La volgarità premia: ecco perché
Estratto: Uno screenshot di YouTube Music mostra brani dai titoli espliciti accanto a classici della musica italiana. Non è la prova che il pubblico abbia smesso di riconoscere la qualità, ma racconta bene un mercato nel quale curiosità, provocazione e confezione algoritmica possono valere più dell’impegno creativo.
La qualità non paga? Quando l’algoritmo premia lo scandalo
C’è uno screenshot che vale più di cento convegni sull’economia digitale. È quello che mi è apparso oggi, 19 settembre 2026, su YouTube Music.
Nella schermata compaiono celebri brani della musica italiana accanto a produzioni recenti presentate con titoli sessualmente espliciti, copertine che imitano vecchi dischi e numeri tutt’altro che marginali: centinaia di migliaia, in qualche caso oltre un milione di riproduzioni.
La prima reazione è quasi inevitabile: pubblicare contenuti di qualità non paga. Non importa che si tratti di articoli, musica, video, podcast o fotografie. Puoi studiare, verificare le fonti, riscrivere una frase dieci volte, curare un arrangiamento o cercare una voce personale. Poi arriva qualcuno con un titolo volutamente osceno, una copertina costruita per sembrare il reperto proibito degli anni Sessanta e conquista l’attenzione in pochi secondi.
La tentazione di chiudere il discorso con un mesto “ormai funziona così” è forte. Ma sarebbe troppo semplice. E forse farebbe un favore proprio al sistema che stiamo criticando.
Quello screenshot non è una classifica della qualità
Prima precisazione necessaria: una schermata di raccomandazioni non equivale alla classifica dei brani più ascoltati in assoluto.
YouTube spiega che la pagina iniziale è personalizzata in base alla cronologia delle visualizzazioni e delle ricerche, alle scelte di utenti con comportamenti simili, ai clic, al tempo di visione, ai “Mi piace”, ai “Non mi piace” e ad altri segnali. La stessa piattaforma precisa che i risultati di ricerca non sono semplicemente un elenco dei contenuti con più visualizzazioni. Il sistema cerca soprattutto ciò che ritiene probabile che una determinata persona apra e continui ad ascoltare. Lo chiarisce il Centro assistenza ufficiale di YouTube.
Inoltre, i numeri visibili nello screenshot raccontano una storia meno lineare di quanto sembri. “Ti sento” dei Matia Bazar mostra 40 milioni di riproduzioni, mentre “Che fastidio!” di Ditonellapiaga ne indica 17 milioni. I titoli più provocatori oscillano invece da poche migliaia a circa 2,4 milioni.
Non siamo quindi davanti alla dimostrazione che la volgarità abbia sconfitto tutta la musica di qualità. Siamo davanti a qualcosa di più interessante e inquietante: l’algoritmo considera quei brani abbastanza appetibili da collocarli nello stesso spazio visivo dei classici.
La differenza è importante. Lo screenshot non misura il valore artistico e neppure il successo assoluto. Mostra la competizione per conquistare il prossimo clic.

L’algoritmo non ha gusto, ha obiettivi
Un algoritmo di raccomandazione non si commuove, non riconosce una bella metafora e non sa quanto lavoro sia servito per comporre una canzone. Non legge un articolo e pensa: “Finalmente un ragionamento ben documentato”.
Misura comportamenti.
YouTube dichiara di utilizzare segnali quali clic, tempo di visione o ascolto, condivisioni, valutazioni e risposte ai sondaggi sulla soddisfazione. Le raccomandazioni producono una quota molto rilevante delle visualizzazioni, superiore, secondo l’azienda, a quella generata dalle iscrizioni ai canali o dalla ricerca. La piattaforma parla anche di “tempo di visione di valore”, ma il concetto di valore viene comunque ricostruito attraverso azioni misurabili degli utenti, come spiega il documento sul sistema di raccomandazione.
Qui nasce l’equivoco fondamentale della nostra epoca: ciò che viene misurato finisce per sembrare ciò che conta.
Un titolo esplicito genera sorpresa, curiosità, indignazione, risate o incredulità. Anche chi lo considera pessimo potrebbe aprirlo per capire se esiste davvero. Per il sistema, quel clic resta un clic. Se poi l’ascoltatore rimane abbastanza a lungo, magari per stupore o per mostrarlo agli amici, il segnale diventa ancora più forte.
L’algoritmo non distingue sempre tra ammirazione e curiosità morbosa. Sa soltanto che qualcosa ha interrotto lo scorrimento del dito.
Il falso vintage è una piccola macchina perfetta
Alcune di queste produzioni adottano un’estetica particolarmente efficace: nomi d’arte caricaturali, fotografie che sembrano provenire da vecchi 45 giri e date inserite nei titoli per evocare gli anni Sessanta, Settanta o Ottanta.
Non significa necessariamente che quei brani siano davvero antichi. Per esempio, “Aprimi il culo per favore (1960)” risulta pubblicato nell’agosto 2025, come indicano le pagine del brano su Deezer e YouTube. L’anno inserito nel titolo fa parte della rappresentazione, non della data reale di pubblicazione.
È un espediente brillante, almeno sul piano promozionale. La confezione mescola nostalgia, trasgressione e dubbio: “Possibile che negli anni Sessanta cantassero davvero una cosa simile?”. Il tempo necessario per verificare l’autenticità è già tempo regalato al contenuto.
L’intelligenza artificiale generativa rende questa produzione molto più semplice e rapida. Si possono creare musica, voce, copertina, personaggio e una piccola mitologia retro senza disporre di uno studio, di una band o di un archivio storico. Tuttavia, dal solo screenshot non è possibile stabilire quali brani siano stati generati interamente con l’IA, quali la utilizzino soltanto in parte e quali siano produzioni tradizionali. Su questo occorre evitare sentenze non dimostrate.
Il problema, comunque, non è lo strumento. È l’incentivo economico e culturale: produrre molto, sorprendere subito e occupare ogni possibile nicchia dell’attenzione.
La qualità è necessaria, ma non distribuisce sé stessa
La conclusione più onesta non è che la qualità non paghi mai. È che la qualità, da sola, non garantisce più la distribuzione.
Un articolo accurato può restare invisibile se ha un titolo incapace di comunicare la propria utilità. Una canzone intensa può non essere ascoltata se nessuno la incontra. Un video raffinato può perdere contro un contenuto mediocre che comprende meglio il linguaggio della piattaforma.
La ricerca sui sistemi di raccomandazione ha documentato il cosiddetto popularity bias, la tendenza di molti modelli a dare maggiore esposizione a ciò che è già popolare. Uno studio presentato alla conferenza ECIR ha osservato questo fenomeno anche nella raccomandazione musicale, con effetti particolarmente sfavorevoli per gli ascoltatori e gli artisti meno vicini al gusto dominante. Va precisato che si tratta di risultati ottenuti su specifici dataset e algoritmi, non della radiografia completa di ogni piattaforma commerciale. Lo studio è consultabile su Springer.
La visibilità, quindi, non premia automaticamente il contenuto migliore. Premia quello che riesce a fornire segnali interpretabili dal sistema: clic, permanenza, ritorno, condivisione, riconoscibilità.
Dobbiamo diventare tutti più volgari?
No. E sarebbe una resa piuttosto triste.
La lezione utile non consiste nel copiare il titolo più osceno della giornata. Consiste nel capire che qualità editoriale e capacità di farsi scegliere sono due competenze differenti. La prima costruisce fiducia. La seconda apre la porta.
Occorre imparare a presentare un buon contenuto senza tradirlo: titoli chiari ma non ingannevoli, aperture capaci di generare curiosità, immagini riconoscibili, formati adatti ai diversi canali e una relazione diretta con il pubblico attraverso newsletter, community e spazi proprietari.
Soprattutto, bisogna smettere di affidare tutto il proprio valore al contatore delle visualizzazioni. Centomila ascolti occasionali non equivalgono necessariamente a mille persone disposte a seguire un autore nel tempo. Una fiammata algoritmica può essere spettacolare e sterile; una comunità piccola può sostenere libri, musica, informazione indipendente e progetti sociali.
Il vero prodotto è la nostra attenzione
Lo screenshot di YouTube Music non dimostra che il pubblico sia diventato improvvisamente stupido. Rivela che le piattaforme conoscono molto bene la nostra vulnerabilità alla sorpresa, al sesso, alla nostalgia e all’assurdo.
Nel mercato dell’attenzione, la provocazione è un packaging economico e potentissimo. La qualità, invece, richiede tempo sia per essere prodotta sia per essere riconosciuta. È un albero che cresce lentamente in un ambiente commerciale innamorato dei fuochi d’artificio.
Forse, allora, la frase corretta non è “la qualità non paga”. È questa: la qualità non viene pagata automaticamente, perché gli algoritmi non sono critici musicali, editori o lettori consapevoli. Sono macchine che prevedono il comportamento.
Sta a chi crea imparare a rendersi visibile senza svendersi. E sta a noi, quando ascoltiamo, leggiamo o guardiamo, ricordare che ogni clic è anche un voto. Piccolo, silenzioso, quasi involontario, ma sufficiente a decidere quale cultura incontreremo domani.
In sintesi
Lo screenshot non rappresenta necessariamente una classifica generale, ma una selezione almeno in parte personalizzata. Non dimostra che il pubblico preferisca sempre la volgarità alla qualità, però mostra quanto titoli provocatori e confezioni studiate possano conquistare visibilità. Gli algoritmi misurano soprattutto comportamenti osservabili, non valore artistico o affidabilità. Per chi crea, la sfida è doppia: produrre contenuti validi e imparare a presentarli in modo competitivo, costruendo nel frattempo un rapporto diretto con il proprio pubblico.
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