Una casa può essere piena di medicine e vuota di aiuti. Sul tavolo ci sono prescrizioni, appuntamenti, verbali. Nella notte, però, restano due persone anziane: una ha bisogno di assistenza, l’altra cerca di offrirla con le forze che ha. Talvolta entrambe sono malate. E il mondo, fuori, sembra proseguire senza accorgersene.
Quando la cronaca racconta un omicidio seguito da suicidio in queste condizioni, arriva spesso una frase: «Non ce la facevano più». Parole che esprimono sgomento, ma che rischiano di chiudere il discorso proprio dove dovrebbe cominciare.
Che cosa non riuscivano più a sostenere? Il dolore, la fatica fisica, la paura del futuro? Quali aiuti erano stati chiesti, quali ricevuti, quali erano rimasti inaccessibili? E che cosa sappiamo davvero della volontà della persona uccisa?
Interrogarsi sull’abbandono è necessario. Trasformarlo nella spiegazione automatica di una morte violenta sarebbe un errore.
La cronaca segnala un problema, ma non basta a misurarlo
La successione delle notizie può far pensare a un fenomeno in crescita. Per affermarlo servono però dati confrontabili, definizioni coerenti e serie storiche. La frequenza con cui incontriamo una notizia non coincide necessariamente con la frequenza degli eventi.
Occorre inoltre distinguere i suicidi delle persone anziane, gli omicidi nella coppia e gli omicidi seguiti dal suicidio dell’autore. Sono eventi diversi, anche quando condividono condizioni di malattia, isolamento o dipendenza assistenziale.
La presenza di una disabilità grave non dimostra il movente di un delitto. Ricostruire un singolo caso richiede indagini e informazioni sulla storia della relazione, sulla salute e sugli eventuali precedenti di violenza. Non possiamo diagnosticare una depressione attraverso un titolo di giornale.
Questa prudenza non riduce l’urgenza sociale. Aiuta a formulare domande precise, evitando che «erano soli» diventi una formula capace di spiegare tutto e verificare nulla.
La persona uccisa conserva la propria voce e i propri diritti
Espressioni come «gesto d’amore», «dramma della disperazione» o «insieme fino alla fine» possono sovrapporre una narrazione sentimentale a una realtà che richiede chiarezza.
La persona uccisa aveva una propria volontà e il diritto a essere protetta. Non possiamo presumere il suo consenso, né considerare una vita segnata dalla malattia meno degna di essere vissuta.
La ricostruzione deve lasciare spazio anche alla verifica di controllo, abusi e violenza domestica. La vulnerabilità di chi assiste non annulla quella di chi dipende dall’assistenza. Comprendere la fatica del caregiver non significa attribuirgli il diritto di decidere della vita altrui.
Allo stesso tempo, sarebbe ingiusto guardare ai familiari che assistono con un sospetto generalizzato. Il bisogno è duplice: proteggere chi riceve cura e sostenere chi la presta, ascoltandoli anche separatamente quando necessario.
La disabilità non è una condanna alla disperazione
C’è un rischio culturale nella lettura di queste vicende: suggerire che una grave perdita di autonomia renda inevitabile il desiderio di morire.
Non è così. Le persone con disabilità hanno esperienze, aspirazioni e possibilità differenti. La qualità della vita non si deduce da una diagnosi, da un deambulatore o da un verbale sanitario.
Contano il dolore e la possibilità di trattarlo, l’accessibilità della casa, le relazioni, le risorse economiche, la libertà di scegliere e la disponibilità di assistenza adeguata. Una limitazione funzionale può diventare molto più gravosa quando l’ambiente e i servizi non permettono di affrontarla.
Il problema pubblico, dunque, comprende le condizioni nelle quali si vive con una malattia. Affermarlo significa riconoscere che una parte della sofferenza può essere affrontata, invece di considerarla un destino.
La salute mentale deve entrare nella cura quotidiana
I dati italiani offrono un’indicazione importante, pur senza spiegare questi delitti. Secondo la sintesi dell’Istituto superiore di sanità sui dati PASSI d’Argento 2023-2024, il 9% degli anziani riferisce sintomi depressivi. Tra gli anziani con questi sintomi, il 23% non chiede aiuto a nessuno.
Sono risultati di sorveglianza basati su interviste e indicatori di sintomi, non diagnosi psichiatriche individuali. Non misurano la probabilità di commettere violenza. Le associazioni osservate con condizioni di svantaggio non dimostrano, da sole, rapporti di causa ed effetto. Fonte: ISS, PASSI d’Argento.
Il dato suggerisce comunque una priorità: cercare e ascoltare la sofferenza psicologica, senza liquidarla con «alla sua età è normale».
L’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che i problemi di salute mentale degli anziani sono spesso poco riconosciuti e trattati. Anche assistere un coniuge con una patologia cronica può compromettere il benessere di chi cura. Fonte: OMS.
La domanda «come sta?» dovrebbe quindi essere rivolta a entrambi, lasciando il tempo di ascoltare la risposta.
Quando la famiglia diventa l’unico servizio disponibile
Assistere una persona può significare gestire farmaci, igiene, pasti, spostamenti, appuntamenti e pratiche amministrative. Le giornate si organizzano attorno ai bisogni dell’altro; il riposo può diventare discontinuo e la propria salute passare in secondo piano.
Se anche il caregiver invecchia o si ammala, l’equilibrio domestico può perdere il suo unico punto di appoggio.
Non tutte le famiglie sono abbandonate e non tutti i servizi funzionano male. Tuttavia, l’esistenza formale di una prestazione non ne garantisce l’adeguatezza. Contano le ore effettive, la continuità, i tempi d’attesa e la possibilità di sostituire chi assiste.
Un contributo economico può essere prezioso, ma non prende automaticamente il posto di una persona durante la notte. Una visita domiciliare può essere indispensabile, ma lascia aperta la domanda su ciò che accade tra un accesso e il successivo.
L’OMS indica, tra gli interventi di sostegno ai caregiver, il sollievo assistenziale, la formazione e il supporto economico e psicologico. Sono strumenti per tutelare le relazioni di cura e ridurre il rischio di abusi, senza poter promettere di impedire ogni tragedia. Fonte: OMS.
Arrivare prima che l’equilibrio si spezzi
Una risposta credibile dovrebbe partire da domande concrete: quante ore dorme chi assiste? Riesce a curarsi? Esiste qualcuno che possa sostituirlo? La persona assistita può esprimere liberamente bisogni, paure e preferenze?
Sul piano organizzativo, le priorità da perseguire sono riconoscibili:
- assistenza domiciliare commisurata ai bisogni reali;
- interventi di sollievo e sostituzioni programmate;
- accesso alla valutazione e al trattamento del dolore e del disagio psicologico;
- percorsi di protezione quando emergono abusi o minacce;
- un referente che aiuti a coordinare servizi sanitari e sociali.
Sono proposte da valutare attraverso risultati concreti: bisogni rimasti scoperti, tempi di accesso, continuità dell’assistenza e benessere delle persone coinvolte. Contare soltanto le prestazioni erogate rischia di lasciare invisibile la vita quotidiana.
Quando qualcuno esprime intenzioni di farsi del male o di farne ad altri, serve una valutazione urgente. In presenza di pericolo immediato occorre attivare l’emergenza tramite il 112, senza esporsi a rischi. Per le situazioni non immediate, medico di famiglia e servizi territoriali sono interlocutori da coinvolgere tempestivamente.
Raccontare anche le possibilità di aiuto
L’OMS raccomanda di comunicare sul suicidio evitando sensazionalismo, dettagli sui metodi e spiegazioni semplicistiche, dando spazio alla prevenzione e alle storie di superamento delle crisi. È una responsabilità che riguarda anche blog e social. Fonte: OMS, indicazioni per i media.
L’angolo da approfondire è allora questo: quanta assistenza reale arriva dentro una casa, e che cosa succede quando l’unica persona che cura non riesce più a farlo?
Una domanda da rivolgere ai servizi, ai decisori e alle comunità, ascoltando direttamente persone con disabilità e familiari.
«Abbandonati a se stessi» dovrebbe indicare una condizione da riconoscere e cambiare. La dignità comprende il diritto di ricevere aiuto, di riposare, di essere protetti e di continuare ad avere voce nella propria vita.
In sintesi
Malattia e solitudine non bastano a spiegare un omicidio seguito da suicidio: ogni caso richiede indagini specifiche. La persona uccisa conserva pienamente diritti e dignità. Sostenere chi assiste, riconoscere il disagio psicologico e garantire continuità delle cure sono priorità pubbliche. La disabilità non rende la disperazione inevitabile.
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