Dai consigli improbabili alle opinioni gridate senza ossigeno, i social sembrano diventati il grande museo della confusione umana. Eppure, ridendo, forse possiamo ancora salvarci.
Hashtag:
#SocialNetwork #IroniaDigitale #CulturaOnline #LambertiniNet
Estratto
Non è nostalgia, non è moralismo, non è nemmeno quella classica frase da bar detta davanti a un caffè troppo corto: “si stava meglio quando si stava meglio”. È che nel 2026, scorrendo certi post online, viene davvero il sospetto che l’umanità abbia smarrito il libretto delle istruzioni. E forse anche la scatola.
Il grande teatro della stupidità con connessione Wi-Fi
Non sto affatto esagerando quando dico che nel 2026 il pianeta intero sembra più stupido che mai. Certo, è una frase grossa. Una di quelle che andrebbero detta con prudenza, magari indossando il casco, perché qualcuno potrebbe offendersi, qualcuno potrebbe condividere il contrario in maiuscolo, qualcuno potrebbe aprire un thread lungo come la Salerno-Reggio Calabria.
Eppure basta fare una passeggiata sui social per capire che qualcosa è successo.
Una volta per diventare scemi serviva almeno un po’ di impegno. Bisognava frequentare cattive compagnie, leggere volantini strani, ascoltare lo zio durante il pranzo di Natale dopo il terzo bicchiere di Sangiovese. Oggi basta aprire un’app.
Il mondo digitale, che doveva renderci più informati, più consapevoli, più capaci di distinguere una notizia da una pernacchia con il filtro Valencia, sembra spesso aver prodotto l’effetto contrario. Abbiamo più strumenti, più dati, più accesso al sapere, ma anche una capacità sorprendente di usare tutto questo per litigare sotto il video di un gatto che cade da un divano.
E il gatto, va detto, spesso sembra il più lucido del gruppo.
I post come reperti archeologici del nostro tempo
I post assurdi del 2026 non sono soltanto contenuti buffi. Sono piccoli fossili digitali. Frammenti di un’epoca in cui l’umanità ha deciso di documentare ogni pensiero, anche quelli che un tempo sarebbero rimasti saggiamente chiusi nel retrobottega del cervello.
Ci sono post in cui qualcuno spiega la medicina dopo aver letto due righe su un blog che sembra progettato da un tostapane. Ci sono persone che danno consigli finanziari con la stessa serenità con cui si consiglia un gusto di gelato. Ci sono opinioni politiche, alimentari, sentimentali e cosmologiche scritte con l’autorità di un premio Nobel e la punteggiatura di un citofono rotto.
Poi ci sono i capolavori.
Quelli in cui qualcuno domanda se bere acqua di notte “rompe il metabolismo”. Quelli in cui un utente sostiene che dormire sia “una perdita di produttività”. Quelli in cui si consiglia di “ascoltare il proprio corpo”, ma il corpo, poveretto, sta chiaramente chiedendo silenzio, fibre e meno video motivazionali girati in palestra.
La stupidità non è nuova. Esiste da sempre. La differenza è che una volta aveva meno pubblico. Oggi ha il microfono, l’algoritmo e, nei casi peggiori, anche un corso online a 497 euro.
L’algoritmo non crea il caos, lo invita a cena
Va detto con onestà: non è tutta colpa delle persone. I social non sono piazze neutrali. Sono macchine attentissime, costruite per trattenere lo sguardo, accendere reazioni, trasformare il disaccordo in traffico.
Il post ragionato, quello equilibrato, quello che dice “la questione è complessa”, spesso viene accolto con la stessa passione riservata a un manuale di istruzioni della lavatrice.
Il post furioso, invece, vola.
Il post assurdo esplode.
Il post in cui qualcuno scrive una sciocchezza con assoluta certezza diventa materia infiammabile. E così l’algoritmo fa ciò che sa fare meglio: non distingue il vero dal falso, distingue ciò che ci trattiene da ciò che ci lascia andare. È un cameriere impeccabile che, vedendoci già nervosi, ci porta un altro piatto di indignazione.
E noi, spesso, ringraziamo pure.
La nuova ignoranza non tace, pubblica
C’era un tempo in cui non sapere qualcosa poteva essere l’inizio della saggezza. Uno diceva: “Non lo so”. Tre parole semplici, pulite, quasi eleganti. Oggi invece il “non lo so” sembra diventato una specie protetta.
Il problema del 2026 non è l’ignoranza. L’ignoranza, in sé, è umana. Nessuno sa tutto. Il problema è l’ignoranza performativa, quella che si mette il vestito buono, sale sul palco e pretende applausi.
È l’utente che non conosce un argomento, ma lo spiega comunque.
È il commentatore che non ha letto l’articolo, ma ha già deciso che è falso.
È la persona che confonde “ho diritto alla mia opinione” con “la mia opinione vale quanto trent’anni di studio”.
Qui non siamo più davanti alla libertà di parola. Siamo davanti alla libertà di inciampare con entusiasmo.
Ridere, sì, ma senza sentirsi superiori
La tentazione è forte: guardare certi post e pensare “ma io no, io non sono così”. Attenzione. È qui che la faccenda si fa interessante.
Perché il web non mostra soltanto la stupidità degli altri. A volte mostra anche la nostra. Magari non nei grandi disastri, non nelle teorie più lunari, ma nei piccoli gesti quotidiani: condividere troppo in fretta, indignarsi prima di capire, commentare per stanchezza, credere a una frase solo perché conferma quello che già pensavamo.
La stupidità digitale è democratica. Non guarda il titolo di studio, il conto in banca, l’età, la città, la marca del telefono. Entra dove trova spazio.
E il punto non è sentirsi migliori. Il punto è restare svegli.
Ridiamo, certo. Ridere è sano. Ridere è una forma antica di igiene mentale. Ma ridiamo con quella prudenza affettuosa di chi sa che, in una giornata sbagliata, anche noi potremmo scrivere una frase da incorniciare nel museo dell’imbarazzo.
Il passato non era perfetto, ma aveva più silenzio
Qui entra in scena una piccola nostalgia, quella buona, non quella zuccherosa da cartolina ingiallita.
Il passato non era un paradiso. C’erano ignoranza, pregiudizi, credenze assurde, discussioni infinite e zii convinti di curare tutto con grappa, aglio e riposo. Però c’era un vantaggio: molte sciocchezze morivano giovani. Restavano al bar, in cortile, sul pianerottolo, al massimo in una lettera al giornale.
Oggi invece ogni pensiero può diventare contenuto. Ogni contenuto può diventare virale. Ogni viralità può diventare identità.
Una volta dicevi una stupidaggine e qualcuno ti guardava male. Oggi la dici, trovi una comunità, apri una newsletter, vendi una tazza con sopra la frase.
Il progresso è meraviglioso, ma a volte sembra guidato da un criceto caffeinomane.
Come sopravvivere ai post assurdi del 2026
La buona notizia è che non siamo condannati. Possiamo ancora scegliere come stare online.
Possiamo leggere prima di condividere. Già questo sarebbe rivoluzionario, una specie di Rinascimento con il pollice.
Possiamo dubitare delle frasi troppo perfette, troppo rabbiose, troppo comode. La verità raramente arriva con il trucco pesante e il titolo urlato.
Possiamo smettere di premiare l’assurdo con la nostra attenzione. Perché ogni clic è una monetina nel jukebox dell’algoritmo. E se continuiamo a scegliere sempre la stessa canzone, poi non lamentiamoci se il locale suona male.
Possiamo anche recuperare una virtù antica: il silenzio. Non tutto va commentato. Non tutto va corretto. Non tutto merita la nostra energia. A volte il gesto più intelligente davanti a un post stupido è passare oltre, con la dignità di un vecchio bibliotecario che richiude un libro brutto senza fare scenate.
Forse non siamo più stupidi, siamo solo più visibili
Ecco il punto finale, forse il più importante. È davvero il pianeta a essere più stupido che mai, oppure la stupidità è diventata semplicemente più fotografata, condivisa, amplificata?
Forse il mondo non è peggiorato così tanto. Forse ha solo acceso tutte le luci contemporaneamente. E sotto quella luce si vede tutto: il genio, la tenerezza, la competenza, la bellezza, ma anche l’idiozia nuda, pettinata male, convinta di avere ragione.
Il 2026 ci consegna questa scena tragicomica: mai abbiamo avuto così tanto sapere a portata di mano, e mai abbiamo avuto così tante persone impegnate a ignorarlo con fierezza.
Ma non tutto è perduto.
Ogni post assurdo può diventare anche un promemoria. Un invito a pensare meglio. A rallentare. A leggere. A chiedere. A non trasformare l’opinione in un monumento e l’ignoranza in una bandiera.
Perché il mondo non si salva diventando tutti geni. Sarebbe già tanto diventare un po’ meno sicuri quando non sappiamo.
E magari, ogni tanto, prima di pubblicare, respirare.
Sembra poco. Nel 2026, è quasi avanguardia.
In sintesi
Nel 2026 i social sembrano offrire ogni giorno nuove prove della stupidità collettiva, ma forse il problema non è che siamo diventati tutti peggiori. È che oggi ogni pensiero, anche il più sgangherato, trova un palco, un pubblico e qualche applauso automatico. La cura non è smettere di ridere, ma tornare a pensare prima di condividere. Perché la vera intelligenza, in fondo, non fa rumore: osserva, dubita, sorride e ogni tanto chiude l’app.
Scopri di più da Lambertini, esperienza vissuta, salute, scrittura e visioni sul presente
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
