Quando per sopravvivere raccoglievi carta e cartoni

La miseria ha un rumore tutto suo.

Non è sempre il pianto. Non è sempre il lamento. A volte è il fruscio secco della carta vecchia, il colpo vuoto di una scatola di cartone schiacciata sotto un ginocchio, il cigolio di un carretto tirato all’alba, quando la città dorme ancora e soltanto i poveri sono già svegli.

Perché la povertà non ha il lusso del sonno lungo. Si alza presto. Prima del pane, prima dei negozi, prima perfino della luce.

Gino usciva di casa quando il cielo era ancora grigio, con quella tinta sporca che sembra fatta apposta per chi non ha niente da festeggiare. Abitava in una stanza al piano terra, umida d’inverno e bollente d’estate, dove i muri avevano imparato a sudare più degli uomini. Sul tavolo c’erano sempre due cose: una tazza sbeccata e una lista invisibile di debiti. La tazza, almeno, si poteva lavare. I debiti no.

Si metteva addosso il cappotto vecchio, quello con una manica più lucida dell’altra, e usciva con il suo carretto. Non era un carretto vero, di quelli robusti, da mercato. Era un trabiccolo costruito con due ruote recuperate, una tavola scheggiata e una corda che gli tagliava le mani. Ma per Gino era quasi un socio d’affari. Un socio malandato, certo, uno di quelli che non porta capitale ma pretende fatica.

La sua ricchezza era la carta.

Giornali vecchi, scatole di scarpe, cartoni da imballaggio, fogli sporchi d’inchiostro, manifesti strappati dai muri, quaderni finiti, pacchi dimenticati dietro le botteghe. Tutto quello che gli altri buttavano via, per lui poteva diventare cena. Non una cena con tovaglia e vino, sia chiaro. Più spesso un pezzo di pane, un po’ di minestra, magari due patate se la giornata era stata generosa. Ma anche la patata, quando arriva al momento giusto, sa fare la figura della regina.

La città lo vedeva passare senza guardarlo davvero.

I signori uscivano dai portoni con le scarpe lucide e l’odore di sapone buono. Le donne portavano borse piene di spesa e pensieri ordinati. I ragazzi correvano a scuola con i libri sotto il braccio, ignari che Gino raccogliesse proprio ciò che un giorno sarebbe rimasto dei loro compiti, dei loro errori, delle loro pagelle, delle loro poesie. La carta conserva tutto, anche quando non serve più a nessuno.

Gino frugava accanto ai bidoni con una delicatezza quasi religiosa. Non rovesciava tutto, non sporcava più di quanto fosse già sporco. Diceva che anche la miseria doveva avere educazione. E questa frase la ripeteva spesso, come una preghiera laica:

“Poveri sì, bestie no.”

Lo diceva a se stesso, alla città, al carretto, ai gatti che lo osservavano dai muretti come vecchi giudici in pelliccia.

Ogni mattina aveva il suo giro. Prima il retro della tipografia, dove il proprietario, il cavalier Nerini, lasciava una pila di scarti vicino al cancello. Non lo salutava mai, però non lo cacciava. E in certi tempi, non essere cacciati era già una forma di gentilezza.

Poi passava dalla drogheria di via del Pozzo, dove le scatole del sapone e dei biscotti si ammucchiavano dietro la porta. Lì lavorava Ada, una donna minuta, con gli occhi stanchi e le mani veloci. Quando poteva, gli metteva da parte i cartoni migliori, quelli asciutti, quelli che pesavano bene.

“Gino, oggi c’è roba buona,” gli diceva sottovoce.

E lui rispondeva:

“Roba buona? Allora stasera il re mangia.”

Il re era lui. Il regno, una stanza umida. La corona, un berretto con la visiera rotta. Però in certe battute c’è più nobiltà che in molti palazzi.

Il momento più duro arrivava quando pioveva. La carta bagnata perde valore, diventa molle, pesa il doppio e rende la metà. La pioggia per i ricchi è romantica, per i poveri è contabilità avversa. Gino lo sapeva bene. Appena vedeva il cielo chiudersi, accelerava il passo, cercava portici, tettoie, androni. Salvava i cartoni come si salvano i mobili durante un’alluvione. Li copriva con un telo cerato pieno di buchi, che proteggeva poco ma dava almeno l’illusione di combattere.

Un giorno di novembre, uno di quei giorni in cui il freddo entra nelle ossa come un inquilino senza contratto, Gino trovò dietro una libreria una grande scatola piena di libri rovinati. Erano volumi scartati, copertine strappate, pagine mancanti, romanzi con l’odore della cantina.

Per un raccoglitore, quella era carta. Peso. Denaro.

Ma Gino si fermò.

Prese un libro dalla pila, lo aprì a caso e lesse poche righe. Non era un lettore istruito, aveva fatto appena le elementari, poi la vita gli aveva detto: “Basta scuola, ragazzo, vieni a spingere il mondo con le mani.” Però le parole gli piacevano. Gli sembravano pane senza farina. Non riempivano lo stomaco, no, ma impedivano all’anima di mangiarsi da sola.

Mise da parte un libro piccolo, con la copertina blu. Lo infilò sotto il cappotto.

“Questo non si vende,” disse.

Il carretto non protestò. I carretti dei poveri conoscono il valore delle eccezioni.

Quella sera, dopo aver consegnato carta e cartoni al deposito, Gino contò le monete sul palmo. Poche. Sempre poche. La bilancia del magazzino sembrava avere un odio personale per lui. Più caricava, meno guadagnava. Il padrone del deposito, un uomo grosso con baffi rigidi, guardava il peso, faceva due conti e lasciava cadere le monete sul banco.

“È umida,” diceva.

“È stata la pioggia.”

“E io che ci posso fare?”

Niente. Nessuno poteva mai farci niente, quando il danno era dei poveri.

Con quelle monete Gino comprò pane, una cipolla e un pezzo di formaggio duro. Tornò nella sua stanza, accese una lampadina gialla e mangiò lentamente. Poi tirò fuori il libro blu. Le pagine odoravano di muffa e passato. Lesse fino a quando gli occhi non cominciarono a bruciare.

Fu allora che sentì bussare.

Era il figlio della vicina, Tonino, otto anni, magro come un punto interrogativo.

“Mamma chiede se hai un po’ di carta per accendere la stufa.”

Gino guardò il mucchio nell’angolo. Aveva tenuto qualche giornale vecchio per sé, per il freddo. La carta serviva anche a quello: scaldare, imballare, tappare fessure, accendere fuochi, asciugare scarpe. La carta era povera, ma faceva molti mestieri.

Prese metà del mucchio e lo diede al bambino.

“Di’ a tua madre di non bruciare le pagine con le figure. Quelle fanno compagnia.”

Tonino rise senza capire del tutto, ma rise. E in una casa povera, una risata è già arredamento.

I mesi passarono così, uno sopra l’altro, come cartoni legati male. Gino invecchiava senza quasi accorgersene. Le mani si riempivano di tagli piccoli, la schiena faceva male, le scarpe si aprivano davanti come bocche affamate. Ma continuava. Perché quando non hai rendita, proprietà, protezioni, conoscenze, continui. Continuare è il mestiere dei poveri.

Una mattina trovò davanti a un portone un fascio di lettere legate con uno spago. Erano vecchie corrispondenze, forse svuotate da un appartamento dopo la morte di qualcuno. Gino le prese, poi si fermò. C’erano nomi, date, parole d’amore, promesse, litigi, saluti. La vita intera di due persone ridotta a materiale da peso.

Si sedette su un gradino e ne aprì una.

“Cara Emilia, tornerò appena finita la stagione…”

Gino sospirò. Anche lui aveva avuto una Emilia, una volta. Non si chiamava così, ma che importa. Tutti hanno avuto una Emilia, da qualche parte, anche quelli che fingono di no. Lei era partita per lavorare presso una famiglia a Torino. Gli aveva scritto per un po’, poi sempre meno, poi più niente. Forse aveva trovato una vita migliore. Forse semplicemente una vita.

Rimise la lettera nel fascio.

“Non tutto quello che pesa si deve vendere,” mormorò.

Eppure lo vendette. Perché la poesia è bella, ma il pane non accetta versi in pagamento.

Quel giorno guadagnò abbastanza per comprare anche un po’ di brodo caldo all’osteria. Si sedette in un angolo, con il cappello sulle ginocchia, e bevve piano. L’oste lo conosceva.

“Allora, Gino, oggi affari?”

“Altroché. Ho trattato con la carta internazionale.”

“Internazionale?”

“Sì, c’erano giornali francesi.”

L’oste scoppiò a ridere. Gino sorrise. La miseria, quando non riesce a ucciderti, qualche volta ti rende comico. Non perché ci sia da ridere, ma perché senza una battuta il cuore si spezza come cartone sotto la pioggia.

Poi arrivò l’inverno più duro.

La città sembrava chiudersi in se stessa. Meno merci, meno imballaggi, meno scarti. Anche i rifiuti diventavano poveri. Gino girava ore e tornava con il carretto mezzo vuoto. La fame non era più un ospite occasionale, si era sistemata in casa, si sedeva accanto a lui, lo guardava mangiare niente.

Un pomeriggio, mentre rovistava dietro un negozio di tessuti, vide un uomo elegante gettare via una grande scatola piena di cartoni puliti.

“Posso prenderli?” chiese Gino.

L’uomo lo guardò appena.

“Prenda, prenda. Tanto è roba da buttare.”

Gino caricò in silenzio. Roba da buttare. Quella frase gli rimase addosso. Non per i cartoni. Per lui. Certe parole non ti insultano direttamente, ma ti camminano vicino con troppa somiglianza.

Sulla via del ritorno, il carretto si ruppe.

Una ruota cedette con un colpo secco, e tutto il carico si rovesciò sulla strada. I cartoni si aprirono, scivolarono, alcuni finirono nel fango. Gino rimase fermo, con la corda ancora in mano. La gente passava. Qualcuno guardava. Nessuno si fermava.

Per un momento sentì salire una rabbia antica. Non contro la ruota, non contro il fango, non contro chi passava. Contro tutto. Contro quella fatica senza gloria, contro la vita che gli chiedeva sempre il conto senza mai offrirgli credito.

Poi una voce disse:

“Aspetti, la aiuto.”

Era Tonino, il bambino della vicina. Non era più così piccolo, ma era sempre magro. Insieme a lui c’erano altri due ragazzini. Raccolsero i cartoni, li pulirono come poterono, legarono la ruota con un pezzo di fil di ferro trovato lì vicino.

“Non terrà molto,” disse Tonino.

“Neanche io,” rispose Gino, “ma intanto andiamo avanti.”

E andarono avanti.

Quella sera Gino tornò a casa tardi, stanco fino al midollo. Mise i cartoni asciutti nell’angolo, quelli rovinati vicino alla stufa della vicina. Poi prese il libro blu e lo aprì. Dentro, tra due pagine, trovò un foglio che non aveva mai notato. Era bianco, appena ingiallito.

Lo guardò a lungo.

Un foglio bianco, per uno che viveva raccogliendo carta usata, era quasi un miracolo. Una piccola pianura intatta. Un campo senza impronte. Una promessa che nessuno aveva ancora sporcato.

Cercò una matita e scrisse:

“Mi chiamo Gino. Ho raccolto carta per vivere. Ho raccolto cartoni per mangiare. Ho raccolto parole per non sparire.”

Poi si fermò.

Fuori, la città continuava a buttare via cose. Dentro, lui aveva salvato almeno una frase.

E certe frasi, anche se non fanno peso sulla bilancia, pesano nella memoria più di un carretto pieno.

Il mattino dopo uscì ancora prima dell’alba. Il freddo pungeva, la strada era vuota, il cielo sembrava una coperta bucata. Gino afferrò la corda del carretto e cominciò il suo giro.

Dietro ogni negozio, cercava cartoni.

Dietro ogni portone, cercava carta.

Dentro ogni giorno, cercava un motivo.

E forse era proprio quello il segreto dei poveri di una volta, quelli che non avevano quasi nulla eppure tenevano in piedi il mondo con le mani: sapevano raccogliere anche ciò che gli altri non vedevano più.

La carta, il cartone, una briciola di calore, una battuta, un libro salvato, una frase scritta di nascosto.

Perché sopravvivere, certe volte, è questo: tirare fuori dignità dagli scarti.

E portarla a casa, legata con lo spago.

...

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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