Come abbiamo smarrito la via della qualità per inseguire il pifferaio magico della stupidità collettiva, svendendo l’anima per un pugno di like.

Il Requiem del Silenzio

C’era un tempo, non troppo lontano, in cui la parola aveva un peso specifico, simile a quello del piombo o dell’oro. Era un’epoca in cui, per dire qualcosa, bisognava anzitutto averla pensata, masticata nel silenzio di una stanza, magari con l’odore della carta stampata a fare da testimone. Oggi, invece, quel silenzio è stato violentato dal frastuono incessante del nulla. Se ti chiedi come alimentare lo “stupidario” collettivo, la risposta è disarmante nella sua semplicità, è sufficiente smettere di pensare e iniziare a reagire. Siamo diventati i giullari di una corte senza re, dove lo squallore non è più un incidente di percorso, ma l’obiettivo finale, la medaglia al valore appuntata sul petto di chi riesce a urlare la banalità più grossa nel megafono più potente.

L’Arte Sottile di Pubblicare il Vuoto

Per nutrire la bestia insaziabile della rete, non serve talento, anzi, il talento è spesso un ostacolo, un fardello ingombrante che rallenta la corsa verso l’oblio. La qualità richiede tempo, richiede fatica, richiede quella pazienza contadina che aspetta il raccolto seguendo le stagioni. Ma il web non ha stagioni, vive in un eterno presente isterico. Dunque, ecco la ricetta perfetta per il disastro: prendete un contenuto idiota, spogliatelo di ogni contesto, di ogni sfumatura logica, e servitelo crudo.

Funziona perché l’algoritmo, questo nuovo dio pagano che veneriamo senza capire, non sa distinguere tra un sonetto di Petrarca e un video di qualcuno che cade da una sedia; anzi, preferisce la caduta, perché la caduta è immediata, non chiede nulla all’osservatore se non una risata sguaiata, viscerale, che dura il tempo di un battito di ciglia. Abbiamo sostituito la profondità con la superficie, l’oceano con una pozzanghera, e ci sguazziamo dentro felici, convinti che quella sia l’acqua della conoscenza.

Quando lo Squallore Diventa Strategia

Non è un caso, è un metodo. Lo squallore batte la qualità in ogni ambito perché lo squallore è democratico nel senso più perverso del termine; non esclude nessuno. Per apprezzare la bellezza serve educazione, serve aver abituato l’occhio e il cuore a riconoscere l’armonia. Per apprezzare lo schifo, invece, basta avere un sistema nervoso funzionante.

È la vittoria del “brutto ma veloce” sul “bello ma lento”. Guardatevi intorno, scorrete le bacheche dei vostri social media preferiti. Cosa vedete? Vedete l’esaltazione dell’ignoranza eretta a sistema, vedete l’opinionista improvvisato che, forte della sua connessione a fibra ottica, si sente in dovere di smontare secoli di scienza o filosofia con la stessa arroganza con cui si ordina un caffè al bar. È un carnevale perpetuo dove le maschere sono cadute, rivelando volti vuoti, specchi che riflettono solo la luce dello schermo.

L’Addio alla Competenza e il Trionfo dell’Urlatore

Ricordo quando l’esperto era qualcuno che aveva studiato, qualcuno che aveva consumato le suole delle scarpe e gli occhi sui libri. C’era un rispetto reverenziale per chi sapeva, un’umiltà che oggi pare essere diventata un vizio capitale. Ora, l’autorevolezza si misura in follower, non in fatti. Se hai un milione di persone che ti ascoltano, hai ragione, anche se stai dicendo che la terra è piatta o che la luna è fatta di formaggio.

Lo stupidario collettivo si alimenta così, con la presunzione che la mia ignoranza valga quanto la tua conoscenza. E in questa fiera delle vanità, chi urla più forte vince sempre. La pacatezza, la riflessione, il dubbio socratico sono stati banditi come eretici. Bisogna essere assertivi, bisogna essere polarizzanti, bisogna dividere per imperare. E così, pubblichiamo l’idiozia, la condividiamo, la commentiamo, e ogni click è un chiodo in più sulla bara della cultura.

La Dittatura dell’Algoritmo e la Pigrizia Mentale

C’è poi un aspetto tecnico, freddo e calcolatore, in questa discesa agli inferi. I motori di ricerca e le piattaforme social sono programmati per massimizzare il “tempo di permanenza”. E cosa ci tiene incollati allo schermo? L’indignazione, la rabbia, lo stupore facile. Un contenuto di qualità, che magari richiede dieci minuti di lettura attenta, è un nemico per l’economia dell’attenzione. Meglio dieci video da un minuto che non dicono nulla, ma che ti tengono lì, in uno stato di trance ipnotica, a scrollare col pollice opponibile, l’unica evoluzione che sembra esserci rimasta.

Abbiamo barattato la nostra capacità di concentrazione per un flusso continuo di stimoli sensoriali di basso livello. Siamo come quei topi da laboratorio che premono la leva per avere la scarica di dopamina, ignorando il cibo vero che sta nell’angolo. La pigrizia mentale è diventata la nostra zona di comfort, il divano logoro su cui ci siamo adagiati aspettando la fine del mondo, o almeno la fine della batteria.

Un Appello ai Nostalgici della Bellezza

Forse è tardi per invertire la rotta, o forse no. Forse c’è ancora spazio per chi vuole scendere da questa giostra impazzita. Alimentare lo stupidario è facile, è comodo, è redditizio. Ma c’è una dignità nel rifiutarsi di farlo, nel scegliere di pubblicare qualcosa di sensato, di bello, di vero, anche se riceverà solo tre “mi piace” dai soliti quattro amici al bar.

È un atto di resistenza, una guerriglia culturale combattuta con le armi della sintassi, della logica e del buon gusto. Torniamo a valorizzare il passato, quel passato in cui le cose si facevano per durare, non per sparire dopo ventiquattro ore. Torniamo a scrivere con il cuore e con la testa, non con la pancia. Lasciamo che lo squallore scorra via come acqua sporca nei tombini della rete, e noi, testardi e innamorati della qualità, restiamo aggrappati a quella riva solida che si chiama cultura. Perché alla fine, quando la corrente avrà portato via tutto il pattume, resterà solo ciò che ha valore, resterà ciò che è stato costruito con cura, con amore, con quel tocco umano che nessuna intelligenza artificiale, e nessuna idiozia collettiva, potrà mai replicare veramente.


Hashtag: #DeclinoDigitale #ResistenzaCulturale #QualitàVsQuantità #StupidarioWeb


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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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