiscono almeno cinque elementi: la mancata coincidenza tra frontiere riconosciute e territori controllati, il riarmo permanente, la separazione economica tra Russia ed Europa, il trauma delle popolazioni e la ricostruzione materiale.
La Banca Mondiale stimava nel febbraio 2026 quasi 588 miliardi di dollari di necessità per la ricostruzione e il recupero dell’Ucraina nel decennio successivo. Alla fine del 2025, il 14 per cento del patrimonio abitativo risultava danneggiato o distrutto, con conseguenze per oltre tre milioni di famiglie. (Banca Mondiale)
Non si ricostruiscono soltanto ponti e case. Occorre ricostruire fiducia, comunità, istituzioni e biografie. Il cemento asciuga in poche settimane; il rancore può impiegare una generazione.
Nel primo semestre del 2026 le Nazioni Unite hanno registrato 1.396 civili uccisi e 7.978 feriti, con un aumento del 37 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Sono numeri che diventeranno memoria familiare, racconto nazionale e identità politica. (OHCHR Ucraina)
Una guerra che cambierà forma
La previsione dei quarant’anni deve quindi essere letta come una provocazione ragionata. La guerra ad alta intensità potrebbe terminare molto prima. Potrebbe essere sostituita da tregue, incidenti di frontiera, sabotaggi, attacchi informatici, sanzioni, operazioni clandestine e contese diplomatiche.
Il rischio è una pace armata, con una linea di separazione trasformata in cicatrice europea. Da una parte un’Ucraina sempre più integrata nelle strutture occidentali; dall’altra una Russia convinta di dover mantenere una cintura di sicurezza e influenza attorno ai propri confini.
Le leadership potranno cambiare. Potranno arrivare governi più pragmatici o più radicali. Ma senza una soluzione sulla sicurezza, sulle frontiere, sulla navigazione nel Mar Nero, sui profughi, sulle proprietà e sulle garanzie internazionali, la disputa continuerà a riprodursi.
Come accade nei territori dominati dalle organizzazioni mafiose, non basta arrestare un capo per dissolvere il sistema. Occorre spezzare il meccanismo che lega paura, rendita, protezione e controllo.
In conclusione (dell’articolo)
La guerra russo-ucraina potrebbe durare quarant’anni non necessariamente come conflitto militare continuo, ma come contrapposizione territoriale, economica e strategica.
Il territorio rappresenta sovranità, memoria e accesso alle rotte commerciali. Il Mar Nero determina la capacità di esportare grano. Crimea e Donbass hanno valore militare, energetico e simbolico. Le infrastrutture consentono di trasformare la geografia in potere.
L’analogia con Cosa nostra non deve confondere uno Stato con una mafia, ma può illuminare una dinamica comune: chi controlla una zona pretende di decidere chi passa, chi commercia, chi governa e chi deve chiedere permesso.
La pace autentica arriverà soltanto quando il territorio smetterà di essere considerato una proprietà da difendere con il racket della forza e tornerà a essere ciò che dovrebbe sempre essere, la casa delle persone che lo abitano.
Hashtag: #GuerraInUcraina #Geopolitica #SicurezzaEnergetica #MarNero
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