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Trama

Ci sono luoghi che sembrano innocenti solo perché hanno sabbia, cabine colorate e odore di crema solare. Ma anche una spiaggia può essere un archivio. L’ombrellone rosso di Teresa, scolorito dal tempo, custodiva l’unica verità che nessuno aveva avuto il coraggio di seppellire abbastanza in profondità.

Puntata 6, L’ombrellone rosso

Vittorio Lami bussò di nuovo.

Tre colpi.

Lenti.

Educati.

Peggio di una minaccia urlata.

Nella libreria Il Mare tra le Pagine nessuno si mosse. Teresa teneva ancora la cornetta del telefono all’orecchio. Dall’altra parte, Lucia Basili respirava piano, come se stesse parlando da un luogo vicino ma già irraggiungibile.

“Non apra,” disse Lucia.

“Dove sei?” chiese Teresa.

“Non posso dirglielo.”

“Lucia, se tu sei davvero Nina…”

“Non lo dica.”

La voce della donna si spezzò.

“Non lo dica ancora. Finché una cosa non viene detta tutta intera, forse può ancora non essere vera.”

Teresa chiuse gli occhi.

Era una frase da persona che aveva vissuto molti anni accanto a una porta chiusa e aveva imparato ad arredare il corridoio.

Fuori, Lami parlò attraverso il vetro.

“Teresa, so che siete lì. Non rendiamo tutto più sgradevole.”

Milena sussurrò:

“È incredibile come certi uomini riescano a minacciare usando il tono di chi propone un digestivo.”

Elena fissava Rosa Bellandi. Non la chiamava più mamma. Almeno non con gli occhi. Giulio era vicino allo scaffale dei gialli, rigido come un segnalibro dimenticato. Rosa sembrava invecchiata di dieci anni in dieci minuti.

Teresa tornò al telefono.

“Lucia, ascoltami. Lami è qui.”

“Lo so.”

“Come fai a saperlo?”

“Perché mi ha cercata stamattina.”

“Cosa voleva?”

“Quello che vogliono sempre quelli come lui. Che stessi zitta, ma con gratitudine.”

Lami bussò una terza volta.

Questa volta più forte.

“Signora Teresa.”

Lei inspirò.

Poi fece una cosa che sorprese tutti, anche se stessa.

Riattaccò.

Andò alla porta.

Milena le afferrò il braccio.

“Teresa, non fare la martire da spiaggia. Sono le peggiori. Hanno sempre sabbia nelle scarpe e nessun piano.”

“Non sto facendo la martire.”

“Ah no?”

“No. Sto aprendo la porta a un vigliacco. È diverso.”

Girò la chiave.

Vittorio Lami entrò con l’impermeabile scuro, il cappello in mano, il volto composto. Aveva quell’eleganza grigia di certi uomini che non sembrano mai sporchi perché delegano la polvere agli altri.

Si guardò intorno.

Il libro rosso sul banco.

Il quaderno nero.

Le tre pagine mancanti.

Rosa Bellandi.

Elena.

Milena.

Giulio.

Infine Teresa.

“Avete fatto una riunione di famiglia senza invitare la famiglia,” disse.

Teresa richiuse la porta alle sue spalle.

“La famiglia, Lami, è una parola troppo bella per certi usi.”

Lui sorrise.

“Vedo che Enrico le ha lasciato anche il gusto per la frase drammatica.”

“Enrico mi ha lasciato una libreria. Lei, per ora, solo nausea.”

Milena si illuminò.

“Questa la segno.”

Lami ignorò il commento.

“Consegnatemi il quaderno e il libro rosso. Poi ognuno tornerà alla propria vita.”

Elena fece un passo avanti.

“Quale vita? Quella falsa o quella truccata?”

Lui la guardò con una specie di compassione stanca.

“Signora Bellandi…”

“Elena,” disse lei.

“Bene. Elena. Lei non ha idea di che cosa stia toccando.”

“Sto toccando la mia storia.”

“No. Sta toccando la storia di altri. Lei è stata usata, questo sì. Ma non è il centro.”

Elena barcollò appena.

Rosa abbassò la testa.

Teresa vide il dolore passare sul volto della ragazza e provò una rabbia fredda. Non materna. O forse sì. Forse la maternità non nasce sempre dal sangue. A volte nasce dal momento preciso in cui qualcuno ferisce una persona davanti a te e tu senti il bisogno antico di metterti in mezzo.

“Basta,” disse Teresa.

Lami si voltò verso di lei.

“Lucia Basili vi ha chiamate?”

Nessuno rispose.

Lui annuì, come se quel silenzio bastasse.

“Immaginavo. Il problema di Lucia è sempre stato uno solo. Somiglia troppo a sua madre.”

“Arianna?” chiese Teresa.

Per la prima volta, Lami perse un filo del proprio controllo.

Solo un filo.

Ma Teresa lo vide.

Anche Milena lo vide, naturalmente. Milena avrebbe visto un tradimento pure in una minestra.

“Non pronunci quel nome con leggerezza,” disse Lami.

“Perché? Apparteneva anche a voi?”

“Apparteneva a nessuno.”

“Comodo. Le donne che appartengono a nessuno sono quelle che i potenti fanno sparire meglio.”

Rosa parlò con voce roca.

“Lucia è Nina?”

Lami la guardò.

“Lucia è Lucia Basili.”

“Non giochi con i nomi,” disse Teresa.

“I nomi sono tutto, Teresa. Lo avete appena scoperto.”

Sul banco, il libro rosso si aprì da solo.

Le pagine si mossero lentamente, senza vento. Lami fece un passo indietro. Fu quasi impercettibile, ma bastò a Teresa per capire una cosa importante: quell’uomo aveva paura.

Non del libro.

Di ciò che il libro poteva provare.

Sulla pagina bianca comparve una frase.

Andate dove Teresa smise di aspettare.

Milena lesse ad alta voce.

“L’ombrellone rosso.”

Teresa sentì il mare dentro la stanza.

Lami si irrigidì.

“No.”

Quella sola parola gli scappò troppo in fretta.

Elena lo fissò.

“Cosa c’è sulla spiaggia?”

“Nulla.”

“Quando un uomo dice nulla così, di solito c’è almeno un cadavere, un notaio o una zia con troppe proprietà,” disse Milena.

Teresa prese il libro rosso e il quaderno nero.

“Andiamo.”

Lami si mise davanti alla porta.

“Non uscirete.”

Giulio, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, sollevò una vecchia asta di legno usata per aprire la tenda alta della libreria.

“Con rispetto,” disse, “io sono archivista comunale, non eroe. Ma ho passato trent’anni tra muffa, faldoni e assessori. Non mi fa paura quasi più niente.”

Milena lo guardò ammirata.

“Giulio, stai migliorando nel personaggio.”

Lami non si mosse.

Fu Rosa a fare il gesto decisivo.

Prese dalla borsa una fotografia e la lanciò sul banco.

Lami la seguì con gli occhi.

In quella fotografia c’erano Arianna Rinaldi e un uomo più anziano, elegante, seduti a un tavolo. Tra loro una bambina di pochi anni, forse Arianna stessa. Sul retro, una dedica:

A mia figlia Arianna, perché un giorno il mondo sappia.

Firmato: Carlo Lami.

Vittorio impallidì.

“Dove l’ha presa?”

Rosa lo guardò senza tremare.

“L’ho tenuta. Una donna sterile impara presto a conservare ciò che gli altri buttano.”

Per un secondo l’attenzione di Lami fu tutta sulla foto.

Bastò.

Teresa aprì la porta.

Uscirono.

La spiaggia, a dicembre, era un’altra nazione.

Non c’erano bambini con i secchielli, né venditori di cocco, né radio accese, né signore che discutevano della digestione come se fosse un tema geopolitico. C’era solo il mare, largo e grigio, e una fila di ombrelloni chiusi, legati, abbandonati al vento.

L’ombrellone rosso di Teresa era ancora lì, nel deposito esterno dello stabilimento, perché il bagnino le aveva promesso di non buttarlo. “Ha fatto la guerra,” diceva sempre. In realtà aveva fatto dodici estati, che per un ombrellone italiano sono più o meno la stessa cosa.

Camminarono sulla passerella di legno.

Teresa davanti.

Elena accanto a lei.

Milena poco dietro, con la dignità di chi odia la sabbia ma non intende perdersi un colpo di scena.

Giulio portava la valigetta di cuoio.

Rosa seguiva in silenzio.

Lami era dietro di loro.

Non li fermava più.

Questo era peggio.

Arrivarono alla fila degli ombrelloni chiusi. Il rosso era piegato in una custodia scolorita, appoggiato a una cabina. Il tessuto aveva perso quasi tutto il colore. Sembrava più rosa antico che rosso, come certe passioni sopravvissute alla prudenza.

Teresa lo toccò.

“Qui ho trovato il primo libro.”

Elena guardò il mare.

“E qui è cominciato tutto?”

“No,” disse Milena. “Qui abbiamo cominciato a capirlo. Le cose cominciano sempre prima, purtroppo. È per questo che quando arriviamo noi sono già complicate.”

Teresa aprì il libro rosso.

Le pagine si fermarono su una nuova frase.

Scavate dove l’ombra cadeva alle sette e diciassette.

Giulio si chinò.

“Sette e diciassette. L’ora in cui comparivano i libri.”

Teresa guardò l’ombrellone chiuso, poi la posizione del sole. Era inverno, l’ombra era diversa. Ma lei ricordava l’estate. Ricordava il mattino. Ricordava il punto esatto in cui aveva visto il primo volume nella sabbia.

Fece qualche passo verso la battigia.

“Qui.”

Milena la raggiunse.

“Se troviamo un altro pacco, giuro che apro una bancarella di misteri usati.”

Giulio iniziò a scavare con le mani. La sabbia era fredda e compatta. Elena lo aiutò. Poi anche Teresa si inginocchiò.

Lami parlò alle loro spalle.

“Non troverete quello che pensate.”

Teresa continuò a scavare.

“Ormai è una frase che vi insegnano da piccoli, in famiglia?”

Le dita di Elena urtarono qualcosa.

“Qui.”

Tolsero altra sabbia.

Emersero i bordi di una scatola metallica.

Una vecchia scatola di biscotti.

Teresa la riconobbe subito.

Sua madre ne aveva una uguale, in cucina. Ci teneva dentro bottoni, aghi, fili, ricevute, santini e piccoli rancori domestici. Le donne di una volta non buttavano niente, nemmeno il dolore, lo piegavano bene e lo mettevano in una scatola.

Giulio forzò il coperchio con l’asta di legno.

Dentro c’erano un nastro azzurro, una piccola camicina da neonata, un foglio plastificato e una busta.

Sul foglio c’era l’impronta di un piedino.

Accanto, scritto a penna:

Nina Rinaldi, nata a Marina delle Sirene, 20 agosto 1978, ore 03:12. Madre, Arianna Rinaldi. Testimone, Teresa Mancini.

Teresa portò una mano al volto.

Testimone.

Non madre.

Testimone.

Eppure, in quel momento, quella parola le sembrò enorme. Perché essere testimoni non è poco. È il contrario dell’oblio. È dire: io c’ero, ho visto, non siete riusciti a cancellare tutto.

Elena prese la camicina.

Sulla parte interna, vicino al colletto, c’era ricamato un piccolo segno.

Una mezzaluna.

Rosa iniziò a piangere.

Milena guardò Lami.

“Adesso ci dice che è un equivoco tessile?”

Lami non rispose.

Teresa aprì la busta.

Dentro c’era una lettera. Non di Enrico.

Era di Arianna.

La grafia era tonda, severa, la stessa della busta trovata nella valigetta.

Teresa lesse.

A chi troverà questa scatola, se io non potrò parlare. Mia figlia si chiama Nina. Ha una voglia scura sotto la clavicola sinistra, piccola come una luna che non vuole diventare piena. Se me la tolgono, cercatela vicino al medico, perché i Lami non si fidano dei complici lontani. Si fidano dei colpevoli che possono controllare.

Lucia Basili.

Vicino al medico.

Figlia del medico.

O prigioniera del cognome del medico.

Teresa alzò lo sguardo.

In fondo alla passerella, vicino alle cabine, c’era una donna.

Cappotto scuro.

Capelli raccolti.

Una mano sul collo.

Lucia.

Non avanzava.

Sembrava che la spiaggia stessa la trattenesse.

Teresa la chiamò:

“Lucia.”

Lei fece un passo.

Poi un altro.

Il vento le muoveva il cappotto.

Arrivò davanti a loro e, senza dire nulla, sbottonò il colletto.

Abbassò appena la maglia.

Sotto la clavicola sinistra c’era una piccola voglia scura.

A forma di mezzaluna.

Elena pianse.

Rosa si sedette sulla sabbia.

Milena, per una volta, non trovò battute.

Teresa guardò Lucia, quella donna che per anni era entrata nella sua libreria comprando romanzi usati, sorridendo con discrezione, lasciando due euro nella cassetta dei libri sospesi.

Una donna che aveva vissuto accanto al suo segreto senza sapere di portarlo addosso.

“Tu sei Nina,” disse Teresa.

Lucia chiuse gli occhi.

“Non so chi sono.”

Lami fece un passo avanti.

“Lei è Lucia Basili. Basta con questa farsa.”

Lucia si voltò verso di lui.

“Lei conosceva mia madre?”

Lami non rispose.

“Arianna,” disse Lucia. “La conosceva?”

Lui guardò il mare.

“Eravamo ragazzi.”

“L’amava?”

Il vento passò tra loro.

Portò via un po’ di sabbia, qualche foglia secca, forse anche l’ultima difesa dell’uomo.

“Sì,” disse Lami.

Rosa sollevò la testa.

Milena sussurrò:

“Oh, finalmente un uomo che confessa qualcosa prima del terzo infarto narrativo.”

Lucia rimase immobile.

“E allora perché mi avete data a Basili?”

Lami chiuse gli occhi.

“Perché mio padre non avrebbe permesso che tu esistessi.”

“E Arianna?”

Lui non rispose.

Teresa capì che quella era la domanda decisiva.

“Arianna morì?” chiese.

Lami aprì gli occhi.

“No.”

La parola cadde sulla spiaggia e il mare sembrò fermarsi.

Lucia fece un passo indietro.

“No?”

“No.”

“Dov’è?”

Lami la guardò.

Per la prima volta non sembrava potente. Sembrava soltanto vecchio.

“Non lo so.”

Milena esplose.

“Ah, comodo. Voi uomini potenti sapete sempre dove sono i documenti, i soldi, le chiavi, i compromessi, ma quando sparisce una donna, improvvisamente tutti miopi.”

Lami la ignorò.

“Basili la portò via. Disse che l’avrebbe nascosta. Disse che era l’unico modo per salvarla.”

“Salvarla da chi?” chiese Teresa.

“Da mio padre.”

“E poi?”

“Poi Basili non la fece più tornare.”

Lucia tremava.

“Mio padre mi ha cresciuta.”

“Basili non era tuo padre.”

“Lo so adesso.”

“Ma ti protesse.”

Lucia rise.

Una risata amara, tagliente.

“Proteggere una persona facendole vivere una vita falsa è una forma molto elegante di sequestro.”

Lami abbassò lo sguardo.

Il libro rosso, che Teresa aveva posato sulla sabbia, si aprì.

Le pagine si mossero rapide, agitate dal vento o da qualcosa che al vento assomigliava solo per educazione.

Comparve una nuova frase.

Settima domanda: perché Basili conservò il nome Arianna nel registro dei morti?

Giulio si chinò.

“Registro dei morti?”

Milena lo guardò.

“Giulio, tu hai appena detto la frase meno rassicurante della giornata.”

Teresa fissò Lucia.

“Il registro parrocchiale.”

Rosa scosse la testa.

“No. Basili non avrebbe usato la parrocchia.”

Giulio impallidì.

“Il registro comunale delle sepolture anonime.”

Elena si voltò.

“Sepolture?”

“Negli anni Settanta c’erano annotazioni separate per ritrovamenti, persone senza identità certa, trasferimenti sanitari. Non sempre ordinate. Non sempre pulite.”

Lucia prese la lettera di Arianna dalle mani di Teresa.

La lesse da sola.

Poi disse:

“Mio padre aveva uno studio.”

“Tutti lo sanno,” disse Milena. “Vicino alla farmacia vecchia.”

“No. Non quello.”

Lucia guardò l’ombrellone rosso.

“Uno studio sotto casa. Una stanza chiusa. Mi diceva sempre che lì teneva cartelle cliniche di pazienti morti. Da bambina avevo paura di quella porta.”

“C’è ancora?” chiese Teresa.

Lucia annuì.

“Ho la chiave.”

Lami fece un passo deciso.

“No.”

Teresa si voltò verso di lui.

“Di nuovo?”

“Non capite. Se Basili ha conservato quel registro, non ha conservato solo Arianna.”

“Chi altro?” chiese Elena.

Lami guardò Lucia.

Poi Teresa.

Poi il mare.

“Quelli che non dovevano risultare vivi. E quelli che non dovevano risultare morti.”

Milena si mise una mano sul petto.

“Ecco. Lo sapevo. Quando si parte da una bambina rubata, si finisce sempre con un archivio di fantasmi. È la burocrazia italiana, ma col gotico.”

Lucia infilò la lettera nella tasca del cappotto.

“Io apro quella stanza.”

Lami la afferrò per un braccio.

Teresa reagì prima di pensare.

Gli colpì la mano con il libro rosso.

Non fu un gesto elegante.

Non fu neppure molto potente.

Ma fu preciso.

Lami lasciò Lucia.

Milena annuì soddisfatta.

“Finalmente un uso pratico della letteratura.”

Lucia guardò Teresa.

“Venga con me.”

Teresa strinse la scatola dei biscotti contro il petto.

“Andiamo.”

Elena raccolse il quaderno nero.

Giulio prese la valigetta.

Rosa rimase seduta sulla sabbia.

“Mamma,” disse Elena, senza accorgersi di aver usato ancora quella parola.

Rosa alzò gli occhi.

“Vieni anche tu.”

Rosa si rialzò lentamente.

Lami restò davanti al mare.

Per un attimo parve un uomo sconfitto.

Poi il telefono di Lucia squillò.

Lei guardò lo schermo.

Numero sconosciuto.

Rispose.

Non disse nulla.

Ascoltò.

Il volto le cambiò.

“Chi parla?” chiese.

Silenzio.

Poi una voce femminile, sottile, lontana, quasi consumata dal tempo.

Lucia mise il vivavoce.

Tutti sentirono.

“Non aprire la stanza di Basili.”

Lucia tremò.

“Chi è?”

La voce rispose:

“Una madre che ha aspettato quarantotto anni per sentire tua voce.”

Il mare batté forte contro la riva.

Lucia sbiancò.

Teresa sentì il mondo aprirsi sotto i piedi.

“Arianna?” sussurrò.

Dall’altra parte, la donna respirò.

Poi disse:

“Chiedete a Teresa perché, quella notte, promise di non lasciarmi sola.”

La linea cadde.

Lucia restò con il telefono in mano.

Il libro rosso, sulla sabbia, si richiuse da solo.

E sotto l’ombrellone rosso, scavata più in profondità nella sabbia, comparve la punta di una seconda scatola.

Fine della sesta puntata.

...

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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