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Trama
Ci sono stanze che non vengono chiuse a chiave per proteggere ciò che contengono, ma per proteggere chi resta fuori. La stanza di Basili odorava di polvere, disinfettante e bugie conservate bene. Dentro, un registro dei morti attendeva da quarantotto anni qualcuno disposto a leggere i nomi fino in fondo.
Puntata 7, La stanza di Basili
La seconda scatola era più piccola della prima.
Non era una scatola di biscotti, non aveva fiori sbiaditi sul coperchio, né quel colore allegro e bugiardo delle cose domestiche. Era una scatola di latta grigia, rettangolare, senza scritte. Sembrava fatta apposta per non raccontare nulla.
E infatti raccontava troppo.
Giulio la estrasse dalla sabbia con cautela. Aveva le mani sporche, le unghie nere, l’aria di un archivista appena promosso, suo malgrado, a becchino della memoria.
Milena si chinò appena.
“Se dentro c’è un altro nastro azzurro, io mi dimetto dalla trama.”
Nessuno rise.
Teresa teneva ancora il telefono di Lucia tra le mani, come se da quell’oggetto potesse tornare la voce appena svanita.
Una madre che ha aspettato quarantotto anni per sentire tua voce.
Arianna.
La donna scomparsa.
La madre di Nina.
Forse viva.
Forse no.
Forse ridotta a una voce, che è il modo più crudele per essere vivi, abbastanza presenti da ferire, troppo lontani per essere abbracciati.
Lucia Basili era immobile davanti all’ombrellone rosso. Il vento le sollevava qualche ciocca dai capelli raccolti. Sotto la clavicola sinistra, la piccola voglia a forma di mezzaluna sembrava più scura, come se anche la pelle avesse deciso di testimoniare.
“Apriamola,” disse Elena.
Rosa Bellandi scosse la testa.
“Non qui.”
Milena la guardò.
“Signora Rosa, con tutto il rispetto per la sua recente carriera di madre ambigua, qui ormai apriamo qualunque cosa. Scatole, buste, ferite, armadi morali. È tardi per il galateo.”
Teresa però fissava Lucia.
“Dov’è la stanza di Basili?”
Lucia abbassò gli occhi.
“Sotto casa sua. Sotto casa mia, cioè. La casa dove sono cresciuta.”
“Ci andiamo adesso.”
Vittorio Lami, rimasto qualche passo più indietro, vicino alla passerella, parlò con voce bassa.
“Non fatelo.”
Teresa si voltò.
“Lei ha esaurito il credito delle frasi minacciose.”
“Non è una minaccia.”
“Peggio. Sembra quasi un consiglio.”
Lami guardò Lucia.
“Quella stanza non contiene solo la tua storia.”
Lucia lo fissò.
“Questo dovrebbe fermarmi?”
“No. Ma dovrebbe prepararti.”
La frase cadde sulla sabbia come una chiave gettata in un pozzo.
Teresa prese la scatola grigia dalle mani di Giulio e la strinse al petto insieme alla prima. Poi raccolse il libro rosso, che si era chiuso da solo sotto l’ombrellone, come un animale stanco.
“Andiamo,” disse.
La casa di Basili era in via delle Acacie, dietro la vecchia farmacia, in una zona del paese dove le facciate avevano conservato quella rispettabilità un po’ severa degli anni Sessanta. Persiane verdi, citofoni ossidati, cortili interni con piante di gerani e biciclette legate da lucchetti più vecchi dei loro proprietari.
Lucia aprì il portone.
Dentro l’androne odorava di pietra umida e mobili lucidati. Una scala saliva verso gli appartamenti. A destra, invece, c’era una porta bassa, quasi nascosta dietro una vecchia rastrelliera.
Lucia tirò fuori una chiave piccola.
“Da bambina pensavo che lì dentro ci fossero i morti.”
Milena deglutì.
“Finalmente una bambina con buone intuizioni.”
La chiave entrò nella serratura con fatica.
Lucia girò.
La porta si aprì.
L’odore arrivò prima della stanza.
Polvere.
Carta vecchia.
Disinfettante.
E qualcosa di metallico, remoto, come un ricordo di sangue lavato troppo in fretta.
Teresa accese la luce.
Una lampadina nuda oscillò al centro del soffitto.
La stanza era piccola, ma piena fino a sembrare più grande. Scaffali su tre pareti, faldoni, scatole di medicinali vuote, strumenti medici coperti da teli, una scrivania, una sedia, un lettino da visita con il rivestimento crepato.
Sulla parete di fondo c’era una fotografia incorniciata.
Il dottor Basili.
Camice bianco.
Sguardo serio.
Baffi sottili.
L’aria di un uomo che aveva ricevuto troppe confidenze e restituito poche verità.
Lucia non entrò subito.
Rimase sulla soglia.
“Mio padre diceva che un medico deve saper tacere.”
Teresa rispose piano:
“Un medico deve saper custodire. Non cancellare.”
Giulio si avvicinò agli scaffali.
“Questi sono registri.”
Elena sfiorò i dorsi dei faldoni.
“Cartelle cliniche?”
“Anche,” disse Giulio. “Ma non solo.”
Milena indicò un grande volume nero, chiuso da due elastici secchi.
“Quello sembra abbastanza lugubre da essere importante.”
Sul dorso, scritto a mano:
Registro riservato, 1969, 1982
Lucia fece un passo indietro.
“No.”
Teresa la guardò.
“Lucia.”
“Ho paura.”
Nessuno disse che non doveva averne.
Sarebbe stata una sciocchezza.
Certe paure non si superano. Si attraversano tenendo la mano a qualcuno, e facendo finta di avere scarpe adatte.
Elena si avvicinò a Lucia.
“Lo apriamo insieme.”
Fu un gesto piccolo. Ma Rosa Bellandi lo vide. E nel vederlo capì, forse per la prima volta, che essere madre non significava trattenere una figlia vicino alla propria bugia, ma restare lì quando quella figlia decideva di guardare altrove.
Giulio appoggiò il registro sulla scrivania.
Gli elastici si spezzarono appena li toccò.
La copertina si aprì con un gemito.
Dentro, pagine fitte di nomi, date, iniziali, annotazioni mediche, codici scritti in rosso.
Milena si piegò.
“Qui ci vuole un traduttore dal medicese al cristiano.”
Giulio seguì le colonne con il dito.
“Non è un registro ufficiale. È un registro personale.”
“Dei morti?” chiese Teresa.
Giulio voltò alcune pagine.
“Dei morti, dei trasferiti, dei non denunciati, dei casi coperti. Guardate.”
In alto c’erano sigle.
D. C.
T. S.
N. R.
S. I.
Elena lesse:
“Decesso confermato?”
Giulio annuì.
“T. S. forse trasferimento sanitario. N. R. potrebbe non registrato.”
“E S. I.?” chiese Milena.
Giulio impallidì.
“Suppongo, soggetto inesistente.”
La stanza tacque.
Soggetto inesistente.
Era una formula fredda, amministrativa, quasi elegante. E proprio per questo mostruosa. Un modo pulito per dire che una persona aveva respirato, pianto, avuto fame, forse sorriso, ma non abbastanza da meritare un documento.
Teresa aprì la scatola grigia.
Dentro c’erano tre cose.
Un mazzo di chiavi.
Una piccola audiocassetta.
E una targhetta metallica con inciso un numero:
17
Milena la fissò.
“Ditemi che non dobbiamo cercare diciassette stanze.”
Lucia prese l’audiocassetta.
Sul lato A c’era una scritta:
Arianna, 3 settembre 1978
Teresa sentì la pelle gelarsi.
“C’è un registratore?”
Lucia indicò lo scaffale basso.
“Lì.”
Era un vecchio mangianastri grigio. Giulio lo collegò a una presa. Per qualche secondo non accadde nulla. Poi si accese una spia rossa.
Elena inserì la cassetta.
Il nastro gracchiò.
Prima solo fruscio.
Poi una voce maschile.
Basili.
“Dica il suo nome.”
Silenzio.
Poi una voce femminile, debole.
“Arianna Rinaldi.”
Lucia portò una mano alla bocca.
La voce continuò.
“Voglio mia figlia.”
Basili rispose:
“Sua figlia è al sicuro.”
“Con Teresa?”
Pausa.
“No.”
Il nastro frusciò.
Arianna pianse.
“Mi avevate promesso Teresa.”
Basili sospirò.
“Teresa è una ragazza. Non può essere coinvolta.”
“Lei mi ha tenuto la mano.”
“Non basta per crescere una bambina.”
“Basta per non tradirla.”
Teresa chiuse gli occhi.
Il ricordo arrivò più nitido.
Una mano stretta alla sua.
Unghie corte.
Sudore.
Una voce che ripeteva: “Non lasciarmi sola.”
E lei, Teresa, diciassette anni, che rispondeva:
“Non ti lascio.”
Ma poi l’avevano addormentata.
O convinta.
O spenta.
Il nastro proseguì.
Basili disse:
“Lei deve firmare.”
Arianna rispose:
“No.”
“È l’unico modo per evitare che Carlo Lami la faccia dichiarare incapace.”
“Carlo Lami è mio padre.”
“Carlo Lami è molte cose. Padre, in questa storia, è la meno utile.”
Milena sussurrò:
“Che uomo orrendo. E pensare che prescriveva sciroppi al paese con quella faccia da santo del bicarbonato.”
Poi, sul nastro, un rumore.
Una sedia spostata.
Arianna gridò:
“Dov’è Nina?”
Silenzio.
Basili disse:
“Nina non esiste più.”
Lucia si piegò in avanti, come colpita.
Elena le strinse la mano.
La voce di Arianna cambiò. Non era più solo dolore. Era furore.
“Allora fatemi morire con il suo nome in bocca.”
Basili parlò più piano.
“È proprio questo che devo impedire.”
Il nastro si interruppe.
Per qualche secondo nessuno respirò.
Poi il mangianastri fece clic.
Fine del lato A.
Teresa guardò Lucia.
“Lui ti ha salvata.”
Lucia aveva gli occhi pieni di lacrime.
“No. Mi ha rubata.”
“Le due cose possono stare nella stessa stanza,” disse Elena.
Milena annuì lentamente.
“Purtroppo sì. È una delle grandi indecenze della vita.”
Giulio tornò al registro.
“Dobbiamo cercare il 20 agosto 1978.”
Sfogliò.
Le pagine sembravano non finire mai.
Poi si fermò.
20.08.1978
Nella colonna dei nomi, tre righe.
Arianna Rinaldi, T. S., struttura privata, destinazione ignota.
Nina Rinaldi, S. I., affidata B.
Neonata anonima, D. C., trasporto 18:40.
Rosa si sedette sulla sedia.
“Elena,” disse.
Elena non si voltò.
“Quella neonata anonima,” continuò Rosa, “era quella che dovevano usare per coprire Nina.”
Giulio lesse ancora.
“D. C., decesso confermato.”
“Quindi una bambina morta ha preso il posto di Nina,” disse Milena. “E Nina è diventata Lucia.”
Lucia fissava la riga.
Nina Rinaldi, S. I., affidata B.
“Affidata B,” mormorò.
Basili.
Il cognome che l’aveva cresciuta era anche la sigla che l’aveva inghiottita.
Teresa guardò la targhetta metallica con il numero 17.
“Cosa apre?”
Giulio indicò una serie di piccoli cassetti sulla parete, simili a quelli degli archivi medici.
Erano numerati.
Dal numero 1 al numero 24.
Lucia prese il mazzo di chiavi dalla scatola.
La chiave con l’etichetta 17 entrò nel cassetto.
Dentro c’era una busta grande, rigonfia.
Sul fronte, una sola parola:
Nina
Lucia la prese.
Le mani le tremavano.
Dentro c’erano fotografie.
Tante.
Lucia bambina.
Lucia a scuola.
Lucia adolescente sulla spiaggia.
Lucia davanti alla vecchia farmacia.
Lucia alla comunione.
Lucia con Basili.
Lucia con una donna sconosciuta vista di spalle, dietro una cancellata.
Teresa prese quella foto.
“Chi è?”
Lucia la guardò.
“Non lo so.”
Sul retro c’era scritto:
Arianna la vide il 12 maggio 1986. Non le fu permesso parlare.
Lucia indietreggiò.
“Mi vide?”
Giulio trovò un foglio piegato dentro la busta.
Era una lettera di Basili.
Non indirizzata a Lucia.
Non indirizzata a Teresa.
Era indirizzata a Enrico.
Monti, se leggerai questo, vorrà dire che sono morto o che finalmente sei riuscito a superare la tua paura. La bambina vive. L’ho tenuta io perché era l’unico modo per sottrarla ai Lami. Ho mentito ad Arianna, ho mentito a Teresa, ho mentito a tutti. Ho fatto del male per impedire un male peggiore. È la frase con cui gli uomini come me si assolvono. Non funziona. Ma almeno lascia respirare i colpevoli.
Teresa lesse più avanti.
Arianna non è morta. Carlo Lami la fece rinchiudere in una struttura privata sotto falso nome. Io firmai il primo certificato. Vittorio firmò il secondo. Tu, Enrico, non firmasti nulla. Per questo ti ho sempre giudicato il più colpevole. Chi non firma spesso pensa di essere innocente.
Lami, che era rimasto sulla soglia della stanza, chiuse gli occhi.
“Dov’è Arianna?” chiese Lucia.
Giulio sfogliò il registro.
“Qui c’è una nota,” disse.
La voce gli si abbassò di colpo, come se anche lui avesse paura di svegliare ciò che stava leggendo.
Rinaldi Arianna, T. S., struttura privata Villa Santa Marta, entroterra. Trasferita nel 1991. Nuova identità amministrativa: A. Marelli.
Lucia rimase senza fiato.
“A. Marelli?”
Teresa sentì il nome vibrare nella stanza.
Arianna Marelli.
Non le diceva nulla.
Eppure, qualcosa in quel cognome aveva il sapore delle cose messe lì apposta per sembrare comuni.
“Dov’è Villa Santa Marta?” chiese Elena.
Giulio scosse la testa.
“Era una clinica privata. Nell’entroterra, oltre le saline. Chiusa da anni.”
“Chiusa,” ripeté Milena. “Naturalmente. Le cliniche dei segreti sono sempre chiuse, incendiate, demolite o trasformate in agriturismi con colazione biologica. Mai una volta che siano comodamente aperte con parcheggio gratuito.”
Lucia non ascoltava.
Teneva in mano la fotografia in cui, da bambina, era ritratta vicino a una cancellata. Dietro quella cancellata c’era una donna vista di spalle.
Sul retro, la frase di Basili:
Arianna la vide il 12 maggio 1986. Non le fu permesso parlare.
“Mia madre mi vide,” sussurrò Lucia. “Mi vide e nessuno me lo disse.”
Vittorio Lami, rimasto sulla soglia della stanza, parlò senza guardarla.
“Non era in condizione di parlarti.”
Lucia si voltò lentamente.
“E chi lo decise?”
Lami non rispose.
“Lei?” insistette Lucia.
Ancora silenzio.
Milena fece un passo avanti.
“Vittorio, caro, il silenzio va bene con i pesci al forno, non con le bambine rubate.”
Lui chiuse gli occhi.
“No. Lo decise Basili.”
“Basili obbediva ai Lami,” disse Teresa.
“Basili obbediva a se stesso. Come tutti i vigliacchi intelligenti.”
Quella frase fece male perché, per la prima volta, pareva sincera.
Elena, che fino a quel momento era rimasta accanto a Rosa, prese il registro e lo sfogliò più avanti.
“Cercate il mio nome,” disse.
Rosa impallidì.
“No.”
Elena la guardò.
“Perché no?”
Rosa non parlò.
Elena voltò le pagine con decisione. Il fruscio della carta sembrava il rumore di un mare secco.
Poi trovò la data.
20.08.1978
Sotto le righe dedicate ad Arianna, Nina e alla neonata anonima, ce n’era un’altra. Più piccola. Scritta in rosso.
Elena Bellandi, D. C., Torino, ore 02:50. Atto utilizzabile.
La stanza si fermò.
Elena lesse una volta.
Poi ancora.
Poi guardò Rosa.
“Io sono morta?”
Rosa scoppiò a piangere.
“No.”
“Elena Bellandi è morta?”
Rosa tremava.
“Sì.”
“E io chi sono?”
La domanda cadde nella stanza di Basili con più forza di tutte le altre.
Non era una domanda anagrafica.
Era una domanda nuda, disperata, di quelle che non chiedono un documento ma un posto nel mondo.
Rosa provò ad avvicinarsi.
Elena arretrò.
“Non toccarmi.”
Rosa si fermò.
“Quando mi dissero che mia figlia era morta, io non capii più niente. Ero giovane, sola, disperata. Poi mi portarono te.”
“Chi?”
“Enrico.”
Teresa si voltò di scatto.
Rosa annuì, con il volto distrutto.
“Mi disse che eri una bambina senza nome, che se non ti avessi presa saresti sparita anche tu. Disse che non eri Nina. Disse che Nina doveva restare vicino ad Arianna, o almeno così credeva allora. Tu eri un’altra bambina. Un’altra vita caduta nello stesso buco.”
Elena appoggiò una mano alla scrivania.
“Quindi io non sono Elena.”
Rosa pianse più forte.
“Per me sì.”
“No. Per te sono stata una sostituzione.”
“No.”
“Un atto utilizzabile,” disse Elena, indicando il registro. “Ecco cos’ero. Un nome morto cucito addosso a una bambina viva.”
Teresa chiuse gli occhi.
La frase era terribile.
E vera.
Il registro dei morti spiegava tutto e non consolava niente.
Nina Rinaldi era diventata Lucia Basili.
Elena Bellandi era morta a Torino.
La donna che avevano davanti, quella che aveva vissuto per quarantotto anni come Elena, era stata salvata da una cancellazione usando il nome di una bambina sepolta.
Chi fu salvato.
Chi fu sepolto.
Chi non è mai esistito davvero.
Erano tutte lì, nella stessa pagina.
Lucia, Elena, Nina.
Vive, morte, inventate.
Tre bambine in una sola data.
Tre destini maneggiati da adulti convinti che la vita altrui fosse una pratica da sistemare.
Milena si sedette sul lettino da visita.
“Mi sento male.”
Giulio la guardò preoccupato.
“Vuole acqua?”
“No. Voglio il 1978 in galera.”
Teresa prese il libro rosso.
Era rimasto chiuso fino a quel momento.
Lo appoggiò sulla scrivania di Basili.
“Enrico,” disse piano, “se hai ancora qualcosa da dire, questo è il momento. Poi basta con gli indovinelli, perché anche la letteratura, quando esagera, merita due sberle.”
Il libro non si mosse.
Per alcuni secondi restò chiuso.
Poi si aprì.
Le pagine scorsero rapide, come spinte da dita invisibili.
Si fermarono su una pagina bianca.
L’inchiostro comparve lentamente.
Ottava domanda: chi chiamò Teresa dalla spiaggia non era Arianna.
Lucia fece un passo indietro.
“No.”
Teresa fissò la frase.
“Come no?”
Il telefono.
La voce.
Una madre che ha aspettato quarantotto anni per sentire tua voce.
Lucia tremava.
“Era lei. Doveva essere lei.”
Il libro scrisse ancora.
Arianna non può telefonare.
Rosa si fece il segno della croce.
Milena la guardò.
“Non cominciamo con il soprannaturale proprio adesso, che già la burocrazia ci basta.”
Giulio sfogliò il registro.
“Qui, 1991. Trasferimento Arianna Rinaldi, alias A. Marelli.”
Seguì la riga con il dito.
Poi si fermò.
Il suo volto cambiò.
“Cosa c’è?” chiese Teresa.
Giulio lesse.
Trasferita presso Casa del Sale. Stato clinico: mutismo persistente. Comunicazione verbale assente.
Lucia scosse la testa.
“Mutismo?”
“Se questa annotazione è vera,” disse Giulio, “Arianna non parlava più. Almeno dal 1991.”
“E adesso?” chiese Elena.
Giulio voltò pagina.
C’era un’ultima nota, datata 2006.
A. Marelli, trasferimento non autorizzato. Prelevata da donna non identificata. Segno distintivo della visitatrice: cicatrice al polso destro.
Teresa sentì la stanza inclinarsi.
Cicatrice al polso destro.
Quel dettaglio le era familiare.
Non sapeva ancora perché.
Poi Milena sussurrò:
“La signora della pensione Aurora.”
Tutti la guardarono.
Milena si portò una mano alla bocca.
“Mi è tornato adesso. La donna che credevo fosse Arianna, quella elegante, quella che partì il 20 agosto, aveva una cicatrice al polso destro. La vidi mentre pagava il conto alla pensione.”
“Anita Ricci?” chiese Teresa.
“No,” disse Milena. “Anita Ricci era la domestica. Ma quella donna non era una domestica. Era troppo sicura. Troppo fredda.”
Lami abbassò lo sguardo.
Teresa lo vide.
“Lei sa chi era.”
Lui non parlò.
Teresa gli si avvicinò.
“Vittorio, basta.”
Lami sembrò improvvisamente vecchissimo.
“Si chiamava Clara.”
“Clara chi?”
“Clara Lami.”
Rosa sussurrò:
“Tua madre.”
Lami annuì.
“Mia madre.”
Il silenzio diventò più pesante della polvere.
“Fu lei a prendere Arianna?” chiese Lucia.
“Fu lei a farla sparire,” disse Lami. “Mio padre ordinò. Mia madre eseguì. Basili firmò. Io tacqui.”
Milena disse piano:
“E il paese applaudì con discrezione.”
Teresa prese la targhetta numero 17.
“Perché Basili conservò tutto?”
Lami guardò il registro.
“Perché aveva paura dei Lami. E perché voleva ricattarli, un giorno.”
“Non per Lucia?”
“Anche. Forse. Basili era un uomo capace di proteggere una bambina e di distruggere una madre nella stessa mattina. Non fate l’errore di renderlo migliore di quanto fosse.”
Lucia si sedette.
Il suo volto era bianco.
“Mio padre non era mio padre. Mia madre forse è viva, ma non parla. La voce al telefono era di un’altra donna. E quella donna sa dov’è Arianna.”
Il libro rosso scrisse ancora una frase.
La donna con la cicatrice tornerà dove lasciò il primo nome.
Teresa lo lesse ad alta voce.
“Dove lasciò il primo nome.”
Giulio indicò la scatola trovata sotto l’ombrellone.
“Nina. Il primo nome era nella scatola sotto la sabbia.”
Milena guardò Teresa.
“Quindi tornerà alla spiaggia.”
“Quando?” chiese Elena.
Il libro rosso voltò pagina.
Comparve una data.
23 agosto. Sette e diciassette. Ombrellone rosso.
Teresa sentì un brivido.
Il 23 agosto.
La prossima domenica.
Il giorno in cui, quarantotto anni prima, Enrico aveva scritto la prima lettera mai spedita.
Lucia chiuse la busta di Nina e la strinse al petto.
“Io ci sarò.”
“Ci saremo tutti,” disse Teresa.
Lami si voltò verso la porta.
“No.”
Teresa lo fermò.
“Dove va?”
“A cercare Clara.”
“È viva?”
Lami non rispose subito.
Poi disse:
“Mia madre non è mai stata brava a morire quando conveniva agli altri.”
Milena sospirò.
“Finalmente una qualità di famiglia utile alla trama.”
Lami uscì dalla stanza.
Nessuno lo fermò.
Lucia guardò ancora il registro.
Elena, invece, fissava la riga del proprio nome morto.
Elena Bellandi, D. C.
Rosa provò a parlare.
“Elena…”
Lei la interruppe.
“Non chiamarmi così.”
Rosa tacque.
Elena prese il quaderno di Enrico e lo aprì a una pagina bianca.
Scrisse una sola frase.
Io sono viva. Il nome lo deciderò dopo.
Teresa la guardò.
Per la prima volta da quando tutto era cominciato, non pensò a Enrico.
Non pensò ad Arianna.
Non pensò a Lami, Basili, Rosa, Clara, al 1978.
Pensò a quelle bambine.
A Nina, nascosta sotto il cognome Basili.
A Elena, nascosta sotto il nome di una morta.
Alla neonata anonima sepolta come copertura.
Tre esistenze maneggiate da mani adulte, con la freddezza di chi riordina un cassetto.
Poi il telefono di Lucia vibrò.
Numero sconosciuto.
Nessuno respirò.
Lucia rispose e mise il vivavoce.
Per qualche secondo ci fu solo fruscio.
Poi la stessa voce femminile della spiaggia.
“Avete trovato il registro.”
Teresa strinse il libro rosso.
“Lei non è Arianna.”
La donna rise piano.
Una risata vecchia, asciutta, senza gioia.
“No. Arianna non parla da molti anni.”
“Chi è lei?”
La voce rispose:
“Sono quella che le ha insegnato a tacere.”
Lucia impallidì.
Teresa sentì il sangue gelarsi.
“Clara Lami?”
Dall’altra parte, silenzio.
Poi:
“Domenica. Ombrellone rosso. Sette e diciassette. Portate il libro, il registro e la bambina che non sa come chiamarsi.”
Elena chiuse gli occhi.
La linea cadde.
Nella stanza di Basili, la lampadina oscillò piano.
Il registro rimase aperto sulla data del 20 agosto 1978.
Il libro rosso, accanto, scrisse un’ultima frase.
Nona domanda: se Clara è viva, chi è sepolta nella tomba di Clara Lami?
Fine della settima puntata.
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