Il dolore gli faceva compagnia

La bambina aveva imparato presto che non tutte le cose leggere volano.

La polvere, per esempio, restava attaccata ai mobili. La tristezza si posava sulle sedie, sui piatti sbeccati, sulle tende grigie. Anche la fame, che sembrava fatta d’aria, non se ne andava mai davvero. Stava lì, nello stomaco, educata e insistente, come un ospite che nessuno aveva invitato ma che conosceva bene la strada di casa.

Si chiamava Nina.

Aveva otto anni, forse nove. Nessuno in famiglia contava più con precisione. I compleanni, in quella casa, non erano feste. Erano promemoria. Un anno in più da vestire, da sfamare, da mandare a scuola con scarpe che avevano già fatto il viaggio di qualcun altro.

La casa era al terzo piano di un palazzo vecchio, in una via dove il sole arrivava solo di taglio, come se avesse paura di fermarsi. Le scale odoravano di umido, cavolo bollito e sigarette spente male. Ogni porta aveva un rumore diverso: dietro una si litigava, dietro un’altra si tossiva, dietro un’altra ancora una televisione parlava da sola tutto il giorno, più fedele di un parente.

Nina viveva con sua madre e con suo fratello minore, Leo. Il padre c’era stato, poi era diventato una fotografia piegata dentro un cassetto. Non era morto. Era peggio, a volte: era assente. Ogni tanto mandava un messaggio, due parole storte, una promessa che arrivava già zoppa.

“Presto sistemo tutto.”

Nina non sapeva cosa volesse dire “tutto”. Sapeva solo che non si sistemava mai niente.

Sua madre faceva pulizie. Case grandi, scale lucide, uffici dove la gente lasciava tazze mezze piene e parole importanti. Tornava la sera con le mani rosse e il viso tirato. Prima di entrare, si fermava sempre un secondo sul pianerottolo. Nina lo sapeva. La sentiva. Era il momento in cui sua madre provava a togliersi di dosso il mondo, prima di portarlo in casa.

Poi apriva la porta e sorrideva.

“Eccoci, ciurma.”

Sorrideva anche quando non aveva niente da sorridere. Le madri povere imparano a fare miracoli piccoli: allungare il brodo, accorciare il pianto, trasformare due patate in cena e una carezza in coperta.

Nina non chiedeva molto.

Aveva una bambola senza una gamba, tre matite consumate, un quaderno con la copertina piegata e una scatola di bottoni che chiamava “tesoro”. Il gioco più bello, però, era l’aeroplano di carta.

Lo faceva con qualsiasi foglio trovasse: bollette vecchie, pubblicità del supermercato, avvisi condominiali, lettere mai spedite. Piegava gli angoli con attenzione, lisciava le ali con le dita, poi lo teneva davanti al viso e chiudeva gli occhi.

Non lo lanciava subito.

Prima immaginava.

Immaginava che quell’aeroplano potesse attraversare la cucina stretta, superare il lavandino che gocciolava, infilarsi nella finestra e salire sopra i tetti. Vederli dall’alto, i tetti: tutti uguali, tutti poveri di cielo. Poi più su, oltre il quartiere, oltre le antenne, oltre le strade con i cassonetti pieni. Fino a un posto dove le case avevano odore di pane e le mamme tornavano presto.

Quel giorno, il foglio era speciale.

Lo aveva trovato sul tavolo, mezzo nascosto sotto una tazza. Era una busta aperta, con dentro una lettera. Nina non sapeva leggere bene tutte le parole, ma alcune le aveva riconosciute: “sollecito”, “pagamento”, “morosità”, “ultimatum”.

Parole lunghe, fredde, vestite da soldati.

Sua madre le aveva lette al mattino, in silenzio. Poi aveva messo la lettera sul tavolo ed era uscita. Senza colazione. “Mangio dopo”, aveva detto.

Nina sapeva che “dopo” era un paese dove sua madre andava spesso, ma dal quale tornava sempre a stomaco vuoto.

Prese la busta, non la lettera. La busta era meno importante, pensò. La aprì bene, la lisciò con il palmo e cominciò a piegarla. Prima un angolo, poi l’altro. La carta era ruvida, povera anche lei. Aveva un odore di cassetto e paura.

Leo la guardava dal tappeto, con un camioncino senza ruote.

“Me lo fai volare?”

“Dopo.”

“Dove va?”

“Lontano.”

“Quanto lontano?”

Nina guardò la finestra. Il cielo era basso, sporco di pioggia.

“Dove non arrivano le bollette.”

Leo annuì, pur non sapendo cosa fossero davvero le bollette. Per lui erano fogli che facevano venire gli occhi lucidi alla mamma. Bastava quello.

Nina prese una matita e scrisse su un’ala dell’aeroplano una parola grande, copiata da un vecchio giornale illustrato.

SOGNO.

La scrisse storta. La G sembrava una C ingrassata, la O era quasi un uovo. Però si capiva.

Poi, sotto, aggiunse una frase piccola: “Portaci via, ma piano.”

Non sapeva bene a chi lo chiedesse. Agli angeli, al vento, al soffitto. Quando sei bambino e povero, preghi anche le cose che non rispondono.

Quel pomeriggio la casa era più fredda del solito. Il termosifone non partiva, o forse partiva ma si vergognava e faceva finta di niente. Nina mise il cappotto addosso a Leo e si sedette accanto a lui. Dalla strada salivano rumori di freni, voci, un motorino stanco, una donna che chiamava qualcuno con rabbia.

Il dolore, in quella casa, non era un ospite rumoroso.

Il dolore gli faceva compagnia.

A Nina sembrava quasi una persona seduta in un angolo. Non parlava. Non disturbava. Ma c’era sempre. Quando la mamma contava le monete. Quando Leo chiedeva i biscotti e i biscotti non c’erano. Quando a scuola la maestra diceva: “Domani portate cinque euro per il laboratorio”, e Nina sentiva quella cifra diventare un muro.

Il dolore stava lì, paziente. Le teneva compagnia come un cane fedele, solo più freddo.

A scuola, Nina non diceva niente. Aveva imparato che la povertà fa rumore anche quando tace. Gli altri bambini avevano astucci pieni, merende con la carta colorata, scarpe nuove che facevano luce. Lei aveva una mela ammaccata e una gomma spezzata in due.

Una volta una compagna le aveva chiesto:

“Perché hai sempre lo stesso maglione?”

Nina aveva guardato le maniche larghe, i fili tirati, il buco vicino al polso.

“Perché gli voglio bene”, aveva risposto.

La bambina aveva riso. Nina no. In fondo era vero. Quel maglione era stato di sua cugina, poi di una vicina, poi suo. Aveva attraversato più famiglie di un notaio.

Verso sera, la madre rientrò.

Aprì la porta piano, come se temesse di svegliare i problemi. Aveva i capelli umidi e una borsa della spesa quasi vuota. Dentro c’erano pane, latte, una confezione di pasta e due arance.

“Guardate cosa ho portato”, disse.

Leo corse verso il latte come verso un tesoro. Nina guardò la madre. Vide le occhiaie, le mani gonfie, il sorriso che stava in piedi per educazione.

Poi vide che sua madre cercava qualcosa sul tavolo.

“La busta,” disse piano.

Nina sentì il cuore stringersi.

“Io… l’ho usata.”

Sua madre la guardò.

“Usata per cosa?”

Nina sollevò l’aeroplano di carta.

La donna rimase immobile. Per un istante, il viso le cambiò. Non era rabbia. Era stanchezza. Una stanchezza così profonda che sembrava venire da generazioni prima.

“Era una busta importante?”

Nina abbassò la testa.

“Non ho preso la lettera. Solo la busta.”

Sua madre si sedette. Prese l’aeroplano tra le mani. Lesse la parola scritta sull’ala.

SOGNO.

Poi lesse la frase sotto.

“Portaci via, ma piano.”

Non disse nulla.

Il silenzio, certe volte, fa più rumore di uno schiaffo. Nina aspettò. Aspettò il rimprovero, il sospiro, la frase: “Non si toccano le cose degli adulti.” Invece sua madre passò un dito sull’ala dell’aeroplano, con una delicatezza quasi dolorosa.

“Lo hai fatto tu?”

“Sì.”

“È bello.”

“Non vola tanto bene.”

“Nemmeno noi, ma ci proviamo.”

Nina alzò gli occhi.

Sua madre sorrise, ma questa volta non era il sorriso da battaglia. Era piccolo, vero. Un fiammifero acceso in una stanza grande.

“Vuoi lanciarlo?”

“Qui?”

“Qui.”

Leo saltellò.

“Facciamolo volare!”

La madre aprì la finestra. Entrò aria fredda, odore di pioggia e strada. Il cielo era scuro, ma in fondo, tra i palazzi, c’era una striscia pallida di luce. Nina prese l’aeroplano. Lo tenne vicino alla bocca, come se dovesse confidargli una missione segreta.

“Vai piano,” sussurrò.

Poi lo lanciò.

L’aeroplano uscì dalla finestra, fece una curva incerta, scese, risalì appena, poi si appoggiò sul davanzale del piano di sotto. Non era andato lontano. Non aveva superato il quartiere. Non aveva raggiunto il paese senza bollette. Era finito lì, a mezzo metro dal miracolo.

Leo scoppiò a ridere.

“È caduto!”

Nina avrebbe voluto piangere. Ma sua madre disse:

“No. Si è fermato a riposare.”

Allora risero tutti e tre.

Risero forte, forse troppo, come chi ha fame e trova una briciola di festa sotto il tavolo. Risero finché il vicino batté contro il muro. Anche quello sembrò parte del gioco.

Poi mangiarono pasta in bianco, pane e mezza arancia a testa. La madre lasciò la sua metà a Leo, facendo finta di non volerla.

Nina se ne accorse.

La prese dal piatto del fratello e la divise in tre spicchi.

“Una ciurma divide il bottino.”

Sua madre la guardò. Aveva gli occhi pieni, ma non di pianto soltanto. C’era anche orgoglio. Un orgoglio povero, senza medaglie, ma tenace come certe erbacce che crescono tra i marciapiedi.

Più tardi, quando Leo dormiva e la città si era fatta più silenziosa, Nina sentì la madre uscire sul pianerottolo. Aprì appena la porta e la vide scendere una rampa. Tornò dopo qualche minuto con l’aeroplano in mano.

Era riuscita a recuperarlo dal davanzale del vicino.

Lo posò sul tavolo e lo sistemò con cura. La punta si era piegata, un’ala era sporca di pioggia.

“Domani lo aggiustiamo,” disse.

Nina annuì.

“Magari vola meglio.”

“Magari.”

La madre le accarezzò i capelli.

“Lo sai, Nina, che non sarà sempre così?”

La bambina non rispose subito. Aveva sentito quella frase molte volte dagli adulti. Gli adulti la dicevano come si mette una coperta su una finestra rotta. Aiutava un po’, ma il freddo entrava lo stesso.

“E se invece sì?” chiese.

La madre chiuse gli occhi per un istante.

“Se invece sì, allora impareremo a non farci rubare tutto.”

“Tutto cosa?”

“La voglia di fare aeroplani.”

Nina guardò il foglio piegato.

Il dolore era ancora lì. Seduto nell’angolo. Non se n’era andato. Aveva solo smesso per un momento di comandare la stanza.

Quella notte Nina dormì con l’aeroplano vicino al cuscino. Non perché fosse un giocattolo. Era qualcosa di più. Era una mappa senza strade, una preghiera con le ali, una bugia buona raccontata alla paura.

Sognò di essere piccola come un bottone e di salire dentro quell’aeroplano. Con lei c’erano Leo, la mamma, la bambola senza gamba e persino il vecchio maglione. Volavano sopra il palazzo, sopra la stazione, sopra i tetti, sopra le luci gialle della città. Sotto, le bollette diventavano coriandoli. Le parole difficili cadevano giù come foglie secche: morosità, sollecito, ultimatum.

Nel sogno, sua madre rideva.

Non il riso stanco della sera, ma quello di quando forse era stata ragazza. Un riso pieno, libero, senza conti da fare.

Al mattino, Nina si svegliò presto.

La casa era ancora fredda. Il lavandino gocciolava. Il pane era poco. La lettera con le parole-soldato era ancora sul tavolo. Il dolore, fedele, stava ancora nell’angolo.

Ma l’aeroplano era lì.

Nina lo prese, raddrizzò l’ala ferita e aggiunse una seconda parola, piccola, quasi nascosta sotto la prima.

DOMANI.

Poi lo mise in tasca e andò a scuola.

Durante la ricreazione, mentre gli altri bambini correvano nel cortile, lei rimase vicino al cancello. Tirò fuori l’aeroplano. Lo guardò bene. Non era perfetto, anzi. Aveva una macchia, una piega sbagliata, la punta storta. Sembrava proprio una cosa nata in una casa dove mancava quasi tutto.

Eppure era ancora un aeroplano.

La maestra si avvicinò.

“Lo hai fatto tu?”

“Sì.”

“Posso vederlo?”

Nina esitò, poi glielo porse.

La maestra lesse le parole. SOGNO. DOMANI.

Non fece domande. Le maestre brave sanno che certe domande sono finestre aperte nel momento sbagliato.

“È importante,” disse soltanto.

“Non vola bene.”

“Forse non ha ancora trovato il vento giusto.”

Nina guardò il cortile. Un soffio leggero passò tra gli alberi spogli.

“Allora provo.”

Prese l’aeroplano, fece tre passi indietro, respirò e lo lanciò.

Questa volta volò.

Non molto, non come nei film, non fino al sole. Ma attraversò una parte del cortile, superò due bambini, sfiorò un cespuglio e cadde vicino alla porta della scuola.

Nina corse a prenderlo.

Lo sollevò come si solleva una coppa.

Per un istante non fu la bambina con il maglione vecchio. Non fu la figlia di una donna stanca. Non fu quella della mela ammaccata, della casa fredda, delle bollette. Fu soltanto Nina, comandante di un piccolo aereo di carta, capace di far stare il cielo dentro una busta usata.

Il dolore, quel giorno, le fece ancora compagnia.

Ma camminò un passo dietro.

E per Nina, che conosceva la miseria quotidiana meglio di quanto una bambina dovrebbe, fu già una specie di vittoria.

...

Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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