Dalla mitosi all’invenzione del sesso: perché la natura ha legato l’amore alla morte per garantire la sopravvivenza della specie.

Perché si muore? Una domanda antica quanto l’uomo, capace di turbare bambini e filosofi, scienziati e poeti. Anche io me la sono posta più volte e ricordo ancora lo stupore provato leggendo, anni fa, una spiegazione scientifica tanto semplice quanto sconvolgente: la morte non è un incidente della natura, bensì una sua invenzione.

All’inizio dei tempi, nel brodo primordiale che ribolliva di energia, non esisteva la morte. Gli organismi viventi erano cellule elementari che si riproducevano per mitosi, sdoppiandosi senza sesso e senza limiti. Una vita potenzialmente eterna, come accade ancora oggi con alcune alghe. Sembrava il paradiso dell’immortalità.

Eppure, c’era un difetto nascosto: quelle cellule erano tutte uguali. Bastava un cambiamento nell’ambiente, una temperatura più alta o un virus più aggressivo, e l’intera popolazione veniva spazzata via. Nessuna diversità, nessuna possibilità di adattamento. Una monotonia genetica che rischiava di estinguere la vita appena nata.

Fu allora che Madre Natura – permettetemi la semplificazione – escogitò un piano audace: la meiosi. Non più semplici cloni, ma due cellule che si univano per generarne una nuova, diversa, unica. Era nato il sesso. E con esso, la diversità genetica. Da quel momento, la vita imparò a sopravvivere meglio alle sfide dell’ambiente.

Ma c’era un prezzo da pagare: cosa fare dei “genitori”, una volta che i figli erano venuti al mondo? La soluzione fu drastica: eliminarli. Così facendo, si liberava spazio e risorse per le nuove generazioni. In un solo colpo la natura aveva inventato il sesso e la morte, due facce inseparabili della stessa medaglia evolutiva.

Amore e morte, Eros e Thanatos, da sempre camminano insieme. Non esisterebbe l’uno senza l’altro. Non a caso, l’etimologia del termine “a-more” ci suggerisce “senza morte”. L’amore è la risposta della vita alla consapevolezza della sua fragilità. È la scintilla che genera futuro, proprio perché il nostro tempo è limitato.

Moriamo perché abbiamo amato. Moriamo perché la vita, in gioventù, ci ha chiesto di unirci, di generare, di continuare la catena infinita. Forse un giorno, sul letto di morte, ripenseremo a questo: che la fine non è una condanna, ma l’altra metà di una danza cominciata con un abbraccio.


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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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