Alcuni studi clinici finanziati dall’industria non nascono per rispondere a una domanda scientifica, ma per abituare i medici a prescrivere un prodotto. Si chiamano seeding trials, e riportano una vecchia domanda al centro della medicina: a chi serve davvero questa ricerca?

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Quando una sperimentazione clinica non serve davvero a chiarire sicurezza ed efficacia di un farmaco, ma a farlo conoscere ai medici, la ricerca rischia di diventare una passerella. I seeding trials sono studi di marketing mascherati da scienza, rari ma insidiosi, perché mettono in gioco fiducia, consenso informato e salute dei pazienti.


La scienza non dovrebbe mai travestirsi da pubblicità

C’è un confine sottile, ma decisivo, tra ricerca clinica e promozione commerciale. Da una parte c’è la sperimentazione che nasce per rispondere a una domanda: questo trattamento funziona? È sicuro? Migliora davvero la vita dei pazienti? Dall’altra, più opaca, c’è una pratica che usa il linguaggio nobile della scienza per un fine meno limpido: far conoscere un farmaco ai medici e incoraggiarne la prescrizione.

Questi studi sono noti come seeding trials, letteralmente “studi di semina”. Il nome è quasi poetico, ma la sostanza lo è molto meno. Non si seminano dubbi scientifici da chiarire, si seminano abitudini prescrittive. E quando la semina è fatta nel campo della salute, il raccolto può diventare eticamente indigesto.

Il tema è tornato al centro del dibattito grazie a una recente analisi condotta su oltre 34.000 studi clinici finanziati dall’industria farmaceutica, pubblicata e discussa da Sukhun Kang, Ivan Lin e Sungyong Chang, che ha individuato 204 studi con caratteristiche compatibili con un disegno orientato al marketing, pari allo 0,59% del campione analizzato. In alcune aree terapeutiche, la quota sfiorava l’1%. (Seattle Post-Intelligencer)

Cosa sono i seeding trials

Un seeding trial assomiglia, in superficie, a una sperimentazione clinica normale. Ci sono pazienti, medici, moduli di consenso, protocolli, raccolta di dati. Tutto pare stare al proprio posto, come in una sala d’attesa ben ordinata. Ma lo scopo reale può essere diverso.

In uno studio clinico autentico, il numero dei centri coinvolti dipende dal numero di pazienti necessari per rispondere a un quesito scientifico. In uno studio di seeding, invece, il numero dei centri può riflettere il numero di medici che l’azienda desidera raggiungere. Molti professionisti, pochi pazienti per ciascuno, un farmaco già approvato o appena arrivato sul mercato, obiettivi clinici deboli o marginali.

Il termine entrò nella letteratura medica nel 1994, quando David A. Kessler, allora alla guida della Food and Drug Administration statunitense, e altri autori descrissero queste pratiche come studi sponsorizzati su farmaci approvati che sembrano avere scarso o nullo valore scientifico e possono servire a indurre i medici a prescrivere un nuovo prodotto. (PubMed)

Come funziona il meccanismo

Il meccanismo è semplice, quasi antico: far provare un prodotto a chi poi potrà consigliarlo, prescriverlo, difenderlo. Solo che qui non parliamo di una degustazione di formaggi in piazza, con tutto il rispetto per il pecorino, ma di farmaci somministrati a persone reali.

Il medico viene coinvolto come “investigatore”, spesso in studi di fase 4, cioè successivi all’immissione in commercio. Questa fase può essere preziosa per monitorare sicurezza ed efficacia nel lungo periodo, ma può anche diventare terreno fertile per studi meno rigorosi, meno sorvegliati e più vicini alle logiche promozionali.

Tra i segnali d’allarme ci sono un basso rapporto tra pazienti e centri, la scelta dei medici più per il loro peso prescrittivo che per l’esperienza nella ricerca, endpoint clinicamente poco rilevanti, supervisione indipendente limitata, controllo stretto dello sponsor sul disegno e sulla conduzione dello studio.

In altre parole, la domanda non è più: “Questo farmaco migliora davvero la salute?”. Diventa: “Quanti medici possiamo avvicinare a questo farmaco?”. Ed è qui che la medicina rischia di perdere la bussola.

I casi Vioxx e Neurontin

Due vicende storiche hanno mostrato quanto il confine possa diventare scivoloso.

Il caso più noto riguarda Vioxx, nome commerciale del rofecoxib di Merck. Lo studio ADVANTAGE fu presentato come ricerca scientifica, ma documenti interni emersi in sede giudiziaria indicarono che il suo obiettivo principale era favorire l’uso del farmaco tra i medici. Il farmaco fu poi ritirato dal mercato nel 2004 per i rischi cardiovascolari, con conseguenze giudiziarie ed economiche enormi. (ACP Journals)

Un altro caso riguarda Neurontin, gabapentin, nello studio STEPS. Un’analisi pubblicata su JAMA Internal Medicine ha concluso che lo studio fu usato per promuovere gabapentin e aumentare le prescrizioni tra i medici partecipanti. I documenti analizzati mostrarono un forte coinvolgimento del marketing nella pianificazione e nell’attuazione dello studio. (JAMA Network)

Il punto più inquietante è che questi casi sono venuti alla luce grazie a documenti interni resi disponibili da contenziosi legali. Senza quelle carte, molti aspetti sarebbero rimasti invisibili, coperti dal camice bianco della ricerca.

Quanto è diffuso il fenomeno?

La recente analisi su studi di fase 3 e fase 4 registrati su ClinicalTrials.gov tra il 1998 e il 2024 ha identificato 204 studi con caratteristiche compatibili con finalità promozionali. La prevalenza variava dallo 0,15% nell’osteoartrite allo 0,98% nell’artrite reumatoide. (Seattle Post-Intelligencer)

I numeri possono sembrare piccoli. Ma in medicina anche una piccola crepa nel muro della fiducia può diventare una finestra spalancata sul sospetto. Inoltre, gli stessi autori invitano alla prudenza: non tutti gli studi con queste caratteristiche sono necessariamente marketing mascherato, e non tutti gli studi di marketing vengono scoperti dai soli dati pubblici.

Per riconoscere davvero l’intento di un seeding trial servirebbero spesso documenti interni dello sponsor. E quelli, di norma, non camminano spontaneamente fino alla luce del sole.

Il nodo etico: consenso, fiducia, interesse pubblico

Il problema centrale non è soltanto metodologico. È morale.

I pazienti che partecipano a uno studio clinico accettano un rischio perché credono di contribuire alla conoscenza medica. Se invece lo scopo principale è promozionale, il consenso informato diventa zoppo. Formalmente c’è, sostanzialmente manca un pezzo di verità.

Anche i medici possono essere esposti a un conflitto: partecipano come ricercatori, ma possono diventare, senza piena consapevolezza, destinatari reali dell’intervento promozionale. In questo caso il medico non è solo investigatore, è anche bersaglio. E non è una bella parola da usare in medicina.

Negli Stati Uniti esistono strumenti di trasparenza come Open Payments, banca dati pubblica che raccoglie i pagamenti e trasferimenti di valore effettuati da aziende farmaceutiche e di dispositivi medici verso medici e ospedali universitari. Nel 2024 il programma ha pubblicato 16,16 milioni di record per 13,18 miliardi di dollari. (cms.gov)

Strumenti simili aiutano, ma non bastano. La trasparenza deve riguardare anche il disegno degli studi, i criteri di selezione dei centri, i compensi, gli endpoint, i rapporti con lo sponsor e la reale finalità della sperimentazione.

Cosa si può fare

La prima risposta è rendere più leggibili gli studi clinici. Non solo ai regolatori, ma anche ai medici, ai comitati etici, ai pazienti e ai cittadini.

Servono registri più completi, protocolli accessibili, dichiarazioni chiare sui finanziamenti, sui compensi e sui criteri di scelta dei ricercatori. ClinicalTrials.gov raccoglie informazioni sulla registrazione e sulla pubblicazione dei risultati degli studi, ma la qualità della trasparenza dipende anche da cosa viene richiesto e da quanto viene controllato. (clinicaltrials.gov)

Serve poi una supervisione indipendente più robusta. I comitati etici non devono limitarsi a verificare la forma del consenso, ma interrogarsi sulla sostanza: qual è la vera domanda scientifica? Gli endpoint contano davvero per i pazienti? Il numero di centri è giustificato? I compensi sono proporzionati? Lo sponsor ha un controllo eccessivo?

Infine, serve una cultura medica più allergica alla seduzione promozionale. La medicina non può vivere senza industria, perché molti farmaci nascono anche grazie agli investimenti industriali. Ma collaborazione non significa sudditanza. Innovazione non significa delegare il timone al reparto marketing.

La domanda che resta

Ogni studio clinico dovrebbe poter rispondere a una domanda semplice, persino severa: a chi giova davvero?

Se giova ai pazienti, alla conoscenza, alla sicurezza, alla qualità delle cure, allora la ricerca compie il suo dovere. Se giova soprattutto alla quota di mercato, al numero di prescrizioni, alla familiarità dei medici con un marchio, allora siamo davanti a un’altra cosa. Non necessariamente illegale, ma certamente problematica.

La salute ha bisogno di scienza limpida. Non perfetta, perché la scienza umana non lo è mai, ma limpida sì. Nel grande teatro della medicina, il paziente non può essere comparsa inconsapevole in una campagna commerciale. E il medico non può diventare, suo malgrado, il testimonial di una strategia scritta altrove.


FAQ

Che cosa sono i seeding trials?
Sono studi clinici sponsorizzati che possono essere progettati principalmente per promuovere un farmaco presso i medici, più che per rispondere a una reale domanda scientifica.

Sono illegali?
Non necessariamente. Il problema principale è etico: se lo scopo promozionale non viene dichiarato, pazienti, medici e comitati etici possono essere indotti a credere che lo studio abbia un valore scientifico maggiore di quello reale.

Quali sono i segnali d’allarme?
Molti centri con pochi pazienti ciascuno, endpoint poco rilevanti per la salute, medici scelti per volume prescrittivo, controllo forte dello sponsor, scarsa supervisione indipendente.

Perché riguardano i pazienti?
Perché i pazienti possono assumersi rischi credendo di contribuire alla ricerca, mentre lo studio potrebbe servire soprattutto a promuovere un farmaco.


In sintesi

I seeding trials sono sperimentazioni cliniche che possono funzionare come strumenti di marketing rivolti ai medici. Sono difficili da riconoscere, perché imitano la forma della ricerca legittima. I casi Vioxx e Neurontin hanno mostrato quanto il problema possa essere serio. La soluzione passa da maggiore trasparenza, registri più completi, supervisione indipendente e consenso informato più chiaro. Perché la ricerca clinica deve seminare conoscenza, non prescrizioni.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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