Estratto
Esistono professioni che nessun bambino sogna di fare. Tra queste, probabilmente, c’è il medico legale. Non perché sia inutile, tutt’altro. Ma perché rappresenta il punto d’incontro, spesso conflittuale, tra la medicina e la burocrazia. E quando questo equilibrio si rompe, chi paga il prezzo più alto è quasi sempre il paziente.
Il mestiere più ingrato della medicina
Il medico cura.
Il chirurgo opera.
Il fisioterapista aiuta a recuperare una funzione perduta.
Il medico legale, invece, deve stabilire se quella sofferenza, quella limitazione, quella malattia siano sufficientemente documentate per dare accesso a un diritto.
È una professione necessaria. Senza controlli, il sistema previdenziale e assistenziale sarebbe esposto ad abusi. Nessuno lo mette in discussione.
Ma proprio perché il suo compito è delicatissimo, dovrebbe essere esercitato con la consapevolezza che dietro ogni pratica non c’è un fascicolo, ma una persona.
Quando la carta vale più della realtà
Da sette mesi convivo con gli effetti di una frattura scomposta dell’acetabolo sinistro.
Cammino sostenendo il peso del corpo con stampelle e deambulatore. Ogni spostamento richiede tempo, fatica e attenzione. Salire e scendere le scale è un’impresa. La riabilitazione è ancora in corso.
Eppure, nella macchina amministrativa, tutto questo sembra non bastare.
La commissione medico-legale dell’INPS non ha riconosciuto l’accesso ad alcune misure di sostegno, comprese quelle collegate agli ausili e, indirettamente, al percorso riabilitativo.
Nel frattempo, il medico legale dell’Azienda USL richiede un ulteriore certificato dell’ortopedico che attesti ciò che chiunque mi veda percorrere dieci metri può constatare in meno di trenta secondi, cioè che mi muovo utilizzando un deambulatore.
È il trionfo della certificazione sulla realtà.
Il paradosso del contrassegno
Il contrassegno per persone con ridotta capacità di deambulazione non è un privilegio.
Non è un premio.
Non è un favore.
È uno strumento pensato per ridurre gli ostacoli quotidiani.
Nel mio caso assume perfino una dimensione paradossale.
Non possiedo una patente.
Non guido.
Quel contrassegno servirebbe semplicemente a permettere a chi mi accompagna di lasciarmi il più vicino possibile alla destinazione.
Non rappresenta un vantaggio economico.
Rappresenta qualche decina di metri in meno da percorrere con un’anca ancora lesionata.
La medicina difensiva della burocrazia
Negli ultimi decenni la medicina è cambiata.
Anche la medicina legale.
Sempre più spesso il professionista sembra preoccuparsi prima di tutto di evitare contestazioni future.
Così ogni documento genera un altro documento.
Ogni certificato richiede una certificazione ulteriore.
Ogni firma pretende una controfirma.
Alla fine il sistema si protegge da se stesso, mentre il cittadino rimane fermo.
È una forma di medicina difensiva applicata alla pubblica amministrazione.
Il tempo della riabilitazione non coincide con quello degli uffici
Chi ha subito un trauma importante conosce bene una verità.
La riabilitazione non aspetta.
Ogni settimana persa può rallentare il recupero.
Ogni ostacolo burocratico aggiunge fatica a una persona già provata.
Gli uffici, invece, seguono il proprio calendario.
Richieste.
Integrazioni.
Nuove visite.
Nuovi accertamenti.
Nuove attese.
Nel frattempo il corpo continua il suo lento lavoro di guarigione, spesso senza il supporto che sarebbe stato utile proprio nei primi mesi.
Il rischio di perdere il senso della medicina
La medicina nasce per alleviare la sofferenza.
La medicina legale nasce per garantire equità.
Quando però la procedura diventa più importante della persona, entrambe rischiano di smarrire il proprio significato.
Non basta rispettare un regolamento.
Occorre anche chiedersi quale sia il risultato concreto prodotto da quella decisione.
Perché una pratica respinta non è soltanto un fascicolo archiviato.
Può essere una riabilitazione più difficile.
Una famiglia più affaticata.
Una persona che rinuncia a uscire di casa.
Il vero problema non sono i medici
Sarebbe troppo facile trasformare questa riflessione in un atto d’accusa contro i medici legali.
Non sarebbe corretto.
Molti svolgono il proprio lavoro con competenza e coscienza.
Il problema è un sistema costruito per diffidare del cittadino prima ancora di ascoltarlo.
Un sistema nel quale il sospetto sembra diventato il punto di partenza e non l’eccezione.
Chi ha realmente bisogno finisce così per affrontare una seconda prova, quella amministrativa, che talvolta si rivela quasi estenuante quanto quella clinica.
Infine
Una società civile si misura anche da come accompagna le persone durante la fragilità.
Le norme servono.
I controlli servono.
Le verifiche sono indispensabili.
Ma non dovrebbero mai trasformarsi in un percorso a ostacoli dove chi è realmente in difficoltà deve continuamente dimostrare l’evidenza.
Perché la medicina migliore non è quella che accumula certificati.
È quella che riesce ancora a vedere la persona prima del fascicolo.
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