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Trama
Alle sette e diciassette del 23 agosto, l’ombrellone rosso tornò a gettare la sua ombra sulla sabbia. Teresa portava il libro rosso, Lucia il nome Nina cucito sotto la pelle, Elena una vita senza nome e Milena una sfiducia completa verso il genere umano. La donna con la cicatrice arrivò puntuale. E con lei, la penultima verità.
Puntata 8, La donna con la cicatrice
Il 23 agosto arrivò con un cielo basso e un’aria immobile.
Non era una mattina da cartolina. Niente luce dorata, niente mare brillante, niente gabbiani poetici pronti a fare da contorno alla rivelazione finale. Il mare sembrava grigio, stanco, quasi infastidito dal dover assistere ancora una volta alle bugie degli uomini.
Alle sette meno venti, Teresa era già sulla spiaggia.
Aveva con sé il libro rosso, il quaderno nero di Enrico, il registro di Basili avvolto in un telo e la prima scatola trovata sotto l’ombrellone. Camminava piano, con quella dignità ostinata delle donne che hanno ricevuto troppo tardi le risposte, ma non intendono lasciarle cadere.
Lucia Basili, o Nina Rinaldi, o entrambe, la seguiva a pochi passi.
Aveva lasciato scoperta la clavicola sinistra.
La voglia a forma di mezzaluna era lì, piccola, scura, ostinata. Un segno minuscolo, eppure più forte di tutti i certificati, di tutti i timbri, di tutte le menzogne scritte in bella calligrafia da uomini con la scrivania lucida.
Elena camminava accanto a Rosa Bellandi.
Non le teneva la mano.
Non ancora.
Ma non le aveva nemmeno chiesto di andarsene.
Era già qualcosa. Nelle famiglie ferite, certe volte, il perdono comincia così: non con un abbraccio, ma con il fatto che nessuno esce dalla stanza.
Milena arrivò per ultima, con un cappello enorme, occhiali scuri e una borsa di tela piena di bottigliette d’acqua, fazzoletti, caramelle alla menta e un piccolo spray al peperoncino.
Teresa la guardò.
“Milena.”
“Che c’è?”
“Lo spray?”
“Prevenzione narrativa. Se compare un altro Lami, stavolta non lo affrontiamo con la letteratura. La letteratura è nobile, ma brucia poco negli occhi.”
Giulio Fabbri arrivò subito dopo, sudato e pallido, con una cartellina sotto il braccio.
“Ho portato le copie dei documenti,” disse.
Milena annuì.
“Bravo. Finalmente un uomo che capisce l’erotismo del protocollo.”
Giulio non seppe se arrossire o offendersi. Scelse prudentemente una terza via: tacere.
L’ombrellone rosso era stato rimesso al suo posto.
Il bagnino, senza fare domande, lo aveva piantato nella sabbia all’alba. Forse aveva capito. O forse, come molti uomini saggi di mare, sapeva che ci sono domande che portano solo seccature e nessuna mancia.
Era vecchio, scolorito, quasi fragile.
Più che rosso, ormai era il colore dei ricordi consumati dal sole.
Eppure, appena aperto, gettò sulla sabbia un’ombra precisa.
Teresa controllò l’orologio.
Sette e dieci.
Mancavano sette minuti.
Lucia fissava il mare.
“E se non viene?”
Milena rispose prima di Teresa.
“Viene. Le donne con la cicatrice non fissano appuntamenti all’alba per poi restare a letto. Non sono mica assessori.”
Rosa teneva gli occhi bassi.
Elena, invece, guardava il proprio riflesso scuro nello schermo spento del telefono. Da quando aveva letto nel registro di Basili la frase Elena Bellandi, D. C., non aveva più sopportato quel nome.
Elena.
Un nome morto cucito addosso a una bambina viva.
Teresa le si avvicinò.
“Come vuoi che ti chiami?”
Lei sorrise amaramente.
“Per ora, non chiamarmi. È già abbastanza.”
Teresa annuì.
Capiva.
Ci sono momenti in cui il nome è troppo pesante. Come un cappotto bagnato. Prima bisogna toglierselo di dosso, poi, forse, sceglierne un altro.
Alle sette e diciassette, il libro rosso si aprì.
Nessuno lo toccò.
Era appoggiato su una piccola sedia di legno sotto l’ombrellone. Le pagine si mossero piano, senza vento, fino a fermarsi su una pagina bianca.
Comparve una frase.
Non arriva dal mare. Arriva dal luogo da cui scapparono tutte.
Teresa alzò gli occhi verso il lungomare.
In fondo alla passerella, vicino alle cabine, una figura avanzava.
Una donna anziana.
Alta, sottile, vestita di chiaro.
Portava un foulard sui capelli e camminava con un bastone. Non aveva fretta. Le persone che hanno comandato per tutta la vita, anche quando fuggono, non sembrano mai davvero in ritardo.
Vittorio Lami comparve pochi passi dietro di lei.
Aveva il volto tirato.
“Non sono riuscito a fermarla,” disse quando arrivò.
Milena sbuffò.
“Strano. Pensavo fosse la specialità di famiglia fermare le donne.”
La donna si fermò davanti all’ombrellone rosso.
Si tolse lentamente il guanto della mano destra.
Sul polso aveva una cicatrice lunga, bianca, netta.
Come un filo tirato troppo.
Lucia trattenne il respiro.
“Lei mi ha telefonato.”
La donna la guardò.
“Sì.”
“Lei ha detto di essere quella che ha insegnato ad Arianna a tacere.”
“Sì.”
Teresa fece un passo avanti.
“Clara Lami.”
La donna sorrise.
Un sorriso sottile, stanco, senza calore.
“Sono stata Clara Lami abbastanza a lungo da sapere che quel nome porta solo sventura.”
Vittorio abbassò la testa.
“Madre.”
La donna lo guardò come si guarda un mobile lasciato nella stanza sbagliata.
“Tu hai sempre avuto il pessimo talento di arrivare dopo il danno.”
Milena sussurrò a Giulio:
“Questa mi sta antipatica, però le battute le sa piazzare.”
Teresa aprì il registro di Basili.
“Nella tomba di Clara Lami chi è sepolta?”
La donna con la cicatrice non rispose subito.
Guardò il mare.
Poi l’ombrellone.
Poi Lucia.
Infine Elena, o la donna che non voleva più essere chiamata così.
“Nella tomba di Clara Lami,” disse, “c’è Anita Ricci.”
Rosa Bellandi si portò una mano alla bocca.
Giulio fece cadere quasi la cartellina.
Milena disse piano:
“E naturalmente Clara Lami è viva, perché i cattivi nei racconti hanno più resistenza delle zucchine nell’orto di luglio.”
Vittorio chiuse gli occhi.
Teresa non distolse lo sguardo dalla donna.
“Anita Ricci era la domestica dei Lami.”
“Era molto più di una domestica.”
“Chi era?”
La donna con la cicatrice guardò Elena.
“Era tua madre.”
Il silenzio che seguì non fu un silenzio vuoto.
Fu pieno.
Pieno di anni, di errori, di stanze chiuse, di neonate scambiate, di donne povere usate come tende dietro cui nascondere le finestre sporche delle famiglie importanti.
Elena non si mosse.
Rosa provò a parlare.
“Elena…”
Lei la fermò con un gesto.
“No.”
La donna con la cicatrice continuò.
“Anita lavorava in casa nostra. Era giovane. Troppo giovane per capire quanto una casa ricca possa diventare una prigione anche per chi entra dalla porta di servizio. Rimase incinta. Non di un Lami, se è questo che state pensando. Di un ferroviere di passaggio, forse. O almeno così diceva. Ma la verità, in una casa come la nostra, interessava solo se poteva essere usata contro qualcuno.”
Elena parlò con una voce quasi irriconoscibile.
“Io sono sua figlia?”
“Sì.”
“E perché non risulto da nessuna parte?”
“Perché Anita partorì in casa, senza medico ufficiale. Basili fu chiamato dopo. Disse che si poteva sistemare tutto.”
Milena serrò la mascella.
“Basili sistemava vite come altri sistemano scarichi intasati.”
“Anita voleva tenerti,” disse la donna. “Ma aveva visto troppo. Aveva visto Arianna arrivare. Aveva visto mio marito Carlo ordinare a Basili di far sparire ogni traccia. Aveva visto Vittorio tacere. Aveva visto me obbedire.”
Vittorio sussurrò:
“Non è vero.”
La donna lo colpì con lo sguardo.
“È vero tutto. Il problema dei figli deboli è che credono di essere innocenti solo perché hanno paura del padre.”
Lucia guardò Vittorio.
“Tu sapevi di me?”
Lui restò muto.
“Rispondi.”
“Sapevo che eri viva.”
Lucia chiuse gli occhi.
“E non mi hai mai cercata.”
“Ti cercai.”
“Quando?”
“Troppo tardi.”
“Troppo tardi non è una data,” disse Teresa.
Vittorio abbassò lo sguardo.
“Dopo la morte di Basili.”
Lucia rise senza gioia.
“Quando ormai non rischiavi più niente.”
Lui non rispose.
Teresa tornò alla donna.
“Anita Ricci è morta quando?”
“Nel 2006.”
“Come?”
“Cadendo dalle scale della casa di Basili.”
Lucia impallidì.
“Casa mia?”
“Sì.”
“Perché era lì?”
La donna con la cicatrice si tolse anche l’altro guanto.
“Perché stava cercando Arianna.”
Il mare fece un rumore più forte.
Come se avesse battuto un pugno.
“Arianna era viva,” disse Lucia.
“Sì.”
“Dov’è?”
“Arriveremo anche a questo.”
“No,” disse Lucia. “Ci arriviamo adesso.”
La donna la guardò a lungo.
In quello sguardo non c’era affetto. Non c’era nemmeno odio. C’era qualcosa di peggiore: abitudine al controllo.
“Arianna fu rinchiusa a Villa Santa Marta. Mio marito pagò. Basili firmò. Io visitai quella clinica più volte.”
“Perché?” chiese Teresa.
“Per assicurarmi che tacesse.”
Lucia fece un passo indietro.
“Lei è un mostro.”
La donna annuì appena.
“Probabile. Ma i mostri veri non si riconoscono perché urlano. Si riconoscono perché fanno ciò che va fatto per salvare il nome della famiglia e poi dormono quasi bene.”
Milena guardò Teresa.
“Quasi bene, dice. Vedi che almeno un po’ di insonnia divina esiste.”
La donna con la cicatrice continuò.
“Nel 1991 Arianna smise di parlare. Non so se per malattia, trauma o scelta. Forse tutte e tre. Fu trasferita in una struttura chiamata Casa del Sale. Basili lo seppe. Anita lo scoprì molti anni dopo. Nel 2006 cercò di portarla via.”
“E ci riuscì?” chiese Giulio.
La donna tacque.
Lucia tremava.
“Ci riuscì?”
“Sì.”
Teresa sentì un fremito attraversare il gruppo.
“Dove la portò?”
La donna guardò l’ombrellone rosso.
“Qui vicino.”
Milena esplose.
“Qui vicino dove? In questo paese ‘qui vicino’ può voler dire dal forno, dal cimitero, dal bar o da tua cugina che vive sopra il dentista. Sia precisa, signora sepolta male.”
Per la prima volta, la donna sorrise davvero.
“Capisco perché Enrico scriveva di lei.”
Milena si irrigidì.
“Enrico scriveva di me?”
“Scriveva di tutti. Aveva il vizio degli scrittori, trasformare le persone in prove.”
Teresa prese il quaderno nero.
“Lei ha letto le lettere di Enrico?”
“Alcune.”
“Le ha strappate lei?”
“Sì.”
“Perché?”
“Perché contenevano il nome di Anita.”
Elena si voltò.
“Il mio nome vero?”
La donna abbassò lo sguardo su di lei.
“Anita voleva chiamarti Viola.”
Rosa Bellandi pianse in silenzio.
Elena, o Viola, chiuse gli occhi.
Viola.
Il nome le passò sul volto come una luce piccola.
Non bastava a guarire.
Ma era qualcosa.
Un filo.
Un inizio.
Teresa aprì la scatola grigia trovata nella stanza di Basili. Ne tirò fuori la targhetta 17, l’audiocassetta, le fotografie.
Poi prese il libro rosso.
“Perché ci ha fatto venire qui?”
La donna con la cicatrice indicò la sabbia.
“Perché Enrico non ha sepolto tutto.”
“C’è ancora qualcosa sotto l’ombrellone?”
“Sì.”
Giulio si chinò subito.
Milena lo fermò.
“Con calma. L’ultima volta scavando abbiamo trovato una genealogia abusiva. Stavolta magari ci esce il catasto dell’inferno.”
Teresa si inginocchiò.
Non aspettò nessuno.
Scavò con le mani.
La sabbia era tiepida in superficie e fredda sotto, come certe memorie: sembrano bruciare, poi appena le tocchi davvero ti gelano.
Lucia si mise accanto a lei.
Poi Giulio.
Poi Elena.
Rosa rimase in piedi, tremante.
Milena sbuffò, si tolse gli occhiali e si inginocchiò anche lei.
“Non raccontatelo in giro. Ho una reputazione da preservare.”
Dopo pochi minuti, le dita di Teresa urtarono qualcosa.
Non era metallo.
Era legno.
Una piccola tavoletta.
La sollevarono.
Sotto c’era un cilindro di vetro, chiuso con un tappo di sughero sigillato dalla cera.
Dentro, un foglio arrotolato.
Teresa lo prese.
La cera portava impressa una lettera.
A
Arianna.
Lucia allungò la mano, ma si fermò.
“Lo apra lei,” disse a Teresa.
“Perché io?”
“Perché lei le promise di non lasciarla sola.”
La frase colpì Teresa nel punto esatto in cui il ricordo viveva ancora.
La stanza della pensione.
La mano di Arianna.
Il caldo.
La neonata.
Non lasciarmi sola.
Non ti lascio.
E poi il buio.
Teresa spezzò la cera.
Aprì il foglio.
La grafia era tonda, severa, ma più tremante di quella delle lettere precedenti.
Lesse ad alta voce.
Se Nina troverà questo foglio, ditele che non l’ho abbandonata. Se Teresa lo leggerà, ditele che le ho creduto anche quando mi dissero che mi aveva dimenticata. Se Enrico avrà ancora voce in qualche pagina, ditegli che il suo peccato non fu partire, ma pensare che il rimorso bastasse a fare giustizia.
Teresa si fermò.
Il mare respirò.
Poi continuò.
Mi portarono via prima dell’alba. Clara Lami era nella stanza. Aveva una cicatrice fresca sul polso. Basili mi diede qualcosa per dormire. Sentii Nina piangere. Sentii Teresa gridare. Sentii Enrico dire che avrebbe parlato. Poi più nulla. Quando mi svegliai, mi dissero che mia figlia era morta. Io seppi che mentivano perché il dolore ha un odore diverso dalla menzogna.
Lucia piangeva senza suono.
La donna con la cicatrice guardava altrove.
Teresa voltò il foglio.
Anita mi trovò nel 2006. Era cambiata, ma aveva gli stessi occhi della bambina che portava in grembo nel 1978. Mi disse che Nina era viva. Mi disse che sua figlia era stata data a Rosa Bellandi con un nome falso. Mi disse che avrebbe rimesso le cose a posto. La sera stessa, Anita morì. Non credete alla caduta. Le scale non uccidono chi ha appena deciso di vivere.
Elena, o Viola, sollevò il volto.
“Chi la uccise?”
La donna con la cicatrice rimase ferma.
Vittorio guardò sua madre.
“Madre.”
Lei chiuse gli occhi.
“Non fui io.”
“Chi?” chiese Teresa.
La donna riaprì gli occhi.
“Basili.”
Lucia sussultò.
“No.”
“Basili era vecchio, malato, spaventato. Anita gli disse che avrebbe parlato. Che avrebbe portato Arianna da Nina. Che avrebbe denunciato tutto. Lui la spinse. Forse non voleva ucciderla. Gli uomini raramente vogliono uccidere quando possono dire di aver soltanto spinto.”
Milena si alzò di scatto.
“Mi dia cinque minuti con la memoria di Basili. Cinque. Anche senza corpo, lo sistemo io.”
Lucia era bianca.
“Lui mi ha cresciuta.”
“Sì,” disse la donna. “E ha ucciso la donna che cercava di restituirti tua madre.”
Lucia si piegò come se le mancasse l’aria.
Teresa la sostenne.
Per un momento, Lucia appoggiò la fronte sulla spalla di Teresa. Non era una figlia. Non era una madre. Erano due testimoni sopravvissute allo stesso furto.
Il foglio di Arianna aveva ancora poche righe.
Teresa lesse.
Se questa lettera è arrivata all’ombrellone rosso, allora qualcuno ha fatto ciò che io non ho potuto fare. Cercate l’ultima pagina non nei registri, non nelle tombe, non nei libri. Cercatela nella stanza numero 6. Là dove Nina nacque. Là dove Teresa mi promise che sarei rimasta viva almeno nella memoria di qualcuno.
Giulio alzò gli occhi.
“La pensione Aurora.”
Milena scosse la testa.
“Ma non esiste più.”
Rosa parlò piano.
“Al suo posto c’è il Residence Aurora.”
Teresa ricordò.
Il palazzo nuovo, i balconi di vetro, l’ingresso lucidissimo, le piante finte nell’atrio. Un luogo costruito sopra una pensione cancellata. Come se bastasse cambiare pavimento per assolvere una stanza.
Lucia asciugò le lacrime.
“Andiamo.”
La donna con la cicatrice alzò una mano.
“Non ora.”
Teresa la fissò.
“Perché?”
“Perché la stanza 6 non è una stanza qualsiasi.”
“Cosa c’è?”
“C’è Arianna.”
Il mondo si fermò.
Lucia non respirò.
“Arianna è lì?”
“No.”
“Ha appena detto…”
“Ho detto che lì c’è Arianna. Non che Arianna sia lì.”
Milena si mise le mani sui fianchi.
“Signora, io ho rispetto per i drammi familiari, ma questa mania degli enigmi ha superato la soglia condominiale.”
La donna con la cicatrice guardò il libro rosso.
“Enrico lasciò l’ultima pagina nella stanza 6. Io la cercai per anni. Basili la cercò. Vittorio la cercò. Nessuno la trovò.”
“E lei vuole che la troviamo noi?” chiese Teresa.
“No. Voglio essere presente quando la troverete.”
“Perché?”
“Perché quella pagina dice dove Anita nascose Arianna dopo la fuga del 2006.”
Lucia le afferrò il polso cicatrizzato.
“Lei lo sa già.”
La donna non si liberò.
“Non con certezza.”
“Ma sospetta.”
“Sì.”
“Dove?”
La donna guardò il mare.
E per la prima volta sembrò non avere più comando sulle parole.
“Nel luogo dove nessuno cerca i vivi.”
Teresa capì.
Il cimitero.
Non una tomba.
Non una lapide.
Un luogo di margine, forse una casa accanto, forse una cappella abbandonata, forse qualcuno registrato come morto per poter vivere.
Il libro rosso, sulla sedia, si aprì.
Le pagine si mossero veloci, quasi furiose.
Comparve una frase.
Decima domanda: chi ha vegliato Arianna fingendo di pregare per Clara?
Vittorio cadde seduto sulla sabbia.
“Non è possibile.”
Teresa lo guardò.
“Cosa?”
Lui parlò appena.
“Mia madre andava ogni giovedì alla tomba di Clara.”
Milena indicò la donna con la cicatrice.
“Ma sua madre è qui, viva e sgradevole.”
“No,” disse Vittorio, con gli occhi fissi nel vuoto. “Non lei.”
La donna con la cicatrice si voltò verso di lui.
“Vittorio.”
Lui scosse la testa.
“Tu non sei Clara.”
Il silenzio diventò affilato.
Lucia arretrò.
Teresa strinse il foglio di Arianna.
Elena, o Viola, guardò la donna.
“Chi è lei?”
La donna con la cicatrice non rispose.
Il vento sollevò un lembo del suo foulard.
Per un istante si vide il collo.
Sotto l’orecchio, appena nascosta, c’era una vecchia cicatrice sottile.
Vittorio sussurrò:
“Mia madre aveva quella cicatrice. Ma al lato sinistro.”
La donna chiuse gli occhi.
Milena parlò piano, incredibilmente piano.
“Non è Clara.”
Teresa sentì il libro rosso vibrare sotto le sue dita.
La donna aprì gli occhi.
“No,” disse. “Non sono Clara.”
Lucia tremò.
“Allora chi è?”
La donna guardò il mare.
Poi l’ombrellone rosso.
Poi Teresa.
“Sono Anita Ricci.”
Elena, o Viola, fece un passo indietro.
“No.”
“Sì.”
“Mia madre è morta.”
“Doveva morire. Come tutte le donne di questa storia. Arianna morta nei registri. Nina inesistente. Elena sepolta. Clara sostituita. Io caduta dalle scale. Una piccola necropoli di donne utili ai vivi.”
Vittorio si alzò.
“Tu sei sepolta nella tomba di mia madre.”
Anita sorrise amaramente.
“No. Nella tomba di Clara Lami c’è Clara Lami. Ma con il mio nome addosso.”
Giulio si passò una mano sulla fronte.
“Quindi i documenti della sepoltura furono invertiti.”
“Basili lo fece. Io glielo lasciai fare. Dovevo sparire per portare via Arianna.”
Lucia si avvicinò.
“Dov’è Arianna?”
Anita guardò il cielo.
Il sole era salito.
La spiaggia cominciava a riempirsi. Qualche turista passava a distanza, inconsapevole, con borse, teli, bambini, creme solari e quella meravigliosa indifferenza della vita ordinaria mentre accanto si spalanca l’abisso.
“Non posso dirtelo qui.”
“Perché?”
Anita indicò il Residence Aurora, visibile oltre le cabine.
“Perché prima dovete leggere l’ultima pagina.”
Teresa prese il libro rosso.
“E poi?”
Anita guardò Lucia.
“E poi Nina dovrà scegliere se vuole incontrare sua madre come Lucia, come Nina, o come una donna che ha diritto a entrambi i nomi.”
Elena, o Viola, parlò per la prima volta.
“E io?”
Anita si voltò verso di lei.
Negli occhi della donna con la cicatrice comparve qualcosa che fino a quel momento non c’era stato.
Dolore.
Non teatrale.
Non utile.
Dolore nudo.
“Tu eri mia figlia prima che diventassi il segreto degli altri.”
La ragazza tremò.
“Mi volevi?”
Anita non esitò.
“Sì.”
“Allora perché non sei tornata?”
Anita abbassò gli occhi.
“Perché scelsi Arianna. E questa è la colpa che nessuna fuga cancella.”
La frase ferì tutti.
Perché era vera.
Perché non cercava assoluzione.
Perché ogni storia, prima o poi, presenta il conto anche a chi ha provato a salvare qualcuno.
Elena, o Viola, non pianse.
Disse soltanto:
“Non chiamarmi figlia. Non ancora.”
Anita annuì.
“Va bene.”
Il libro rosso si aprì all’ultima pagina scritta.
L’inchiostro comparve lentamente.
Ultima domanda, prima dell’ultima pagina: chi merita la verità, chi l’ha cercata o chi può sopravvivere dopo averla letta?
Teresa chiuse il libro.
Guardò Lucia.
Guardò Viola.
Guardò Rosa.
Guardò Milena, Giulio, Vittorio, Anita.
Poi guardò il Residence Aurora.
“Si va alla stanza 6,” disse.
Milena si rimise gli occhiali.
“Bene. Però stavolta, se troviamo un’altra identità nascosta sotto il pavimento, pretendo almeno un caffè.”
Attraversarono la spiaggia.
L’ombrellone rosso rimase aperto dietro di loro.
Per la prima volta non sembrava più un testimone.
Sembrava una sentinella.
Quando arrivarono davanti al Residence Aurora, la porta automatica si aprì da sola.
Nell’atrio non c’era nessuno.
Solo una busta appoggiata sul banco della reception.
Sopra, scritto con la grafia sottile di Enrico:
Per Teresa. Da aprire soltanto nella stanza 6.
Giulio guardò il quadro delle chiavi.
La numero 6 mancava.
Poi, dal piano superiore, arrivò un suono.
Una voce femminile.
Non una parola.
Una melodia.
Debole.
Antica.
Come una ninna nanna ricordata male.
Lucia salì il primo gradino.
Teresa la fermò.
“Non da sola.”
Lucia la guardò.
“Non sono mai stata così poco sola in vita mia.”
Salirono insieme.
E dietro di loro, sulla spiaggia, l’ombrellone rosso si richiuse di colpo.
Senza vento.
Fine della penultima puntata.
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