Dall’ossessione per la performance al rischio per la salute: uno sguardo profondo su come lo sport può trasformarsi da alleato a nemico del corpo e della mente.

«Non mi riconosco più».

Quante volte queste parole, sospirate tra un allenamento e l’altro, echeggiano nelle palestre, nelle piscine, sui campi di gara? Lo sport, simbolo di salute, energia e gioia, cela talvolta un lato oscuro, fatto di ossessioni, sacrifici estremi e battaglie interiori che minano la stessa persona che dovrebbe forgiare.

I disturbi alimentari nello sport sono un fenomeno più diffuso di quanto si creda. Anoressia, bulimia, ortoressia e binge eating non colpiscono solo modelle e adolescenti insicure, ma anche atleti e atlete di alto livello e amatori, che tra cronometro e bilancia perdono di vista la propria identità.

Quando la performance diventa una gabbia

Lo sport dovrebbe essere il regno dell’equilibrio: corpo e mente che danzano insieme, armonia tra forza e leggerezza. Eppure, per molti, l’imperativo di migliorarsi si trasforma in una corsa senza fine. «Devo perdere peso per essere più veloce», «Se mangio meno, salto più in alto», «Un campione non ha fame»: frasi che si insinuano come tarli nella mente degli atleti, spingendoli a restrizioni alimentari estreme, abbuffate seguite da sensi di colpa, vomito autoindotto o uso scorretto di lassativi e diuretici.

Le categorie a rischio

Alcuni sport sono terreno fertile per i disturbi alimentari: ginnastica artistica, danza, corsa di fondo, nuoto, sport da combattimento con categorie di peso. Ma nessuna disciplina è immune. Gli uomini? Coinvolti tanto quanto le donne, anche se più restii a parlarne. Ragazzi e ragazze giovanissimi, già campioni nella loro disciplina, vengono intrappolati in una spirale pericolosa dove il cibo diventa nemico e il corpo un campo di battaglia.

Il ruolo delle pressioni sociali e mediatiche

Non sono solo allenatori severi o programmi di allenamento intensivi a generare il problema. Viviamo in un’epoca in cui l’immagine conta quanto, se non più, della sostanza. Social media pieni di addominali scolpiti, testimonial perfetti e filtri che cancellano imperfezioni amplificano il senso di inadeguatezza. «Non mi riconosco più» diventa, così, il lamento di chi guarda allo specchio un corpo che non sente più suo.

Segnali da non ignorare

Sbalzi di peso repentini, rifiuto del cibo in compagnia, ossessione per le calorie, eccesso di allenamento anche in caso di infortuni, sbalzi d’umore, isolamento sociale: sono solo alcuni dei campanelli d’allarme. E spesso chi sta attorno — genitori, amici, allenatori — fatica a interpretarli per tempo.

La via del ritorno

Fortunatamente, uscire da questo tunnel è possibile. Serve però uno sforzo collettivo: informazione nelle società sportive, formazione per allenatori, ascolto empatico da parte delle famiglie e, soprattutto, supporto psicologico specializzato. Perché guarire non significa solo tornare a mangiare “bene”, ma ritrovare la gioia nello sport e in se stessi.

Celebrare il corpo per ciò che fa, non per come appare

Dovremmo imparare a celebrare il corpo non per il numero sulla bilancia, ma per ciò che ci permette di fare: correre, saltare, danzare, vivere. Tornare a un’idea di sport che sia prima di tutto gioia, gioco e scoperta di sé. Come insegnavano gli antichi greci, per i quali la palestra era tempio di educazione non solo fisica, ma anche morale.

Un messaggio per gli atleti

A chi legge e si riconosce in questo racconto: non siete soli. Parlate, chiedete aiuto, ascoltate quel sussurro interiore che vi chiede di fermarvi e respirare. La vera vittoria, talvolta, è imparare a rallentare.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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