a woman in white tank top and black pants holding a megaphonePhoto by Tima Miroshnichenko on <a href="https://www.pexels.com/photo/a-woman-in-white-tank-top-and-black-pants-holding-a-megaphone-7202787/" rel="nofollow">Pexels.com</a>

Non è (solo) manipolazione: il professor Nathan Crick rivaluta la propaganda come strumento necessario per affrontare le sfide globali e rivitalizzare la partecipazione democratica.

In un mondo in cui i contenuti ci rincorrono più velocemente delle nostre stesse riflessioni, la parola “propaganda” suona ancora come una minaccia. Evoca immagini di regimi autoritari, manipolazione mediatica, menzogne istituzionali. Ma siamo davvero sicuri che sia solo questo?

Il professor Nathan Crick, esperto di comunicazione e autore del provocatorio volume Propaganda: The Basics, ci invita a ribaltare la prospettiva. Secondo lui, la propaganda non è un veleno da cui guardarci con sospetto, ma una medicina da imparare a dosare e usare. In un’epoca iperconnessa, dominata da social network, campagne virali e storytelling pervasivo, comprendere la propaganda diventa un atto di sopravvivenza democratica.

Non demonizzare: comprendere

Crick ci prende per mano e ci conduce nel cuore della parola “propaganda”, strappandola dai denti dell’ideologia e riconsegnandola al suo significato originario: “propagare”. Ovvero diffondere idee, valori, visioni del mondo. In questo senso, la propaganda è un linguaggio comune della società moderna. La utilizziamo ogni giorno, spesso inconsapevolmente: quando condividiamo un post su Instagram, sosteniamo una causa su Twitter, o applaudiamo un discorso che ci emoziona.

“Dobbiamo accettare che la propaganda non sia solo un trucco di potere, ma una componente inevitabile della comunicazione pubblica”, scrive Crick. “Solo così potremo iniziare a riconoscerla, criticarla e usarla in modo etico”.

E qui sta il cuore del problema: non è tanto la presenza della propaganda a danneggiarci, ma la nostra ignoranza nei suoi confronti. Come una corrente sotterranea, scorre nei nostri feed, nei nostri talk show preferiti, nelle pubblicità che ci strizzano l’occhio. Se non impariamo a nuotare, rischiamo di annegare.

La via periferica della persuasione

La propaganda, ci spiega Crick, non parla alla nostra ragione. Parla ai nostri riflessi. Si infila nelle crepe delle nostre emozioni, nelle vulnerabilità della nostra psiche, nei bisogni umani più elementari: sentirsi al sicuro, appartenere, avere successo. Usa scorciatoie cognitive, immagini vivide, messaggi semplici. E funziona.

In psicologia si chiama elaborazione periferica: la tendenza ad accettare un messaggio senza analizzarlo in profondità, perché siamo stanchi, distratti o immersi nella folla. E i moderni strumenti digitali – dai big data agli algoritmi predittivi – non fanno che potenziare questo effetto.

Crick identifica tre tattiche fondamentali della propaganda moderna:

  • Sostituti compensatori: la promessa di soddisfare bisogni o desideri repressi.
  • Mente di gruppo: l’illusione di elevarsi nella gerarchia sociale aderendo a un’identità collettiva.
  • Dissonanza cognitiva: la creazione di disagio per poi offrire una soluzione semplice e rassicurante.

In breve, la propaganda ci consola, ci galvanizza, ci semplifica il mondo. Ma a quale prezzo?

L’educazione alla propaganda come dovere civico

“Essere cittadini nel XXI secolo – afferma Crick – significa anche essere produttori e consumatori consapevoli di propaganda”. È una presa di posizione radicale, ma necessaria. Invece di combattere la propaganda con moralismi sterili, dovremmo educare alla sua comprensione. Come si studia la grammatica, l’aritmetica o la storia, dovremmo studiare la persuasione. Solo così potremo affrontare sfide globali che richiedono un’azione collettiva: dal cambiamento climatico alle pandemie, dalla lotta alla disuguaglianza all’educazione civica.

E se usassimo le tecniche della propaganda per il bene comune? Per coinvolgere, spiegare, mobilitare?

Crick sogna una società in cui tutti sappiano riconoscere i segnali di manipolazione, ma anche usarli in modo responsabile per diffondere verità, solidarietà, consapevolezza.

Rischi e promesse nell’era digitale

Attenzione però: la propaganda digitale ha un lato oscuro. Gli algoritmi dei social media, programmati per premiare l’engagement, tendono a rinchiuderci in bolle ideologiche. La polarizzazione cresce, il dialogo si spegne, la fiducia crolla. È il paradosso dell’infosfera: più siamo connessi, più rischiamo l’isolamento cognitivo.

Crick lo sa bene: “Le piattaforme digitali possono amplificare la disinformazione e rafforzare i pregiudizi, soffocando il dissenso e riducendo la complessità della realtà a slogan virali”.

Ma proprio per questo, insiste, la propaganda non può essere lasciata nelle mani di pochi. Deve diventare un’arte collettiva. Un linguaggio da padroneggiare come cittadini, non da temere come sudditi.

Un futuro da propagandisti etici

Il futuro – conclude Crick – non sarà mai libero dalla propaganda. Ma può essere un futuro in cui la propaganda non ci domina più, perché l’abbiamo capita, sviscerata, trasformata. In cui la persuasione diventa uno strumento democratico, accessibile a tutti.

E così, paradossalmente, la via per rafforzare la democrazia passa proprio dalla propaganda. Non per farci obbedire, ma per renderci partecipi. Non per raccontarci favole, ma per costruire insieme una narrazione condivisa, critica e consapevole.

Perché in un mondo fatto di parole, immagini e simboli, chi non sa distinguere il vero dal verosimile è destinato a restare spettatore. E invece abbiamo bisogno di cittadini che siano anche registi. Di idee, di sogni, di futuro.


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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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