Estratto

In una torrida estate sulla Riviera, tra granite al limone, sensori che suonano all’improvviso e chiacchiere sotto l’ombrellone, nasce una misteriosa confraternita. Si fanno chiamare “i diabetici eretici”. Ma la loro vera rivoluzione non è contro la medicina. È contro gli stereotipi.


Il primo segnale

Tutto cominciò un martedì pomeriggio, quando il sole sembrava deciso a sciogliere anche i pensieri.

Sotto l’ombrellone numero 27 del Bagno Nettuno sedeva un gruppo apparentemente normale. C’era chi leggeva un giallo, chi sonnecchiava e chi osservava il mare con l’aria di aver capito qualcosa della vita che agli altri era sfuggito.

Poi, all’improvviso.

“Bip. Bip. Bip.”

Un sensore glicemico ruppe il silenzio.

Un secondo dopo ne suonò un altro.

Poi un terzo.

Sembrava l’inizio di un concerto elettronico eseguito da gabbiani tecnologici.

I bagnanti si voltarono.

“Che succede?” domandò una signora.

“Niente di grave” rispose un uomo sorridendo. “Siamo solo in riunione.”

“In riunione?”

“Sì. La Setta dei Diabetici Eretici.”


Gli eretici

Il nome era nato per scherzo.

Erano persone con diabete di tipo 1, tipo 2, LADA, familiari, amici e qualche curioso capitato lì per caso.

Si definivano eretici perché rifiutavano alcune delle frasi più diffuse e assurde che sentivano ogni giorno.

La prima eresia era semplice:

“Il diabete non si vede.”

La seconda:

“Non siamo il nostro pancreas.”

La terza:

“Possiamo mangiare una fetta di torta senza provocare l’apocalisse.”

Ogni nuovo membro doveva pronunciare queste parole davanti a una granita al limone rigorosamente senza significati mistici.


Il grande consiglio

Ogni pomeriggio, alle 17 precise, il gruppo si riuniva.

Non per discutere di religione.

Nemmeno di politica.

Ma delle domande più assurde ricevute durante l’anno.

Il presidente onorario, un pensionato con quarant’anni di esperienza diabetica, aprì la seduta.

“Fratelli e sorelle eretici, iniziamo.”

Una donna alzò la mano.

“Una collega mi ha chiesto se il sensore serve per ascoltare Radio Maria.”

Risate generali.

Un ragazzo intervenne.

“A me hanno chiesto se il diabete si prende stando troppo vicino a uno che ce l’ha.”

Applausi.

Poi parlò una signora elegante.

“Una vicina mi ha detto che se bevo una tisana al finocchio il pancreas ricomincia a funzionare.”

Silenzio.

Poi una standing ovation.

Quella, secondo il regolamento interno, valeva doppio punteggio.


La leggenda del gelato proibito

Tra le storie tramandate dagli eretici ce n’era una particolarmente famosa.

Si raccontava che molti anni prima un uomo con diabete avesse ordinato un gelato in spiaggia.

Immediatamente, tre sconosciuti erano comparsi dal nulla.

“Lei non può mangiarlo.”

“È diabetico.”

“Lo sa che contiene zucchero?”

L’uomo li aveva osservati.

Aveva sorriso.

Aveva fatto il bolo insulinico.

E aveva mangiato il gelato lo stesso.

Da allora quella vicenda era entrata nella mitologia della setta.

Ogni estate veniva raccontata ai nuovi adepti come esempio di coraggio civile.


Il rito del tramonto

Quando il sole iniziava a scendere verso il mare, gli eretici si spostavano vicino alla riva.

Non c’erano formule segrete.

Né mantelli.

Né simboli misteriosi.

Guardavano semplicemente l’orizzonte.

Perché tutti conoscevano la fatica invisibile che spesso accompagna il diabete.

Le glicemie imprevedibili.

Le notti interrotte dagli allarmi.

Le ipoglicemie.

Le paure.

Le mille decisioni quotidiane che nessuno vede.

Eppure ridevano.

Scherzavano.

Facevano programmi.

Parlavano di viaggi, libri, figli, amori e pensione.

Perché avevano imparato una verità fondamentale.

Il diabete occupa una parte della vita.

Non tutta la vita.


L’ultima eresia

L’ultima regola della confraternita era anche la più importante.

Era scritta su un foglio plastificato attaccato al frigorifero del bar.

Diceva:

“Non lasciare che gli altri definiscano ciò che puoi essere.”

Ogni nuovo membro la leggeva almeno una volta.

Poi tornava al proprio ombrellone.

Al proprio mare.

Alla propria estate.

Con la consapevolezza che l’eresia più grande, in fondo, era vivere normalmente in un mondo che spesso si aspetta il contrario.


In sintesi

La “Setta dei Diabetici Eretici” non combatte contro la scienza, ma contro i luoghi comuni. Con ironia e leggerezza, questo racconto estivo ricorda che dietro ogni sensore, ogni microinfusore e ogni glicemia c’è prima di tutto una persona. E che il modo migliore per affrontare certe giornate, sotto il sole o nella vita, resta spesso una risata condivisa.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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