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Trama
Milena diceva di ricordare tutto. I nomi, le facce, i costumi da bagno, persino chi nel 1986 aveva rubato una sdraio fingendo di confonderla con la propria. Ma sull’estate del 1978 aveva un vuoto. E i vuoti, certe volte, non sono dimenticanze. Sono porte chiuse.
Puntata 2, La donna che vide tutto
Milena arrivò alla libreria Il Mare tra le Pagine con un ombrello leopardato, un foulard viola e l’espressione di chi si presenta a un interrogatorio già certa di essere più intelligente del commissario.
Entrò senza bussare, perché le persone come Milena non entrano nei luoghi, li occupano moralmente.
“Mi avete cercata?”
Teresa era dietro il banco, ancora con la cartolina in mano.
Elena, seduta vicino alla finestra, si voltò di scatto. Non aveva dormito. Si vedeva dagli occhi, da quel pallore sottile che viene quando la notte non passa ma ti mastica piano.
Sul banco c’erano il libro rosso, la lettera di Enrico, la fotografia del 1978 e quella cartolina caduta da uno scaffale senza che nessuno la toccasse.
Sul retro, la frase sembrava più nera del giorno prima.
Chiedete a Milena. Lei vide tutto.
Milena lesse, poi si tolse gli occhiali da sole con una lentezza teatrale.
“Finalmente qualcuno riconosce il mio ruolo nella storia.”
Teresa sospirò.
“Milena, non siamo in una fiction Rai.”
“Peccato. Avrei già scelto chi deve interpretarmi.”
Elena non sorrise.
“Lei conosceva Enrico Monti?”
Milena la guardò bene. Troppo a lungo.
Poi disse:
“Tu hai i suoi occhi.”
Elena abbassò lo sguardo.
Teresa sentì quella frase scivolare nella stanza come una lama sottile.
Milena appoggiò l’ombrello accanto alla porta e si sedette. Non chiese il permesso. Non le serviva. Certe donne della sua generazione avevano imparato presto che il mondo concede poco, dunque tanto vale accomodarsi.
“Enrico lo conoscevamo tutti,” disse. “O meglio, tutte. Era bello nel modo sbagliato.”
“Cosa vuol dire?” chiese Elena.
“Che non era bello come un attore. Era peggio. Gli attori sai che stanno recitando. Enrico invece ti ascoltava davvero. E quando un uomo ti ascolta davvero a vent’anni, cara mia, bisogna chiamare i carabinieri preventivamente.”
Teresa distolse gli occhi.
Milena se ne accorse, ma per una volta ebbe la grazia di non commentare.
“Era l’estate del 1978,” continuò. “Un’estate calda, ma calda sul serio. Non come adesso che ogni telegiornale scopre l’afa come se fosse un’invenzione ministeriale. Allora il caldo era caldo e basta. Si sudava, ci si lamentava, si beveva cedrata e nessuno faceva grafici colorati.”
“Elena vuole sapere della bambina,” disse Teresa.
Milena annuì.
“La bambina.”
La parola cadde in mezzo a loro.
Fuori pioveva ancora. La libreria odorava di carta vecchia, legno umido e caffè dimenticato nella moka.
“C’era una donna,” disse Milena. “Non del paese. Arrivò a metà agosto. Forse il 14, forse il 15. Alloggiava alla pensione Aurora, quella vicino alla stazione, dove oggi c’è quel residence orrendo con i balconi di vetro. Ai miei tempi almeno il brutto aveva il pudore di sembrare economico.”
“Come si chiamava?” chiese Elena.
Milena si toccò il foulard.
“Questo è il problema.”
“Non lo ricorda?”
“Io ricordo tutto.”
“Tranne questo.”
Milena la fissò.
“Ragazza, mi stai simpatica perché sembri tragica senza impegnarti, ma non provocarmi.”
Teresa intervenne.
“Milena.”
“Va bene. No, non ricordo il nome. E la cosa mi irrita più di un parcheggio occupato male.”
“Che aspetto aveva?” chiese Elena.
“Capelli castani. Occhiali grandi. Vestiti chiari. Sempre troppo elegante per la spiaggia. Una di quelle donne che anche per comprare il pane sembrano uscite da una fotografia di famiglia importante. Aveva con sé una bambina piccola.”
“Quanto piccola?”
“Un anno, forse meno. Forse di più. Io con i bambini sono sempre stata approssimativa. Finché non parlano, per me sono tutti nella categoria fagottino rumoroso.”
Elena si irrigidì.
“Potrei essere stata io.”
Milena non rispose subito.
Prese la fotografia posata sul banco. Teresa ed Enrico giovani, seduti sul muretto del porto.
“Questa l’ho scattata io.”
Teresa alzò gli occhi.
“Tu?”
“Certo. Avevo una Kodak Instamatic. Facevo foto a tutti. Ero giovane, invadente e già molto dotata per la sorveglianza sociale.”
“Perché non me l’hai mai detto?”
“Perché non me l’hai mai chiesto.”
“Milena.”
“E perché alcune foto vennero a prendermele.”
La stanza cambiò temperatura.
Elena si sporse in avanti.
“Chi?”
Milena deglutì.
“Un uomo.”
Teresa rimase immobile.
“Che uomo?”
“Non del paese. Questo lo ricordo. Aveva un completo grigio, nonostante il caldo. Chi porta un completo grigio al mare in agosto o è un cretino o è pericoloso. A volte entrambe le cose, la natura abbonda.”
“Quando venne?”
“Dopo la partenza della donna.”
“Quale partenza?” chiese Elena.
Milena si passò una mano sulla fronte.
“La mattina del 20 agosto.”
Teresa prese il libro rosso e lo aprì alla seconda pagina.
La frase era ancora lì.
Prima domanda: chi era davvero la donna che partì da Marina delle Sirene il 20 agosto 1978 portando con sé una bambina non sua?
Elena la rilesse sottovoce.
“Una bambina non sua.”
Milena chiuse gli occhi.
“Quel giorno successe qualcosa.”
“Cosa?” chiese Teresa.
“Non lo so.”
“Come non lo sai?”
Milena aprì gli occhi. Per la prima volta sembrava vecchia. Non anziana, vecchia. Come se un peso le fosse appena caduto sulle spalle da un armadio dimenticato.
“Perché quel giorno non lo ricordo.”
Nessuna delle due parlò.
Milena, che di solito riempiva ogni silenzio come una radio accesa in cucina, lasciò che il vuoto restasse lì.
Poi aggiunse:
“Ricordo il 19 agosto. Ricordo benissimo. C’era una festa al Bagno Sirena. Lampadine colorate, sangria pessima, orchestrina con un cantante che massacrava Battisti con convinzione criminale. Teresa, tu avevi un vestito bianco.”
Teresa annuì piano.
“Me lo ricordo.”
“Enrico ti guardava come si guardano le partenze dei treni quando non hai il biglietto.”
Teresa abbassò gli occhi.
“Elena era già lì?” chiese Elena.
Milena scosse la testa.
“La bambina? Sì. La donna la teneva in braccio. Ricordo che piangeva. Non forte, ma sempre. Un pianto piccolo, insistente.”
“E Enrico conosceva quella donna?”
Milena esitò.
“Sì.”
Teresa sollevò la testa.
“Come fai a dirlo?”
“Perché parlarono dietro le cabine. Io ero lì vicino.”
“Origliavi?”
“Facevo prevenzione narrativa.”
“Milena.”
“Va bene, origliavo. Ma poco. La musica era alta. Sentii solo alcune parole.”
“Quali?”
Milena fissò la pioggia oltre la vetrina.
“Sentii lui dire: ‘Non puoi portarla via così.’ E lei rispose: ‘Non è più sicura qui.’”
Elena impallidì.
Teresa strinse il bordo del banco.
“Poi?”
“Poi la donna disse un nome.”
“Che nome?”
Milena aprì la bocca.
La richiuse.
Si portò una mano alla tempia.
“Non riesco.”
“Prova,” disse Elena.
“Sto provando.”
Il volto di Milena si contrasse.
“Era un nome breve. Forse Anna. No. Ada? Alma? No, no. C’era una erre. Forse.”
Teresa sussurrò:
“Maria?”
Milena la guardò di colpo.
“No. Non Maria.”
Elena prese la lettera di Enrico.
“Qui parla di una verità che non ha avuto il coraggio di raccontare. E nel libro dice che una donna portò via una bambina non sua. Se quella bambina ero io, allora chi ero prima?”
La domanda restò sospesa.
Poi il libro rosso fece una cosa impossibile.
Le pagine si mossero.
Non per il vento. Non c’era vento.
Si sfogliarono da sole, piano, fino a fermarsi su una pagina bianca.
Sotto gli occhi di Teresa, Elena e Milena, comparvero tre parole.
Una dopo l’altra.
L’inchiostro sembrava salire dalla carta come sangue da una ferita.
Cercate la pensione.
Milena si fece il segno della croce.
“Ecco. Io lo dicevo che i libri erano pericolosi. La gente mi prendeva in giro quando preferivo la televisione.”
Teresa non riuscì a muoversi.
Elena invece si alzò.
“La pensione Aurora.”
“Non esiste più,” disse Milena. “L’hanno chiusa negli anni Novanta.”
“Ma ci sarà stato un registro degli ospiti.”
Milena rise amaramente.
“Cara, in questo paese non conservano nemmeno le promesse elettorali, figurati i registri di una pensione.”
Teresa però stava guardando la fotografia.
La girò.
Sul retro c’era qualcosa che prima nessuna aveva notato. Una piccola scritta a matita, quasi cancellata.
Aurora, stanza 6.
Milena si avvicinò.
“Quella non l’ho scritta io.”
“Chi aveva la foto dopo di te?” chiese Elena.
Milena abbassò la voce.
“L’uomo col completo grigio.”
“Ti prese tutte le foto?”
“Quasi tutte. Disse che c’era stata una denuncia. Che alcune immagini potevano servire. Io ero giovane, mi spaventai. Gliele diedi.”
“Era un carabiniere?”
“No.”
“Polizia?”
“No.”
“Come fai a esserne sicura?”
Milena inspirò.
“Perché non mi mostrò nessun tesserino. E perché quando mia madre gli chiese chi fosse, lui rispose una frase che non ho mai dimenticato.”
“Quale?”
“Disse: ‘Sono quello che evita gli scandali.’”
Teresa sentì un nodo chiuderle la gola.
In un paese piccolo, gli scandali non spariscono. Cambiano nome, si siedono al bar, invecchiano e fingono di essere aneddoti.
“Il 20 agosto,” disse Elena. “Cosa ricorda esattamente?”
Milena guardò il pavimento.
“Niente.”
“Niente?”
“Mi svegliai il 21.”
Teresa fece un passo verso di lei.
“Milena, che significa?”
“Significa che del 20 agosto non ho memoria. Zero. Buio. Ricordo la festa del 19, poi il letto di casa mia il mattino dopo. Mia madre che mi portava il caffè. Io che avevo un mal di testa feroce. E lei che mi diceva: ‘Lascia stare, è meglio così.’”
“Meglio così cosa?”
“Non lo so.”
Elena parlò piano.
“Ti drogarono?”
Milena tremò appena.
“Per anni ho pensato di aver bevuto troppo. Avevo ventidue anni, può capitare. Ma io la sangria non la bevevo. Mi faceva schifo. Sapeva di frutta morta male.”
Teresa le prese la mano.
Fu un gesto semplice, ma tra loro due non era abituale. Erano amiche di spiaggia, di battute, di ombrelloni vicini, non di tenerezze. Eppure, in quel momento, Milena la lasciò fare.
“Perché non ce l’hai mai detto?” chiese Teresa.
“Perché non sapevo cosa dire. E poi perché il giorno dopo Enrico era sparito.”
Teresa lasciò la sua mano.
“Come sparito?”
“Partì. O almeno così dissero tutti. Tu lo sai meglio di me.”
Teresa scosse la testa.
“Io ricevetti una lettera. Diceva che era andato a Torino.”
“Quella lettera arrivò il 22 agosto?”
Teresa si bloccò.
“Sì.”
Milena annuì.
“La vidi prima io.”
“Cosa?”
“Era sul tavolo della cucina di casa tua.”
Teresa quasi non respirava.
“Come facevi a essere in casa mia?”
“Perché tua madre mi chiese di venire. Disse che tu non stavi bene.”
“Io non ricordo.”
“Lo so.”
Il silenzio tornò, più pesante.
Elena guardò Teresa.
“Anche tu hai un buco.”
Teresa avrebbe voluto negare.
Avrebbe voluto dire che no, lei ricordava tutto. Ricordava Enrico, il vestito bianco, la festa, il mare, le cabine, le luci. Ricordava l’attesa della lettera, il dolore, la rabbia.
Ma tra la notte del 19 e il pomeriggio del 22 agosto c’era una nebbia. Una zona molle, confusa, mai interrogata davvero. Aveva sempre pensato che fosse il dolore. Il dolore cancella, no? Il dolore stropiccia i giorni come fazzoletti.
Ma forse non era stato il dolore.
Forse qualcuno aveva aiutato la memoria a tacere.
Elena prese il certificato dalla busta di Enrico.
Lo aprì.
“Questo è il mio certificato di nascita.”
Teresa e Milena si avvicinarono.
Elena indicò una riga.
“Data di nascita, 20 agosto 1978.”
Milena sbiancò.
Teresa sentì il mondo inclinarsi.
“Ma tu hai trent’anni,” disse, senza nemmeno sapere perché.
Elena sorrise amaramente.
“Ne dimostro trenta, Teresa. Ne ho quarantasette.”
La frase cadde come una pietra nell’acqua.
Quarantasette.
Nata il 20 agosto 1978.
Il giorno scomparso.
Il giorno della donna partita con una bambina non sua.
Il giorno cancellato dalla memoria di Milena.
Il giorno che Teresa non riusciva davvero a ricordare.
Poi il campanello della libreria suonò.
Un uomo era entrato.
Indossava un impermeabile scuro e un cappello bagnato di pioggia.
Teresa non lo aveva mai visto, eppure qualcosa in lui le diede immediatamente fastidio. Non paura. Peggio. Riconoscimento.
L’uomo si tolse il cappello.
Guardò Milena.
“Buongiorno.”
Milena diventò immobile.
Il colore le sparì dal volto.
Elena lo notò.
“Lo conosce?”
Milena non rispose.
L’uomo sorrise appena.
Un sorriso educato, vuoto, consumato.
“Sono venuto per il libro rosso.”
Teresa appoggiò una mano sopra il volume.
“Non è in vendita.”
“Non ho detto che voglio comprarlo.”
“E allora?”
L’uomo guardò Elena.
Poi Milena.
Infine Teresa.
“Voglio evitare che riapriate una storia chiusa da quasi cinquant’anni.”
Milena fece un passo indietro.
La sua voce uscì appena.
“Il completo grigio.”
L’uomo sorrise.
“Vedo che qualcosa ricorda ancora.”
Fuori, la pioggia batteva più forte.
Dentro, il libro rosso si aprì da solo.
Le pagine corsero veloci, come se qualcuno le sfogliasse con rabbia.
Poi si fermarono.
Comparve una nuova frase.
Seconda domanda: perché Teresa non deve sapere di essere stata madre?
Fine della seconda puntata.
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