Il mare d’inverno con buffet di alghe e radici

La spiaggia libera, d’inverno, non è libera davvero.

È soltanto abbandonata.

Libera dai turisti, dagli ombrelloni, dai bambini che corrono con il gelato che cola sulle dita. Libera dai venditori di cocco, dalle creme solari, dalle radioline stonate. Libera da tutto ciò che d’estate sembra vita e a settembre viene smontato, piegato, portato via.

D’inverno restano il vento, la sabbia bagnata, qualche gabbiano con l’aria di chi pretende un affitto arretrato, e il mare. Il mare no, lui non chiude mai per ferie. Continua a presentarsi ogni giorno, anche quando nessuno lo guarda, anche quando porta a riva soltanto alghe scure, legni storti, radici strappate e cose senza nome.

Lina stava ferma davanti all’acqua.

Da lontano sembrava un punto nero cucito male dentro un paesaggio grigio. Cappotto lungo, scarpe consumate, mani nelle tasche, capelli nascosti sotto un cappuccio. Non si muoveva perché aveva freddo. Non si muoveva perché aveva paura di scoprire che, facendo un passo avanti o uno indietro, non sarebbe cambiato niente.

Aveva cinquantanove anni, ma la miseria è un parrucchiere feroce, ti mette addosso dieci anni senza chiedere il permesso.

La sua giornata era cominciata alle sei, in una stanza presa in affitto dietro la stazione. Una stanza con un lavandino che tossiva acqua fredda, una finestra che dava su un muro e un letto così stretto che per voltarsi bisognava trattare con il destino. Sul comodino teneva tre cose: una fotografia di sua figlia bambina, una scatola di medicine quasi vuota e una radiolina che funzionava solo quando decideva lei, capricciosa come una contessa decaduta.

La colazione era stata pane secco bagnato nel tè. Tè, diciamo. Acqua calda con una bustina che aveva già vissuto una vita intensa il giorno prima.

Poi era uscita.

Non per passeggiare. Le passeggiate le fanno quelli che hanno una casa a cui tornare con una zuppa sul fuoco. Lina usciva per non consumare luce, per non sentire l’umidità della stanza, per non guardare troppo a lungo le pareti. Le pareti, quando sei solo, iniziano a parlarti. E quasi mai hanno buone notizie.

Alla mensa avrebbero aperto a mezzogiorno. Lei aveva tre ore da attraversare. Tre ore possono essere un ponte, ma anche una palude.

Così era arrivata al mare.

La spiaggia libera era incastrata tra due scogliere, una con le rocce scure e taglienti, l’altra con vecchie reti impigliate tra i sassi. La sabbia, umida e pesante, conservava impronte confuse: cani, scarpe, pneumatici, forse qualche bambino passato lì la domenica precedente con genitori pieni di buone intenzioni e poco tempo.

Il mare d’inverno non consola. Al massimo dice la verità.

E la verità era questa: Lina aveva fame.

Non una fame tragica, da romanzo ottocentesco, con svenimenti eleganti e fazzoletti ricamati. No. Una fame moderna, discreta, amministrativa. Quella che ti fa controllare le monete nel portafoglio come fossero parenti malati. Quella che ti fa entrare in un supermercato solo per scaldarti e uscire con niente, sorridendo alla cassiera come se il niente fosse stata una scelta alimentare.

Sulla riva, il mare aveva apparecchiato il suo buffet.

Alghe verdi, marroni, nere. Radici sbiancate dal sale. Conchiglie rotte. Un pezzo di plastica blu. Un limone marcio, chissà da dove venuto. Una scarpa da bambino senza bambino. Il mare, generoso a modo suo, restituiva ciò che gli uomini buttavano e ciò che le tempeste strappavano.

Lina guardò quel banchetto miserabile e pensò che persino la natura, quando fa catering, non sempre è di buon gusto.

Sorrise appena.

Era stata una donna spiritosa, un tempo. Una di quelle che sapevano alleggerire la tavola con una frase, che trasformavano una cena povera in una festa di parole. Quando lavorava nella cucina dell’albergo Aurora, d’estate preparava vassoi di frutta, insalate di mare, piatti freddi per i signori che volevano “qualcosa di semplice”. Semplice, per loro, voleva dire gamberi rosa, olio buono, limone tagliato sottile, pane caldo, vino bianco.

Per lei, semplice voleva dire arrivare a fine mese.

L’albergo aveva chiuso cinque anni prima. Prima dissero ristrutturazione, poi cambio gestione, poi progetto immobiliare, poi silenzio. Le parole dei ricchi sono come le onde, arrivano gonfie e se ne vanno lasciando sabbia negli occhi.

Lina aveva fatto pulizie, badante, stiratrice, commessa a chiamata. Sempre a chiamata. Il lavoro moderno ti chiama quando serve a lui, poi tu richiami quando serve a te e nessuno risponde.

Sua figlia, Sara, viveva lontano. Non per cattiveria. Per sopravvivenza. Aveva un bambino piccolo, un compagno precario, un mutuo con l’appetito di un lupo. “Mamma, vieni da noi”, le aveva detto più volte. Ma Lina aveva sempre rifiutato.

Non voleva diventare una valigia in più nella casa già stretta di sua figlia.

C’è una povertà che non pesa solo sulle tasche. Pesa sulla possibilità di chiedere.

Il vento le tirò il cappuccio indietro. Lei lo rimise a posto con un gesto lento. Guardò l’acqua avanzare e ritirarsi, come se il mare stesse provando da secoli a dire qualcosa e poi, ogni volta, si pentisse.

Poco distante, tra le alghe, vide una radice lunga, contorta, simile a una mano.

Si avvicinò.

La raccolse.

Era liscia in alcuni punti, ruvida in altri. Il sale l’aveva scavata, levigata, trasformata in un oggetto quasi bello. Una radice senza terra, senza albero, senza foglie. Eppure ancora intera. Lina la tenne tra le mani come si tiene una lettera ricevuta troppo tardi.

“Pure tu sfrattata, eh?” mormorò.

Il mare rispose con uno schiaffo d’onda.

Alle sue spalle, qualcuno tossì.

Lina si voltò. C’era un uomo anziano con un cane piccolo e spelacchiato. L’uomo indossava un berretto di lana e teneva in mano un sacchetto di carta.

“Buongiorno”, disse.

“Buongiorno.”

“Brutta giornata.”

“Normale amministrazione.”

L’uomo guardò il mare, poi la radice nelle mani di Lina.

“Bella quella. Sembra una scultura.”

“È il menù del giorno. Buffet di alghe e radici.”

Lui rise. Una risata breve, ma sincera. Il cane annusò un’alga, poi decise che la cultura marina poteva attendere.

“Vuole un pezzo di focaccia?” chiese l’uomo.

Lina irrigidì le spalle.

“No, grazie.”

“Ne ho troppa.”

“Nessuno ha troppa focaccia.”

“Vero. Ma oggi facciamo finta.”

Aprì il sacchetto e gliene porse metà. Era ancora tiepida. Lina guardò quella focaccia come si guarda una cosa pericolosa: un aiuto, una gentilezza, un debito invisibile.

“Non posso pagargliela.”

“Non gliel’ho venduta.”

“Non mi piace approfittare.”

“Nemmeno a me piace buttare. Siamo pari.”

Lina la prese.

Il primo morso le fece quasi male. Il corpo, quando riceve ciò che aspettava, a volte non sa più come ringraziare. Masticò piano, guardando altrove. Non voleva che l’uomo vedesse i suoi occhi diventare lucidi per un pezzo di pane unto.

“Mi chiamo Pietro”, disse lui.

“Lina.”

“Vengo qui ogni mattina. Il cane comanda.”

Il cane sollevò il muso, confermando senza modestia.

“Anch’io venivo qui da ragazza”, disse Lina. “Ma allora il mare sembrava più grande.”

“Era lei più piccola.”

“Forse. O forse anche il mare, con gli anni, si è dovuto ridimensionare.”

Pietro sorrise.

Restarono in silenzio. Il silenzio tra sconosciuti, quando non chiede niente, è una forma rara di educazione.

Dopo un po’, Lina raccontò dell’albergo Aurora. Non tutto, solo qualche pezzo. Le cucine calde, le mani sempre bagnate, il profumo del basilico, i piatti che uscivano veloci, la fatica che almeno aveva un nome. Pietro ascoltò senza interrompere. Disse che lui era stato ferroviere, che sua moglie era morta tre inverni prima e che il cane, Arturo, era diventato il suo superiore gerarchico.

“Mi alza alle sette anche la domenica”, disse. “Un tiranno basso.”

Lina rise davvero.

Era una risata arrugginita, ma ancora funzionante.

Il mare continuava a portare a riva alghe e radici. Quel buffet triste, improvvisamente, sembrava meno offensivo. Non perché la fame fosse sparita. Non perché la vita avesse cambiato direzione. Ma perché qualcuno, per dieci minuti, aveva condiviso con lei un pezzo di mattina.

E a volte la miseria quotidiana non si vince. Si interrompe.

Basta poco. Una focaccia divisa in due. Una battuta detta bene. Un cane spelacchiato che pretende di essere chiamato Arturo. Una radice trovata sulla riva e salvata dal mucchio delle cose inutili.

Pietro guardò l’orologio.

“Domani ci sarò ancora”, disse.

“Anch’io, forse.”

“Porti la radice?”

“Perché?”

“Così Arturo la giudica. Ha gusti difficili.”

Lina infilò la radice sotto il braccio.

“Va bene. Ma se la critica, gli rispondo.”

“È abituato. In casa decide tutto lui, ma non capisce niente di arredamento.”

Si salutarono così, senza promesse grosse. Le promesse grosse sono spesso palloni gonfiati. Meglio quelle piccole, che stanno in tasca e non fanno rumore.

Quando Lina risalì dalla spiaggia, il vento le sembrò meno cattivo. Aveva ancora fame, sì. Aveva ancora pochi soldi, una stanza fredda, una figlia lontana, medicine da comprare, bollette in attesa come corvi sul filo. Nulla era risolto. La vita reale non è un film, non manda la musica al momento giusto e non fa comparire miracoli con il cappotto stirato.

Però aveva la radice.

La portò con sé fino alla mensa. Qualcuno la guardò strano.

“Che ci fai con quel pezzo di legno?” chiese una donna in fila.

“È una scultura marina”, rispose Lina.

“Ah.”

“Titolo: Sopravvivere senza istruzioni.”

La donna rise. Anche altri risero piano. Una risata piccola passò lungo la fila, come una coperta corta ma sufficiente per scaldare almeno le ginocchia.

Quella sera, nella stanza dietro la stazione, Lina mise la radice sul davanzale. La finestra dava sempre sul muro, ma adesso tra lei e il muro c’era quella forma strana, contorta, venuta dal mare. La guardò a lungo.

Pensò che una radice dovrebbe stare sotto terra, aggrappata, nascosta, fedele. E invece quella era finita in acqua, sbattuta dalle correnti, sputata su una spiaggia libera d’inverno, tra alghe e rifiuti. Eppure non sembrava morta. Sembrava trasformata.

Forse anche certe vite fanno così.

Non fioriscono dove avrebbero dovuto. Non diventano l’albero promesso. Non danno ombra a una famiglia riunita sotto il sole. Vengono strappate, trascinate, levigate dal sale. Però restano. Cambiano forma, ma restano.

Lina si preparò un tè pallido. Accese la radiolina. Dopo qualche fruscio, uscì una vecchia canzone degli anni Sessanta, una di quelle che sua madre canticchiava stirando. La stanza era fredda, il letto stretto, il muro sempre uguale.

Ma sul davanzale c’era il mare.

Un pezzetto soltanto, storto, salato, povero.

Abbastanza.

Il giorno dopo Lina tornò alla spiaggia. Pietro era già lì, con Arturo che scavava nella sabbia come un archeologo senza laurea. Lei sollevò la radice.

“Eccola.”

Pietro la osservò con aria seria.

“Molto bella.”

Arturo la annusò, poi starnutì.

“Ha approvato?” chiese Lina.

“Ha detto che è arte contemporanea. Non la capisce, quindi vale molto.”

Questa volta Lina rise senza vergognarsi.

Davanti a loro, il mare d’inverno apparecchiava di nuovo il suo buffet di alghe e radici. Un pranzo povero per occhi affamati, una tavola senza tovaglia, una liturgia di resti. Ma in mezzo a quel grigio, tra vento e sale, due persone stavano in piedi.

Non ricche.

Non salve.

Non guarite.

Semplicemente presenti.

E forse, in certi giorni, la dignità è proprio questo: restare davanti al mare anche quando il mare non promette nulla. Guardare le onde restituire scarti e chiamarli materia. Prendere una radice senza terra e farne compagnia. Dividere una focaccia e non farla pesare. Ridere, persino, mentre il mondo continua a fare il difficile.

La miseria quotidiana non era finita.

Ma quella mattina, sulla spiaggia libera, con il vento che pettinava male le nuvole e Arturo che comandava l’universo dal basso dei suoi quattro chili, Lina capì una cosa semplice, antica, quasi scandalosa.

Anche quando la vita serve alghe e radici, una persona può ancora scegliere come stare a tavola.

...

Scopri di più da Lambertini, esperienza vissuta, salute, scrittura e visioni sul presente

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

Rispondi

Mobile remapping services with diagnostics in moray. El sistema de agua a presión del camión cuba está diseñado para limpiar de manera segura.