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Trama
Certe stazioni sembrano dimenticate. In realtà ricordano tutto, partenze, ritorni, addii detti male, biglietti strappati, valigie troppo leggere e bambini portati via senza nome. Nel registro del treno delle 18:40 c’era una riga che Teresa non avrebbe mai voluto leggere.
Puntata 3, La bambina del treno delle 18:40
L’uomo con l’impermeabile scuro rimase immobile davanti al banco della libreria, mentre il libro rosso continuava a stare aperto sulla frase che nessuno aveva il coraggio di rileggere.
Seconda domanda: perché Teresa non deve sapere di essere stata madre?
Teresa sentì quelle parole entrare nella stanza come acqua gelida.
Madre.
Era una parola semplice, antica, quasi domestica. Una parola da grembiule, da febbre notturna, da mani piccole infilate nelle mani grandi. Eppure, in quel momento, sembrava una parola straniera.
Lei non era stata madre.
Non aveva avuto figli.
Lo sapeva.
O almeno, lo aveva sempre saputo con quella certezza tranquilla che non si interroga mai, come il proprio nome, la strada di casa, il rumore del mare d’inverno.
Elena guardava il libro. Milena guardava l’uomo. L’uomo guardava Teresa.
“Chi è lei?” chiese Teresa.
Lui si tolse lentamente i guanti.
Aveva mani sottili, curate, da persona abituata a firmare più che a spostare sedie.
“Mi chiamo Vittorio Lami.”
Milena fece un piccolo suono con la gola.
“Non è vero.”
Lui sorrise appena.
“Da molti anni sì.”
“Nel 1978 non si chiamava così.”
Teresa si voltò verso di lei.
“Milena?”
Milena non distoglieva gli occhi dall’uomo.
“Allora usava un altro nome. O forse non lo disse mai. Ma io lo vidi. Era lui. Completo grigio, anche con quaranta gradi all’ombra. Venne a prendere le fotografie.”
Vittorio Lami inclinò la testa.
“Lei aveva molta fantasia già allora.”
“Io avevo una Kodak. È diverso.”
Elena si alzò.
“Perché vuole il libro?”
“Perché quel libro non vi appartiene.”
Teresa appoggiò entrambe le mani sul volume rosso.
“È entrato nella mia libreria, sulla mia soglia, con il mio nome scritto sopra. Direi che almeno un rapporto di vicinato ce l’abbiamo.”
“Signora Teresa, certe storie diventano pericolose quando vengono fraintese.”
“Le storie diventano pericolose quando qualcuno le chiude a chiave.”
L’uomo sospirò.
“Enrico Monti era malato. Negli ultimi mesi ha confuso ricordi, colpe, desideri. Quel libro è il delirio di un uomo alla fine.”
Elena parlò con voce bassa.
“E il mio certificato di nascita?”
Lami si voltò verso di lei.
“Anche i certificati possono essere interpretati male.”
Milena sbuffò.
“Certo. Come le promesse elettorali, le bollette e gli uomini sposati che dicono ‘sto per lasciarla’.”
Teresa non rise.
Aveva gli occhi fissi sul libro. La frase non cambiava. Restava lì, ferma, quasi paziente.
“Fuori dalla mia libreria,” disse.
L’uomo la osservò.
“Non sa cosa sta chiedendo.”
“Lo so benissimo. Le sto chiedendo di uscire.”
Per qualche secondo sembrò che lui volesse aggiungere altro. Poi prese il cappello, lo rimise in testa e si avvicinò alla porta.
Prima di andarsene, si fermò.
“Il treno delle 18:40 non portò via una bambina. Portò via una menzogna. Lasciatela dov’è.”
Il campanello suonò quando uscì.
La pioggia lo inghiottì.
Nella libreria nessuno parlò.
Poi Elena disse:
“Il treno delle 18:40.”
Teresa chiuse il libro rosso.
“Domani andiamo in stazione.”
“Non c’è più la stazione,” disse Milena.
“C’è l’edificio.”
“Sì, ma è diventato un deposito comunale, mezzo archivio, mezzo cimitero di sedie rotte.”
“Perfetto,” disse Teresa. “I posti dove finiscono le sedie rotte sono spesso più onesti dei salotti buoni.”
Il mattino dopo il cielo era limpido, come se la pioggia della notte avesse lavato le strade ma non le domande.
La vecchia stazione di Marina delle Sirene stava alla fine di viale Garibaldi, dopo il bar Sport, la ferramenta e una tabaccheria dove il tempo sembrava essersi fermato al 1989, anno glorioso per le caramelle sfuse e discutibile per le acconciature.
L’edificio era basso, color ocra sbiadito. Sopra la porta c’era ancora la scritta Biglietteria, con alcune lettere consumate dal sole. I binari non c’erano più. Al loro posto, erbacce, ghiaia e un parcheggio per biciclette.
Milena si fermò davanti all’ingresso.
“Qui partì.”
Elena la guardò.
“La donna con la bambina?”
Milena annuì.
“Forse.”
“Forse?”
“Ragazza, la mia memoria è un appartamento vecchio. Alcune stanze sono perfette, altre hanno la muffa, altre ancora qualcuno le ha murate.”
Teresa avanzò senza dire nulla.
Dentro trovarono un uomo seduto dietro una scrivania metallica, circondato da scatoloni, faldoni e calendari comunali mai appesi. Aveva baffi bianchi, camicia a quadri e l’aria rassegnata di chi ha passato la vita a catalogare documenti che nessuno vuole leggere finché non diventano fondamentali.
“Cerchiamo i registri ferroviari dell’agosto 1978,” disse Teresa.
L’uomo alzò gli occhi.
“Buongiorno anche a voi.”
“Buongiorno,” disse Elena, cercando di recuperare un minimo di civiltà.
Milena si sporse.
“Lei è parente di Armando Fabbri?”
L’uomo la fissò.
“Era mio padre.”
“Capostazione.”
“Sì.”
Milena annuì.
“Baffi migliori dei suoi, ma stesso sguardo da uomo deluso dal pubblico.”
L’uomo si raddrizzò.
“Lei sarebbe?”
“Milena.”
Lui la osservò meglio.
“Milena della Kodak?”
Milena aprì la bocca, poi la richiuse.
Per una volta, evento raro come una nevicata ad agosto, non trovò subito una risposta.
“Vede che mi ricordano tutti per le qualità giuste,” disse infine.
L’uomo si alzò.
“Mi chiamo Giulio Fabbri. Mio padre parlava di lei.”
Teresa sentì un piccolo scatto dentro.
“Cosa diceva?”
Giulio si tolse gli occhiali.
“Che aveva visto più cose di quante fosse prudente vedere.”
Milena deglutì.
“E dei registri?”
Giulio guardò verso una porta laterale.
“Ce ne sono ancora alcuni. Non tutti. Nel 1996 c’è stata un’alluvione nel magazzino. Molta roba è andata perduta.”
“Agosto 1978?” chiese Elena.
“Forse.”
Li condusse in una stanza fredda, con scaffali metallici e odore di carta umida. Su ogni ripiano c’erano faldoni, registri, raccoglitori con etichette scritte a mano. Il passato, pensò Teresa, non assomiglia mai a un segreto elegante. Assomiglia piuttosto a polvere, spago e muffa.
Giulio cercò per alcuni minuti.
Poi tirò fuori un registro grande, dalla copertina nera.
Sul dorso c’era scritto:
Movimenti passeggeri, luglio, agosto 1978
Elena trattenne il respiro.
Giulio lo appoggiò su un tavolo.
“Non dovrei farvelo consultare.”
“Perché?” chiese Teresa.
“Perché l’archivio non è aperto al pubblico.”
Milena sorrise.
“Giulio, caro, siamo tre donne con una domanda vecchia di quarantotto anni. Tecnicamente non siamo pubblico. Siamo una catastrofe emotiva in delegazione.”
Giulio sospirò.
“Cinque minuti.”
“Dieci,” disse Milena.
“Sette.”
“Otto e non ne parliamo più.”
Giulio la guardò.
“Lei contratta anche con i morti?”
“Con i vivi è più difficile.”
Il registro si aprì con un fruscio pesante.
Le pagine erano ingiallite, divise in colonne. Data. Ora. Convoglio. Destinazione. Note. Firma del capostazione.
Teresa guardò il 18 agosto.
Poi il 19.
C’erano nomi, numeri, annotazioni minime. Famiglie partite per Bologna, studenti per Rimini, militari in licenza, due biciclette caricate su un regionale, un cane senza biglietto per cui qualcuno aveva scritto: contestazione vivace.
Milena indicò una riga.
“Ecco la festa. Il 19 sera arrivò il treno da Bologna pieno di gente.”
Elena sfogliò con mani attente.
Poi arrivarono al 20 agosto 1978.
La pagina sembrava diversa.
Non per il colore.
Per lo spazio.
C’erano meno righe compilate. Alcune colonne erano vuote. In fondo, una macchia scura copriva parte della pagina, come se fosse caduto inchiostro.
O come se qualcuno avesse voluto cancellare.
Teresa sentì la gola secca.
“Il treno delle 18:40.”
Giulio passò un dito lungo la colonna degli orari.
“Eccolo.”
18:40, regionale 2197, Marina delle Sirene, Bologna Centrale.
Accanto, nella colonna note, c’era una frase.
Scritta dalla mano ordinata del capostazione Armando Fabbri.
Partenza ritardata di 6 minuti. Passeggera con neonata. Intervento del medico condotto.
Elena portò una mano alla bocca.
“Medico condotto?”
Milena si avvicinò.
“Il dottor Basili.”
Teresa chiuse gli occhi.
Quel nome le arrivò addosso come un odore dimenticato.
Basili.
Il medico del paese.
Quello che veniva a casa con la borsa nera, che parlava poco, che fumava Nazionali senza filtro nel corridoio, abitudine che oggi farebbe scattare dodici campagne sanitarie e un esorcismo.
“Cosa c’entra Basili?” chiese Elena.
Giulio indicò una riga più in basso.
“Qui c’è scritto qualcosa.”
L’inchiostro era sbiadito. La macchia copriva parte delle parole.
Teresa si piegò sul registro.
La frase era quasi illeggibile.
La giovane T. M. non viaggia. Affidata bimba a A. R. come da disposizione privata.
Silenzio.
Un silenzio completo.
Persino Milena tacque.
Elena lesse di nuovo.
“La giovane T. M.”
Teresa sentì il sangue abbandonarle le mani.
T. M.
Teresa Mancini.
Il suo nome da ragazza.
Elena guardò Teresa.
“Sei tu.”
Teresa arretrò.
“No.”
Milena fece per toccarle il braccio, ma lei si scansò.
“No,” ripeté. “Io non ho avuto bambini. Non ero incinta. Me ne sarei ricordata.”
La frase uscì disperata, infantile, quasi arrabbiata.
Giulio abbassò lo sguardo.
“Nel registro non c’è scritto che lei fosse la madre.”
Elena indicò la riga.
“C’è scritto che la bambina fu affidata.”
“A una A. R.,” disse Milena.
Elena respirò forte.
“La donna della pensione Aurora.”
“A. R.,” mormorò Teresa. “Ada? Alma?”
Milena si portò una mano alla tempia.
“Non era Ada.”
“Rosa?” disse Giulio all’improvviso.
Tutte si voltarono.
“Come?”
“Mio padre aveva un’agenda personale. Non era un registro ufficiale. Annotava cose sue. Ritardi, incidenti, nomi da ricordare. L’ho tenuta.”
“Dove?” chiese Elena.
Giulio esitò.
“A casa.”
Teresa lo fissò.
“Ci porti da quella agenda.”
“Non posso.”
Milena fece un passo avanti.
“Giulio.”
Lui si tolse gli occhiali e li pulì con un fazzoletto.
“Dopo la morte di mio padre, ricevetti una visita. Un uomo mi disse che alcune carte dovevano restare chiuse.”
Teresa sentì un gelo familiare.
“Vittorio Lami.”
Giulio impallidì.
“Lo conoscete?”
Elena rispose:
“Abbastanza da non fidarci.”
Giulio guardò il registro aperto, poi la porta, come se temesse di vedere qualcuno entrare.
“Mio padre non volle mai parlare del 20 agosto. Ma una volta, poco prima di morire, mi disse una cosa.”
“Quale?” chiese Teresa.
Giulio abbassò la voce.
“Disse: ‘La bambina non piangeva perché aveva fame. Piangeva perché riconosceva la voce di sua madre.’”
Teresa si sedette sulla sedia più vicina.
Il mondo girò piano.
La voce di sua madre.
Quale madre?
Lei?
Un’altra?
La donna della pensione?
O qualcuna che in quella storia non aveva ancora un nome?
Elena, pallida, sfogliò ancora il registro.
Sotto la riga delle 18:40 c’era una firma.
Non quella del capostazione.
Una seconda firma, piccola, schiacciata in fondo alla pagina.
E. Monti
Enrico.
Teresa la toccò con la punta delle dita.
“Era lì.”
Milena sussurrò:
“Alla stazione.”
“Elena,” disse Teresa, con una voce che non sembrava sua, “tu hai detto di essere nata il 20 agosto.”
“Sì.”
“Dove?”
Elena aprì il certificato.
“Torino.”
Giulio scosse la testa.
“Impossibile.”
“Perché?”
“Se la bambina era sul treno delle 18:40 da Marina delle Sirene a Bologna, non poteva risultare nata a Torino lo stesso giorno, salvo falsificare l’atto.”
Elena restò immobile.
“Quindi il mio certificato è falso.”
Milena si voltò verso Teresa.
“Oppure riguarda un’altra bambina.”
Quella frase fece più paura di tutte le altre.
Un’altra bambina.
Due bambine.
Una nata.
Una portata via.
Una registrata.
Una cancellata.
Teresa sentì un ricordo affiorare, brevissimo, come un pesce sotto la superficie.
Una stanza bianca.
Una finestra chiusa.
Sua madre che piangeva.
Una voce maschile che diceva: “È meglio così.”
Poi niente.
Solo buio.
“Devo uscire,” disse.
Ma quando fece per alzarsi, il registro ferroviario scivolò leggermente sul tavolo.
Da una pagina interna cadde un foglietto.
Era piegato in quattro.
Giulio lo raccolse.
“Questo non l’ho mai visto.”
Lo aprì.
C’era una frase scritta con la grafia di Enrico.
Se qualcuno arriverà al treno, allora è pronto per il nome. Cercate nel deposito bagagli. Armadio 3. Chiave 18.
Giulio sbiancò.
“Il deposito bagagli non esiste più.”
Milena lo fissò.
“Ma gli armadi?”
Lui non rispose.
Teresa capì.
“Ci sono ancora.”
Giulio chiuse il registro con un gesto nervoso.
“Non dovevate venire qui.”
Elena gli prese il braccio.
“Giulio, per favore.”
L’uomo guardò lei, poi Teresa.
Alla fine cedette.
“Seguitemi.”
Attraversarono un corridoio stretto, poi una porta bassa che dava su un locale cieco. Dentro c’erano vecchie sedie, cartelli arrugginiti, lampade rotte, timbri, valigie senza proprietario, biciclette smontate e tre armadi metallici.
Sul terzo, una targhetta scolorita.
Armadio 3
Giulio frugò in una cassetta appesa al muro. Prese una piccola chiave con un’etichetta di cartone.
18
La serratura fece resistenza.
Poi cedette.
Dentro l’armadio c’era una sola cosa.
Una valigetta di cuoio marrone.
Sul manico era legato un nastro azzurro.
Elena si coprì la bocca.
Teresa lo riconobbe.
Lo stesso colore del nastrino della chiave che Enrico le aveva dato per aprire la libreria.
Giulio posò la valigetta sul tavolo.
Milena, che aveva ricominciato a respirare rumorosamente, disse:
“Apritela. Prima che io diventi religiosa per la tensione.”
Teresa sollevò i ganci metallici.
Dentro c’erano una copertina da neonato, un braccialetto d’ospedale, una fotografia e una busta sigillata.
Sul braccialetto c’era scritto:
Femmina, 20.08.1978, ore 03:12
Nessun nome.
Teresa prese la fotografia.
Ritraeva una giovane donna distesa su un letto, pallidissima, con gli occhi chiusi.
Accanto a lei, Enrico.
Tra le sue braccia, una neonata avvolta nella copertina.
La giovane donna era Teresa.
Milena sussurrò:
“Dio mio.”
Elena iniziò a piangere senza fare rumore.
Teresa non pianse.
Non subito.
Fissò la foto come se appartenesse a un’altra vita, a un’altra pelle, a un’altra Teresa.
Poi vide il dettaglio.
Sul retro della fotografia c’era una scritta.
Non è Elena.
La busta sigillata cadde dalle mani di Teresa.
Sopra, in grafia diversa da quella di Enrico, c’era scritto:
Per la madre vera, se mai ricorderà.
In quel momento, dall’ingresso del deposito arrivò un rumore.
Un passo.
Poi un altro.
Giulio si voltò di colpo.
La porta si richiuse lentamente.
Dall’altra parte qualcuno girò la chiave.
Erano chiusi dentro.
E da sotto la porta scivolò un foglio bianco.
Elena lo raccolse con mani tremanti.
C’era scritta una sola frase:
Adesso sapete perché il treno non doveva essere cercato.
Fine della terza puntata.
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