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Trama

Via del Porto numero 8 non era soltanto una libreria. Era il luogo dove due ragazzi avevano immaginato il futuro, dove un uomo aveva nascosto le lettere della sua colpa e dove una donna, molti anni dopo, entrò per impedire che la verità uscisse viva.

Puntata 5, Via del Porto numero 8

Rosa Bellandi stava sulla soglia della libreria con il cappotto chiaro ancora umido di pioggia e un’espressione che non chiedeva permesso.

Non sembrava una donna venuta a spiegare.

Sembrava una donna venuta a impedire.

Elena la guardava come si guarda una madre quando, all’improvviso, la parola madre non basta più. Teresa stringeva tra le mani la busta con le tre pagine mancanti del quaderno di Enrico. Milena, invece, aveva già assunto quella postura da battaglia che negli anni l’aveva resa temuta dai vicini, dai camerieri lenti e da almeno due amministratori di condominio.

“Ripeta,” disse Teresa.

Rosa entrò.

“Ho detto di non aprire quella busta.”

“E io ho sentito benissimo. Volevo darle una seconda occasione per dire qualcosa di meno assurdo.”

Rosa chiuse la porta alle sue spalle. Il campanello fece un trillo debole, quasi imbarazzato per essersi trovato in mezzo a tanta tragedia.

Elena fece un passo avanti.

“Mamma, che cosa ci fai qui?”

Rosa la guardò appena.

Quel “appena” fece più male di uno schiaffo.

“Sono venuta a riportarti a casa.”

Elena rise piano.

“A casa? Davvero? Dopo tutto questo?”

“Proprio dopo tutto questo.”

“Tu sapevi.”

Rosa non rispose.

E in certe famiglie il silenzio è una confessione con il cappotto buono.

Milena incrociò le braccia.

“Signora Bellandi, le conviene parlare. Perché qui abbiamo una libraia arrabbiata, una figlia tradita, un archivista ferroviario sotto shock e me. Io da sola basto già per una commissione parlamentare.”

Giulio, che era rimasto vicino allo scaffale dei gialli, sollevò appena una mano.

“Preferirei non essere incluso.”

“Troppo tardi,” disse Milena.

Teresa mise la busta sul banco, senza aprirla.

“Rosa, perché ha cresciuto Elena?”

La donna respirò lentamente.

“Perché me la diedero.”

Elena sbiancò.

“Chi?”

Rosa guardò il libro rosso aperto sul banco. Sulla pagina era ancora visibile la domanda comparsa poco prima.

Quarta domanda: perché Rosa ha cresciuto Elena, se non era Elena la bambina da nascondere?

“Enrico,” disse Rosa.

Teresa sentì qualcosa incrinarsi.

“Enrico le diede Elena?”

“Sì.”

Elena scosse la testa.

“No. Enrico mi ha cercata quando ero adulta.”

“Quello è ciò che ti ha raccontato.”

La stanza parve restringersi.

Rosa si tolse i guanti e li appoggiò con cura sul banco. Era una cura irritante, quasi offensiva. Ci sono persone che sanno mantenere l’ordine anche mentre distruggono la vita altrui. Una dote pratica, ma poco simpatica.

“Nel 1978 io vivevo a Torino,” disse. “Ero sposata da poco. Non potevo avere figli. O almeno così mi avevano detto. Mio marito lavorava per una famiglia importante, gente con case, notai, avvocati, medici pronti a firmare e preti pronti a benedire ciò che conveniva.”

“Che famiglia?” chiese Teresa.

Rosa esitò.

Milena puntò un dito verso di lei.

“Non faccia la signora misteriosa, che abbiamo già finito la pazienza nella puntata precedente.”

“Lami,” disse Rosa.

Giulio si irrigidì.

“Vittorio Lami.”

“No,” disse Rosa. “Suo padre.”

Teresa guardò Elena.

“Quindi Vittorio Lami proteggeva il nome della famiglia.”

“Proteggeva un patrimonio,” disse Rosa. “Il nome viene sempre dopo i soldi, anche se finge di stare prima.”

Elena parlò con un filo di voce.

“E io cosa c’entro?”

Rosa la guardò finalmente.

Questa volta davvero.

“Tu nascesti a Torino, il 20 agosto 1978. Quella parte è vera.”

Elena chiuse gli occhi.

Teresa sentì il petto allentarsi per un attimo.

“Ma allora perché il tuo certificato è collegato a Marina delle Sirene?” chiese Giulio.

Rosa abbassò lo sguardo.

“Perché serviva una bambina viva da mettere nei registri.”

Milena sussurrò:

“Una toppa cucita sopra uno strappo.”

Rosa annuì.

“Enrico lo aveva scritto bene.”

Teresa prese la busta.

“E la bambina di Arianna Rinaldi?”

La donna tacque.

Teresa fece per aprire.

“No!” gridò Rosa.

La sua voce ruppe la libreria.

Fuori, qualcuno passò davanti alla vetrina e rallentò, attratto da quell’urlo. Milena andò alla porta, girò il cartello su Chiuso e tirò la tenda.

“Adesso siamo ufficialmente in modalità scandalo,” disse. “Parlate pure.”

Rosa si appoggiò al banco.

“La bambina di Arianna non doveva sopravvivere nei documenti. Arianna era la figlia naturale di un Lami. Non riconosciuta, ma conosciuta. Quando rimase incinta, chiese aiuto. Voleva tenere la bambina. Voleva che la verità uscisse. Aveva lettere, fotografie, prove.”

“E venne qui,” disse Teresa.

“Sì. Perché Enrico la conosceva.”

Teresa si voltò verso il quaderno nero.

“Quanto bene?”

Rosa non rispose subito.

“Non come pensa.”

“Non sa cosa penso.”

“Una donna pensa sempre più cose di quante dica. È per questo che gli uomini ci temono e poi ci sottovalutano, doppio errore, molto diffuso.”

Milena fece un cenno d’approvazione.

“Questa, purtroppo, gliela concedo.”

Rosa continuò.

“Arianna era una lettrice di Enrico. Gli aveva scritto. Lui l’aveva aiutata a trovare un posto dove nascondersi. La pensione Aurora. Doveva restare lì pochi giorni, poi partire con la bambina e le prove. Ma la notte tra il 19 e il 20 agosto partorì in anticipo.”

Teresa sentì tornare la stanza bianca, l’odore di disinfettante, la mano di una donna stretta nella sua.

“Arianna voleva lasciare la bambina a me,” disse.

“Per qualche giorno,” precisò Rosa. “Finché Enrico non avesse trovato un modo sicuro per portarle via entrambe.”

“E invece?”

“E invece arrivò Basili.”

Giulio abbassò gli occhi.

“Il medico condotto.”

“Basili lavorava per i Lami. Non ufficialmente. Naturalmente. Le cose peggiori non sono mai ufficiali, hanno sempre una stanza sul retro.”

Teresa aprì la busta.

Questa volta Rosa non riuscì a fermarla.

Dentro c’erano tre pagine strappate dal quaderno di Enrico.

La prima portava la data 23 agosto 1978.

Teresa lesse ad alta voce.

Teresa cara, Arianna non è partita. Non col treno. Non con sua figlia. L’hanno portata via prima. Basili disse che era necessario, che delirava, che avrebbe rovinato tutti. Io lo vidi firmare un certificato falso. Vidi tua madre piangere. Vidi Lami padre consegnare denaro a Vittorio, che allora era poco più di un ragazzo, ma già aveva imparato il mestiere dei potenti, stare zitto con eleganza.

Elena si sedette.

Rosa restò immobile.

Teresa girò pagina.

La bambina fu divisa dal suo nome. Questa è la frase più orribile che io abbia mai scritto. Non fu uccisa, come temetti. Fu consegnata a una donna che non poteva avere figli e che doveva un favore ai Lami. Rosa Bellandi ricevette un’altra bambina pochi giorni dopo, una neonata nata davvero a Torino, Elena. La figlia di Arianna, invece, prese il posto di una vita preparata per altri.

“Che significa?” chiese Elena.

Rosa portò una mano al volto.

“Significa che io crescii te. Ma per qualche giorno, prima di te, mi misero in braccio un’altra bambina.”

Teresa la fissò.

“Che ne fece?”

“Io niente.”

“Rosa.”

“Io niente!” gridò la donna. “Me la tolsero. Dissero che c’era stato un errore. Che quella bambina non era destinata a me.”

Milena parlò piano.

“Non era una bambina. Era un pacco postale, nella loro testa.”

Rosa pianse.

Senza grazia, senza bellezza, senza musica. Pianse come piangono le persone che hanno tenuto chiusa una stanza per quarantotto anni e scoprono che la porta non era murata abbastanza.

Teresa lesse la terza pagina.

La grafia di Enrico si faceva più nervosa.

La bambina di Arianna è rimasta a Marina delle Sirene. Questa è la verità che più mi perseguita. Non fu portata lontano. Fu nascosta dove nessuno avrebbe cercato, in una famiglia rispettabile del paese, una di quelle che la domenica occupano il primo banco in chiesa e il lunedì mandano gli altri all’inferno con ricevuta fiscale.

Milena spalancò gli occhi.

“Nel paese.”

Teresa continuò.

Aveva una voglia scura sotto la clavicola sinistra, a forma di mezzaluna. Arianna voleva chiamarla Nina. Non so quale nome le abbiano dato. Ho provato a cercarla. Lami mi fermò. Basili mi minacciò. Tua madre mi pregò di lasciarti fuori. Io partii. E da quel giorno ho chiamato vigliaccheria la mia sopravvivenza.

Nina.

Il nome attraversò la stanza come una corrente.

Elena sussurrò:

“Nina.”

Giulio si avvicinò allo scaffale.

“Nel registro del treno c’era scritto che la giovane T. M. non viaggia. Affidata bimba ad A. R. come da disposizione privata. Ma se Arianna non partì, e la bambina rimase qui, allora il registro fu scritto per creare una falsa pista.”

“E la donna del treno?” chiese Milena.

Rosa asciugò il volto.

“Una domestica dei Lami. Si chiamava Anita Ricci.”

“A. R.,” disse Teresa.

“Portò con sé una neonata morta.”

Elena si coprì la bocca.

Rosa continuò, con voce ormai spenta.

“Doveva sembrare la bambina di Arianna. Una bambina fragile, nata male, morta durante il viaggio. Così, se qualcuno avesse cercato, avrebbe trovato una tomba senza storia.”

Milena si sedette.

“Che schifo.”

Lo disse piano.

E proprio per questo fece più rumore di qualsiasi urlo.

Teresa appoggiò le pagine sul banco.

“La figlia di Arianna è viva?”

Rosa annuì.

“Credo di sì.”

“Chi è?”

“Non lo so.”

“Lei mente.”

“Non questa volta.”

“Perché dovrei crederle?”

Rosa guardò Elena.

“Perché ho già perso una figlia oggi. Non ho motivo di perderne un’altra mentendo.”

Elena rimase ferma.

Quella frase la colpì, ma non la guarì.

Le ferite familiari hanno pessime abitudini, sanguinano con calma, senza fretta, quasi per educazione.

Il libro rosso si mosse.

Le pagine si sfogliarono da sole fino a una pagina bianca.

Comparve una nuova frase.

Quinta domanda: chi, tra chi entra ogni settimana in questa libreria, porta la mezzaluna sulla pelle?

Teresa alzò gli occhi.

Ogni settimana.

Qualcuno che frequentava la libreria.

Qualcuno vicino.

Qualcuno che lei conosceva.

Milena sussurrò:

“Non mi piace.”

“Cosa?” chiese Giulio.

“Quando un libro fa domande migliori delle persone.”

In quel momento il telefono della libreria squillò.

Era un vecchio apparecchio fisso, color panna, che Teresa aveva tenuto per nostalgia. Diceva sempre che un telefono con il filo aveva più serietà di uno smartphone, almeno non fingeva di essere intelligente.

Squillò una volta.

Due.

Tre.

Teresa rispose.

“Il Mare tra le Pagine.”

Dall’altra parte, silenzio.

Poi una voce femminile.

Bassa.

Rotta.

“Ha aperto la busta?”

Teresa strinse la cornetta.

“Chi parla?”

“Ha letto il nome Nina?”

Teresa sentì il cuore fermarsi e ripartire male.

“Sì.”

La voce tremò.

“Allora non faccia uscire nessuno.”

“Perché?”

“Perché Vittorio Lami è davanti alla libreria.”

Teresa si voltò verso la vetrina.

La tenda era tirata, ma in basso, tra stoffa e vetro, si vedevano due scarpe scure ferme sul marciapiede.

“Chi è lei?” chiese Teresa.

Dall’altra parte la donna respirò piano.

“Una che per tutta la vita ha avuto una mezzaluna sotto la pelle e nessuna idea del perché.”

Teresa non parlò.

Elena si alzò.

Milena portò una mano alla bocca.

Rosa chiuse gli occhi.

La voce al telefono aggiunse:

“Mi chiamo Lucia. Lucia Basili.”

Teresa sentì il cognome come uno schiaffo.

Basili.

La figlia del medico condotto.

La donna che ogni giovedì comprava romanzi d’amore usati e lasciava sempre due euro in più nella cassetta dei libri sospesi.

Una donna gentile.

Una donna del paese.

Una donna che Teresa conosceva da anni.

Poi, fuori, qualcuno bussò alla porta della libreria.

Tre colpi lenti.

Vittorio Lami disse da dietro il vetro:

“Teresa, apra. Adesso.”

Il libro rosso si voltò all’ultima pagina.

L’inchiostro comparve più rapido del solito.

Sesta domanda: se Lucia è Nina, perché suo padre la cercò per quarantotto anni senza mai chiamarla figlia?

Fine della quinta puntata.

...

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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