Il 30 luglio sarà inaugurata la struttura ampliata di via della Repubblica. È un nuovo tassello della medicina territoriale finanziata dal PNRR. La vera sfida, però, comincia dopo il taglio del nastro: professionisti, servizi integrati e continuità delle cure.

Estratto:
Le Case della Comunità possono cambiare la sanità italiana, ma soltanto se smettono di essere considerate edifici nuovi e diventano autentiche reti di cura. San Lazzaro di Savena parte da una base concreta: servizi specialistici, assistenza domiciliare, CAU, infermieri e accesso sociosanitario. Ora bisogna trasformare la prossimità geografica in continuità assistenziale.

Il 30 luglio apre la nuova Casa della Comunità di San Lazzaro

Giovedì 30 luglio 2026, alle ore 10, sarà presentata ai cittadini e alla stampa la Casa della Comunità di San Lazzaro di Savena, in via della Repubblica 11. Alla cerimonia parteciperanno rappresentanti dell’AUSL di Bologna, del Distretto Savena Idice, del Comune, della Città metropolitana e della Regione Emilia-Romagna. (Azienda USL di Bologna)

Più che una costruzione nata dal nulla, quella di San Lazzaro è l’evoluzione della precedente Casa della Salute. Il progetto ha previsto l’ampliamento e la riorganizzazione del presidio esistente, con il completamento di circa 600 metri quadrati di spazi interni e la sistemazione di circa 550 metri quadrati di aree esterne. Il valore complessivo dell’intervento è pari a circa 1,59 milioni di euro.

Non è soltanto una questione di mattoni, corridoi profumati di nuovo e targhe istituzionali tirate a lucido. La struttura deve diventare il luogo nel quale il cittadino trova una risposta prima che un problema gestibile si trasformi in una corsa al pronto soccorso.

Che cosa troveranno i cittadini nella Casa della Comunità

La sede di San Lazzaro possiede già una dotazione sanitaria ampia. La guida dell’AUSL elenca ambulatori di cardiologia, angiologia, diabetologia, geriatria, oculistica, ortopedia, oncologia, dermatologia, reumatologia, odontoiatria e riabilitazione.

Sono presenti inoltre servizi infermieristici, assistenza domiciliare, consultorio familiare, pediatria territoriale, vaccinazioni, neuropsichiatria infantile, servizi per le dipendenze, Punto unico di accesso, distribuzione di farmaci, protesica, punto prelievi e attività dedicate agli anziani. (Azienda USL di Bologna)

All’interno della struttura opera anche il Centro di Assistenza e Urgenza, CAU, aperto per i problemi urgenti ma non gravi. Il servizio è organizzato con medici e infermieri e dispone di ambulatori, spazi di osservazione e tecnologie per eseguire alcune analisi direttamente sul posto. (Azienda USL di Bologna)

Questo rende San Lazzaro un caso interessante. Non si sta appendendo l’insegna “Casa della Comunità” sopra un contenitore vuoto. Esiste già una trama di servizi. Il lavoro da fare consiste nel cucirli insieme, perché un elenco di ambulatori, per quanto lungo, non è ancora una presa in carico.

Che cosa sono davvero le Case della Comunità

Secondo il modello definito dal DM 77 del 2022, la Casa della Comunità deve essere il punto di riferimento facilmente riconoscibile al quale rivolgersi per bisogni sanitari e sociosanitari.

Nelle strutture Hub devono convivere cure primarie, medici di medicina generale, infermieri di famiglia, specialisti, assistenza domiciliare, diagnostica di base, prenotazioni, continuità assistenziale e collegamento con i servizi sociali. È prevista anche la partecipazione della comunità, comprese associazioni e realtà del terzo settore. (Agenas)

L’idea è semplice, quasi antica nel senso migliore del termine. Il medico conosce la storia del paziente, l’infermiere ne segue l’andamento, lo specialista interviene quando serve, i servizi sociali entrano in campo quando malattia, solitudine, disabilità e difficoltà economiche si intrecciano.

Una sanità che torna a conoscere le persone per nome, non soltanto per numero di prenotazione.

Le Case della Comunità cambieranno davvero la sanità italiana?

Sì, potrebbero cambiarla. Ma non automaticamente.

Possono farlo se riusciranno a spostare il centro di gravità del Servizio sanitario dall’ospedale al territorio, dalla prestazione isolata alla continuità della cura, dalla reazione all’emergenza alla prevenzione.

Per una persona con diabete, scompenso cardiaco, bronchite cronica o fragilità legata all’età, la vera innovazione non consiste nell’avere un edificio più vicino. Consiste nel non dover ricominciare ogni volta da capo, raccontando la propria storia a professionisti che non comunicano tra loro.

La Casa della Comunità funziona quando il medico di famiglia, l’infermiere, lo specialista, il fisioterapista e l’assistente sociale condividono obiettivi, informazioni e responsabilità. AGENAS ha infatti ribadito che le cure primarie devono essere erogate attraverso équipe multiprofessionali, con un lavoro intrecciato e non più organizzato in compartimenti separati. (Agenas)

Il punto non è mettere molte professioni sotto lo stesso tetto. Anche in un condominio abitano molte persone, ma non per questo costituiscono un’équipe.

Il rischio delle Case della Comunità con le stanze vuote

I dati nazionali invitano a non confondere le inaugurazioni con la riforma compiuta.

Alla fine del 2025 risultavano programmate 1.715 Case della Comunità. Di queste, 781 dichiaravano almeno un servizio attivo, ma soltanto 66 disponevano di tutti i servizi obbligatori, compresa la presenza medica e infermieristica secondo gli standard del DM 77. In Emilia-Romagna le strutture programmate erano 187, quelle con almeno un servizio attivo 143, mentre 15 risultavano complete secondo tutti gli standard considerati.

Il divario è evidente. Attivare un servizio è relativamente semplice, costruire un’organizzazione completa è un’altra faccenda.

L’Ufficio parlamentare di bilancio ha individuato proprio nella carenza di professionisti una delle principali minacce per il successo della Missione Salute. Senza infermieri, medici di medicina generale, specialisti e personale formato, gli investimenti edilizi rischiano di non tradursi in servizi pienamente operativi. (upB)

Il PNRR paga muri, impianti, attrezzature e ristrutturazioni. Gli stipendi, i turni, la manutenzione, la formazione e l’organizzazione quotidiana dovranno però essere sostenuti stabilmente dal Servizio sanitario dopo la conclusione del Piano.

Ed è qui che si giocherà la partita vera. Il nastro tricolore dura pochi minuti, un turno infermieristico deve essere coperto per anni.

Perché San Lazzaro può diventare un modello concreto

La Casa della Comunità di San Lazzaro presenta alcune condizioni favorevoli. Nasce dall’ampliamento di un presidio già conosciuto dalla popolazione; comprende numerosi servizi; ospita il CAU; dispone di attività specialistiche, infermieristiche e domiciliari; è inserita nel Distretto Savena Idice.

Questo patrimonio può permettere di sperimentare una vera presa in carico delle malattie croniche. Un paziente fragile potrebbe essere seguito vicino a casa, intercettato in anticipo quando la situazione peggiora e indirizzato all’ospedale soltanto quando è realmente necessario.

Per capire se il progetto funzionerà non basterà contare gli accessi. Bisognerà osservare indicatori più sostanziosi: riduzione degli accessi impropri al pronto soccorso, tempi di risposta, continuità dopo le dimissioni, assistenza domiciliare attivata, controllo delle patologie croniche e soddisfazione dei cittadini.

Serviranno anche orari comprensibili, telefoni ai quali qualcuno risponda e percorsi accessibili alle persone anziane o con disabilità. La sanità di prossimità non può obbligare il cittadino a diventare un esploratore dotato di bussola, pazienza monastica e password dimenticate.

La sanità territoriale è una promessa da mantenere

Le Case della Comunità rappresentano probabilmente il tentativo più importante degli ultimi decenni di correggere uno squilibrio storico del sistema italiano, troppo concentrato sull’ospedale e troppo fragile nell’assistenza quotidiana.

Possono cambiare la sanità, ma solo a tre condizioni: presenza stabile dei professionisti, integrazione tra servizi sanitari e sociali, valutazione pubblica dei risultati.

San Lazzaro inaugurerà il suo nuovo presidio il 30 luglio. Quel giorno si celebrerà la conclusione dei lavori. Dal 31 luglio comincerà però la parte decisiva, trasformare l’edificio in una casa autentica, dove la comunità non sia soltanto scritta sull’insegna, ma riconoscibile nel modo in cui ogni persona viene accolta, curata e accompagnata.

In sintesi

Le Case della Comunità riusciranno davvero a cambiare la sanità italiana?
Possono farlo, perché riuniscono cure primarie, infermieri, specialisti, assistenza domiciliare e servizi sociali vicino ai cittadini. Tuttavia, gli edifici finanziati dal PNRR non bastano. Il successo dipenderà dalla disponibilità di personale, dal coinvolgimento dei medici di famiglia, dalla condivisione dei dati e dalla capacità di seguire le persone nel tempo. San Lazzaro parte da servizi già presenti e da una rete territoriale consolidata. Ora dovrà dimostrare che la prossimità non è soltanto una distanza più breve, ma una cura migliore.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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