Quando il restauro della natura dimentica l’uomo, fallisce. Uno studio rivela perché le radici della giustizia sociale devono nutrire il terreno della rinascita ecologica.

C’è qualcosa di profondamente antico, quasi biblico, nell’atto di curare la terra. È un gesto che ci riporta a tempi in cui l’uomo non era un semplice spettatore o, peggio, un distruttore, ma un custode attento dei ritmi delle stagioni. Tuttavia, come spesso accade nella nostra epoca frenetica e tecnocratica, abbiamo commesso l’errore di pensare che basti un po’ di ingegneria e qualche foglio di calcolo per rimettere a posto il Creato. Ci siamo illusi che piantare un albero fosse un atto puramente biologico, dimenticando che le radici, per attecchire davvero, hanno bisogno di affondare in un terreno sociale fertile e giusto.
Una nuova ricerca, che ha il sapore di un monito severo ma necessario, ci dice proprio questo; se vogliamo salvare i nostri ecosistemi, dobbiamo smettere di trattare le persone come un fastidio o una nota a piè di pagina. La giustizia sociale deve tornare al centro, non come un fiocco decorativo su un pacchetto regalo, ma come la struttura portante di ogni iniziativa di restauro globale.
La superficialità del “Green” moderno
Viviamo in un mondo dove l’apparenza conta spesso più della sostanza, una tendenza che i nostri nonni avrebbero liquidato con una scrollata di spalle e un proverbio tagliente. Guidato dai ricercatori dell’Università dell’East Anglia (UEA), un nuovo studio pubblicato sulla prestigiosa Nature Sustainability ha scoperchiato il vaso di Pandora delle pratiche di conservazione moderne. Il messaggio è chiaro, quasi poetico nella sua durezza: il ripristino ecologico non può essere “superficiale” o “simbolico”.
Immaginate di voler restaurare un vecchio casale di campagna. Potete ridipingere la facciata con colori brillanti, mettere infissi nuovi e tecnologici; ma se le fondamenta stanno cedendo e ignorate la storia di chi ci ha vissuto, quella casa crollerà. Lo stesso vale per il nostro pianeta. Il team guidato dal Prof. Adrian Martin, dal Dott. Neil Dawson e dalla Prof.ssa Iokiñe Rodriguez ci avverte che allineare gli obiettivi ecologici con quelli sociali, economici e culturali locali è l’unica via per evitare il disastro.
Non è un mistero che quasi ogni tipo di ecosistema, dalle foreste pluviali alle brughiere nostrane, sia stato degradato. Abbiamo eroso le basi biologiche, certo, ma abbiamo anche sgretolato le basi culturali del benessere umano. Si stima che 3,2 miliardi di persone, una cifra che fa tremare i polsi, siano già state colpite negativamente dal degrado del suolo. E mentre i signori della politica discutono di sicurezza alimentare futura, nei campi la terra muore e con essa le tradizioni di chi la lavorava.
L’errore della fretta e la burocrazia del bene
Questa crisi ha scatenato una corsa all’oro del ripristino ecologico. Miliardi vengono stanziati, progetti su larga scala vengono lanciati con grandi fanfare nell’ambito delle politiche sul clima. Ma, come si diceva una volta, “la gatta frettolosa fece i gattini ciechi”.
Il Prof. Martin, con la saggezza di chi guarda oltre i numeri, ha sottolineato una tendenza sfortunata. Sebbene tutti, a parole, accettino che la giustizia debba essere al centro, nei fatti si assiste a una pantomima. La partecipazione delle comunità locali è spesso simbolica, una casella da spuntare in un modulo burocratico per ottenere i fondi. Si condivide qualche beneficio, si fa una riunione in cui si annuisce molto, e poi si procede come si era già deciso nei palazzi di vetro delle grandi città.
I progetti sono spesso a brevissimo termine. Si guarda all’ecologia pura: rimboschimento, riumidificazione, reintroduzione di specie. Sono termini tecnici, freddi. Si dà per scontato che “fare qualcosa” sia sempre meglio di “non fare nulla”, ma l’esperienza ci insegna che non è così. Le forme di conservazione gestite dall’esterno, imposte dall’alto come un decreto regio, hanno spesso devastato le comunità locali; hanno calpestato diritti, ignorato la proprietà terriera ancestrale e cancellato l’identità culturale. È un po’ come se qualcuno entrasse in casa vostra per “riordinare” senza chiedervi dove tenete le cose care; magari la casa sarà più pulita, ma non sarà più vostra.
Il divario tra dire e fare
Siamo nel Decennio delle Nazioni Unite sul ripristino (2021-2030). L’obiettivo è titanico: ripristinare un miliardo di ettari di terreni degradati. Sulla carta, i principi sono nobili; coinvolgere le comunità, fornire benefici equi, offrire formazione. Tutto molto bello, direbbe un cinico osservatore da bar. Tuttavia, il team di ricerca, che include menti brillanti della Queen Mary University di Londra e dell’Università di Sheffield, ha scoperto che tra le linee guida globali e la realtà del fango e della terra c’è un abisso.
Questa disattenzione alle dimensioni sociali non è solo una questione morale, è un fallimento tecnico. Le prove sono evidenti; quando si ignorano le persone, l’ecologia ne soffre. Al contrario, le analisi globali mostrano costantemente che il ripristino ha successo laddove la governace si basa su istituzioni locali, su quella leadership che nasce dalla conoscenza del territorio, tramandata da padre in figlio, e non dai manuali universitari stampati a migliaia di chilometri di distanza.
Verso una giustizia profonda: Lezioni dal passato
Gli autori dello studio propongono una categorizzazione che va dal coinvolgimento superficiale a quello profondo. Per ottenere un cambiamento vero, trasformativo, serve un riorientamento radicale. Bisogna smettere di guardare solo agli alberi e iniziare a guardare alle relazioni. Bisogna rivitalizzare le comunità, le loro conoscenze, le loro istituzioni.
Il Prof. Rodriguez lo ha detto chiaramente; il successo dipende dall’allineamento degli obiettivi. Non si può salvare la natura affamando l’uomo o cancellandone la cultura. C’è una preoccupazione tangibile che i progressi nei finanziamenti e nella scienza ecologica non siano stati accompagnati da un’evoluzione etica. Creare interazioni ingiuste impedisce la protezione a lungo termine. La natura, vedete, ha memoria; e anche le persone.
Ma non tutto è perduto. Ci sono “punti luminosi”, fari nella nebbia che ci mostrano la rotta. Molti di questi coinvolgono i popoli indigeni, custodi di un sapere che noi moderni abbiamo presuntuosamente scartato.
Un esempio che riscalda il cuore arriva dall’arcipelago di Haida Gwaii, nella Columbia Britannica. Qui non sono arrivati gli scienziati con la verità in tasca. Al contrario, gli esperti esterni si sono seduti con le comunità locali. Hanno ascoltato. Hanno collaborato per identificare i valori indigeni della natura. Il progetto di ripristino delle foreste di alghe non si è basato su metriche di efficienza industriale, ma su norme locali antiche: rispetto, responsabilità, interconnessione, equilibrio e la ricerca di consigli saggi.
Hanno applicato quello che i nostri vecchi sapevano bene; prima di agire, chiedi permesso alla terra e a chi la abita. Il risultato? Un successo. Perché quando rispetti l’uomo, l’uomo rispetta la natura.
Conclusione: Un ritorno all’ordine naturale delle cose
Lo studio “Verso un ripristino socio-ecologico giusto e trasformativo”, pubblicato il 5 dicembre, non è solo un documento accademico. È un invito a rallentare, a riflettere. Ci ricorda che la tecnologia e i soldi non possono sostituire la dignità e la cultura.
Per salvare il pianeta, dobbiamo forse essere meno ingegneri e più filosofi, meno manager e più contadini nell’anima. Dobbiamo recuperare quel modo tradizionale di fare le cose, dove la comunità era il fulcro e la decisione non veniva presa senza aver ascoltato la voce degli anziani. La giustizia sociale non è un lusso per tempi prosperi; è l’unico attrezzo che abbiamo per riparare un mondo che abbiamo rotto con la nostra arroganza. Speriamo solo di ricordarcene prima che sia troppo tardi, perché la natura perdona molte cose, ma raramente perdona la stupidità umana.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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