Gli algoritmi possono migliorare cure e assistenza, purché non imparino dalla società il suo vizio più antico: considerare la vecchiaia una colpa
Estratto:
L’intelligenza artificiale promette diagnosi più precoci, assistenza domiciliare e cure personalizzate. Ma se viene addestrata su dati incompleti e pregiudizi sociali, può trasformare l’età anagrafica in una sentenza. Proteggere gli anziani dall’ageismo algoritmico non significa rifiutare la tecnologia, significa renderla degna dell’essere umano.
La vecchiaia non è un errore del sistema
L’intelligenza artificiale sta entrando negli ospedali, negli ambulatori, nelle case di riposo, nei servizi sociali e perfino nelle abitazioni private. Analizza esami, prevede cadute, segnala anomalie cardiache, ricorda l’assunzione dei farmaci, valuta il rischio di ricovero e suggerisce percorsi assistenziali.
Può essere una straordinaria alleata della longevità.
Può anche diventare, però, un modo molto sofisticato per dire a una persona anziana: «Per lei non ne vale la pena».
Non necessariamente con queste parole. L’algoritmo non alza la voce, non mostra insofferenza e non guarda l’orologio mentre il paziente racconta i propri disturbi. Produce un punteggio, una percentuale, una priorità. Apparentemente è neutrale, pulito, quasi innocente.
Ed è proprio qui che comincia il problema.
La vecchiaia non è una malattia, non è una colpa e non è un errore statistico da correggere. È una fase della vita. Una fase diversa per ciascuno, perché due persone di ottant’anni possono avere condizioni fisiche, cognitive, sociali e affettive completamente differenti.
Ridurre entrambe alla stessa casella anagrafica è comodo. Ma anche il letto di Procuste era molto efficiente, almeno dal punto di vista dell’arredamento.
L’ageismo può imparare a parlare il linguaggio dei numeri
L’Organizzazione mondiale della sanità definisce l’ageismo come l’insieme di stereotipi, pregiudizi e discriminazioni basati sull’età. Secondo l’OMS, circa una persona su due nel mondo manifesta atteggiamenti ageisti nei confronti degli anziani. Non si tratta quindi di una piccola deviazione culturale, ma di un pregiudizio largamente diffuso, capace di condizionare politiche sanitarie, relazioni sociali e decisioni individuali.
L’intelligenza artificiale non nasce in un monastero, lontana dalle debolezze umane. Viene addestrata utilizzando dati prodotti dalla società, dalle sue istituzioni e dalle decisioni prese in passato.
Se nel passato gli anziani sono stati meno frequentemente inclusi negli studi clinici, sottoposti a determinati esami o avviati verso terapie innovative, quei dati possono insegnare alla macchina che tale disparità sia normale.
L’algoritmo non distingue spontaneamente tra ciò che è accaduto e ciò che sarebbe stato giusto accadesse.
Vede una regolarità e la riproduce.
L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali ha avvertito che dati incompleti, poco rappresentativi o influenzati da discriminazioni possono produrre risultati algoritmici inesatti, amplificando nel tempo le disuguaglianze e compromettendo il diritto alla non discriminazione.
Ecco l’ageismo algoritmico: il vecchio pregiudizio ha tolto la giacca lisa, si è messo un camice digitale e adesso presenta grafici a colori.
Quando l’età diventa una sentenza
Occorre essere chiari. L’età può essere un’informazione clinicamente rilevante. Sarebbe assurdo eliminarla dalle valutazioni mediche o fingere che l’invecchiamento non comporti cambiamenti biologici.
Il problema nasce quando l’età anagrafica smette di essere uno degli elementi della valutazione e diventa il criterio dominante.
Un algoritmo potrebbe, per esempio, stimare che una persona anziana abbia minori probabilità di recupero dopo un intervento, di aderire a un programma riabilitativo o di beneficiare di una terapia costosa. Ma quella previsione potrebbe essere fondata su dati medi, non sulla persona concreta.
La media descrive una popolazione. Non conosce la signora Maria che vive sola, coltiva l’orto, legge due libri al mese e vuole tornare a camminare fino al mercato. Non conosce il signor Carlo, fragile nel corpo ma lucidissimo, sostenuto dalla famiglia e disposto ad affrontare una riabilitazione impegnativa.
Un punteggio di rischio può aiutare il medico. Non deve sostituire la sua responsabilità.
La ricerca sul cosiddetto digital ageism mostra che il pregiudizio può insinuarsi in ogni fase del ciclo di vita dell’intelligenza artificiale: nella selezione dei dati, nella progettazione, nell’addestramento, nei criteri di valutazione e nell’impiego concreto del sistema. Una distorsione iniziale può quindi trasformarsi in disuguaglianza sanitaria, apparentemente legittimata dalla tecnologia.
Non basta dire che la macchina è imparziale
Le macchine non hanno pregiudizi nel senso umano del termine. Non provano fastidio per le rughe, non considerano una persona “troppo vecchia” per imparare e non pensano che parlare lentamente equivalga a non capire.
Possono però riprodurre perfettamente gli effetti di questi pregiudizi.
Dire che un sistema è imparziale perché utilizza la matematica equivale a sostenere che una bilancia non possa essere truccata perché possiede dei numeri sul quadrante.
La vera domanda non è se l’algoritmo abbia cattive intenzioni. È se produca risultati ingiustamente sfavorevoli per determinate persone.
Bisogna quindi verificare come si comporta il sistema nelle diverse fasce d’età, distinguendo anche tra anziani autonomi, fragili, disabili, istituzionalizzati, affetti da più patologie o con differenti livelli di alfabetizzazione digitale.
La categoria “over 65” contiene persone separate da trent’anni o più di vita. Sarebbe come collocare nella stessa categoria un neonato e un adulto, per poi stupirsi se il cappotto non veste bene entrambi.
Gli anziani devono partecipare alla progettazione
L’errore più comune consiste nel progettare tecnologie per gli anziani senza progettarle con gli anziani.
I dispositivi vengono spesso realizzati da gruppi giovani, testati su persone relativamente sane e valutati secondo parametri tecnici. Solo alla fine vengono portati dentro una casa, davanti a qualcuno con problemi di vista, udito ridotto, mani rigide, connessione instabile o poca familiarità con le interfacce digitali.
A quel punto, quando la tecnologia risulta complicata, si conclude che l’anziano non sia capace di usarla.
È un comodo capovolgimento delle responsabilità. Non è l’interfaccia ad essere progettata male, è l’utente ad essere “resistente all’innovazione”.
Gli anziani devono essere coinvolti nella definizione dei bisogni, nella sperimentazione, nella valutazione dei rischi e nella sorveglianza dei sistemi. Devono essere rappresentati nei dati e ascoltati nei comitati etici.
L’OMS ha sottolineato che l’intelligenza artificiale può migliorare la salute e il benessere delle persone anziane soltanto eliminando l’ageismo dalla progettazione, dall’implementazione e dall’utilizzo delle tecnologie.
Non è una concessione gentile. È una condizione per ottenere strumenti migliori.
Cinque garanzie prima di affidarsi all’algoritmo
Una società responsabile dovrebbe pretendere almeno cinque garanzie.
La rappresentatività dei dati. Gli anziani, comprese le persone molto anziane e fragili, devono essere adeguatamente presenti nei dati utilizzati per addestrare e testare i sistemi.
La valutazione separata per fasce d’età. Non basta comunicare l’accuratezza complessiva di un modello. Occorre sapere se funziona altrettanto bene a quaranta, settanta o novant’anni.
La spiegabilità delle indicazioni. Medici, operatori, pazienti e familiari devono poter comprendere quali fattori abbiano determinato una raccomandazione.
La supervisione umana reale. Non quella cerimoniale in cui un operatore preme “conferma” perché il computer avrà certamente ragione. Il professionista deve poter contraddire il sistema, motivando una scelta differente.
Il diritto alla contestazione. Una persona deve sapere quando una decisione è stata influenzata da un algoritmo e deve poter chiedere che venga riesaminata da un essere umano competente.
Una legge è necessaria, ma non sufficiente
L’AI Act europeo riconosce esplicitamente i rischi connessi all’età. Il regolamento vieta, tra le altre pratiche, l’impiego di sistemi che sfruttino le vulnerabilità di una persona o di un gruppo dovute all’età, alla disabilità o alla condizione sociale ed economica, quando ciò possa provocare un danno significativo.
Dal 2 agosto 2026 entra inoltre in applicazione una parte centrale della disciplina europea sull’intelligenza artificiale, con obblighi differenziati in base ai rischi e alcune eccezioni temporali.
La norma è un passo importante. Tuttavia, nessuna legge può sostituire completamente la cultura professionale, il controllo democratico e l’attenzione quotidiana.
Un sistema formalmente conforme può essere comunque utilizzato in modo pigro. Il punteggio prodotto dalla macchina può diventare un alibi per ridurre il tempo dedicato alla valutazione della persona.
«Lo dice il computer» rischia di diventare il nuovo «alla sua età cosa pretende?».
Cambia la formula, non cambia l’abbandono.
L’intelligenza artificiale può essere una grande alleata
Sarebbe sbagliato trasformare queste preoccupazioni in un rifiuto della tecnologia.
L’intelligenza artificiale può aiutare gli anziani a vivere più a lungo nella propria casa, individuare precocemente un peggioramento, prevenire cadute, ridurre gli errori terapeutici, facilitare la comunicazione e sostenere chi assiste una persona non autosufficiente.
Può restituire autonomia, tempo e sicurezza.
In un’Unione europea nella quale la quota di popolazione con almeno 65 anni è salita dal 17 per cento del 2005 al 22 per cento del 2025, ignorare queste opportunità sarebbe miope.
Ma l’innovazione non può essere misurata soltanto in termini di velocità, risparmio e numero di pratiche elaborate.
Una tecnologia è davvero avanzata quando riconosce la complessità della persona. È intelligente quando aiuta a vedere meglio, non quando rende più elegante il modo di voltarsi dall’altra parte.
La cura comincia dove finisce la media statistica
La sfida non consiste nello scegliere tra medico e algoritmo, tra tradizione e innovazione, tra umanità e tecnologia.
Consiste nel rimettere ogni cosa al proprio posto.
L’algoritmo deve calcolare. Il professionista deve valutare. La persona deve decidere, per quanto possibile, in modo informato. Le istituzioni devono garantire che nessuno venga scartato perché appartiene alla fascia anagrafica meno appetibile.
L’età racconta quanti anni abbiamo vissuto. Non misura il desiderio di vivere, la dignità, la capacità di amare, il valore sociale o il diritto a ricevere attenzione.
Gli anziani non sono una popolazione residuale in attesa che il futuro passi oltre. Sono memoria, esperienza e parte viva del presente.
L’intelligenza artificiale potrà anche prevedere molte cose. Non dovrà mai arrogarsi il diritto di prevedere quanto valga una vita.
Infine
L’intelligenza artificiale può migliorare diagnosi, assistenza e autonomia delle persone anziane, ma può anche riprodurre e amplificare l’ageismo presente nei dati e nelle organizzazioni. L’età deve rimanere uno degli elementi della valutazione, non diventare una ragione automatica per limitare cure, servizi o opportunità. Servono dati rappresentativi, verifiche per fascia d’età, trasparenza, supervisione umana e diritto alla contestazione. Un algoritmo può suggerire una strada. La dignità della persona deve stabilire il confine che non può oltrepassare.
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