Dal politico al cantante, fino allo scienziato: nel popolo del web italiano cresce la tendenza a criticare e demolire chiunque. Un fenomeno antico che il digitale ha amplificato, trasformandolo in specchio delle nostre fragilità collettive.

L’antico vizio del demolire

Gli italiani, si sa, hanno due passioni eterne: il calcio e la critica. Nei bar, nei mercati, perfino alle feste di famiglia, si è sempre discusso di politica e pallone con toni accesi, talvolta feroci. La critica, in fondo, è un modo per sentirsi parte attiva, per non restare spettatori passivi della scena pubblica.

Ma se un tempo questo spirito demolitorio aveva confini precisi — la politica, lo sport, i grandi eventi — oggi l’arena digitale ha spalancato nuove possibilità. E il risultato è che tutto, davvero tutto, può diventare bersaglio.

Il web, con la sua velocità e la sua apparente gratuità, ha trasformato un vizio culturale in fenomeno collettivo. Nascono così i demolitori globali, una comunità sempre più ampia di utenti che non si limita a criticare le scelte governative o il gol sbagliato, ma colpisce a 360 gradi: cantanti, artisti, scienziati, atleti, personaggi televisivi, persino persone comuni che diventano virali per un attimo.


Da Jannik Sinner a Damiano David: il bersaglio mobile

L’Italia non è mai stata particolarmente indulgente con i propri campioni, ma la parabola di Jannik Sinner è emblematica. Il giovane tennista, vincitore di tornei prestigiosi e oggi simbolo di un’Italia sportiva che torna a respirare aria di vertici mondiali, si trova costantemente nel mirino. Non per le sue sconfitte — inevitabili nello sport — ma per dettagli irrilevanti: la freddezza nelle esultanze, il carattere schivo, persino il colore dei capelli.

Simile è il destino di Damiano David, frontman dei Måneskin, che da Sanremo ha portato la sua band a calcare i palchi di mezzo mondo. Il successo internazionale non è bastato a renderlo intoccabile: c’è chi lo accusa di eccessi costruiti, chi lo definisce “troppo trasgressivo”, chi al contrario lo giudica “ormai venduto al sistema”. Insomma, qualunque scelta diventa un appiglio per la critica.


E quando tocca agli scienziati

Il fenomeno diventa ancora più inquietante se si osserva il mondo della scienza. Durante la pandemia, medici e ricercatori sono diventati figure pubbliche, punti di riferimento in un momento di incertezza. Ma l’esposizione li ha trasformati in bersagli. Ogni dichiarazione è stata scomposta, analizzata e spesso distorta per essere criticata. Alcuni scienziati hanno persino ricevuto minacce, altri hanno scelto il silenzio per non essere travolti dall’onda demolitrice.

Se ne deduce che nessuno è davvero al sicuro: né chi intrattiene, né chi cura, né chi crea.


Perché demoliamo?

Dietro questa tendenza ci sono radici profonde. Il bisogno di criticare risponde a una pulsione psicologica universale: abbattere chi sta in alto permette di ridurre la distanza con chi ha successo. È un modo per sentirsi meno piccoli.

Nel caso italiano, questa dinamica incontra due ingredienti storici:

  1. La diffidenza verso l’autorità – che affonda le radici nella nostra storia politica e sociale.
  2. L’invidia sociale – che in una società fortemente individualista e competitiva diventa veleno quotidiano.

Il web aggiunge poi altre due componenti: l’anonimato e la velocità. Bastano pochi secondi per trasformare un pensiero passeggero in un commento pubblico, e da lì in un’ondata virale.


Dalla critica al demolizionismo

C’è una differenza sostanziale tra critica e demolizione. La critica è utile, stimola il confronto, apre nuove prospettive. Il demolizionismo, invece, non costruisce: mira solo a distruggere l’immagine dell’altro.

Il problema è che i social favoriscono proprio quest’ultima versione: quella breve, diretta, senza sfumature. Un tweet sarcastico, un commento caustico, una story al vetriolo raccolgono più “like” di un’analisi ragionata.

E così il dibattito pubblico si impoverisce. Vincono le battute taglienti, non le idee.


Un paese che fatica a celebrare i suoi talenti

Forse la verità più amara è questa: l’Italia ha difficoltà a celebrare i propri talenti. Ogni vittoria è subito ridimensionata, ogni successo immediatamente contestato. È come se non fossimo capaci di riconoscere negli altri ciò che di buono produciamo come comunità.

Eppure, guardando al di fuori, il mondo spesso ci ammira. Sinner e Damiano David sono acclamati a livello internazionale, così come molti scienziati italiani che lavorano in università estere. Ma dentro i nostri confini prevale la smania di ridimensionare.


Quali conclusioni trarre

Il fenomeno dei demolitori digitali è lo specchio di una società attraversata da insicurezze profonde. È l’effetto di un malessere che si sfoga in rete, ma che nasce altrove: nella difficoltà a fidarsi, nella paura di restare indietro, nel rancore sociale.

La vera sfida non è zittire i detrattori — impossibile, e persino pericoloso — ma imparare a educare a un uso più consapevole e responsabile del web. Significa insegnare a distinguere tra critica costruttiva e demolizione sterile, tra dibattito e odio.

Perché, se è vero che criticare è più facile che costruire, non possiamo dimenticare che a forza di demolire tutto, non resta più nulla da abitare.


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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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